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L'arena, 30 agosto 2001
Bartoli personaggio con l'arte di arrangiarsi mescolata ad una puerile
ingenuità e ancora al desiderio di soddisfare i bisogni primordiali,
fame in primis. Una prestanza fisica che lo vede esibirsi in saltelli
e numeri degni di un acrobata. Cantarelli: si destreggia con abilità
e amenità in una fìttizia, doppia, inquietante identità.
Betty Zanotelli
Famiglia Cristiana, 9 settembre 2001
Con tutte le immancabili manomissioni, com'è giusto fare nella memoria
della Commedia dell'Arte, Emiliani ha creato uno spettacolo di elegante
freschezza nel quale, a vivacizzarlo, concorrono diversi dialetti, il
mixing di costumi goldoniani fuori dal tempo, le maschere che i personaggi
talora si tolgono per mostrarsi attori. Affamato e godibilissimo l'Arlecchino
di Marcello Bartoli attorno al quale applaudiamo Donatella Falchi, un
Pantalone da dieci e lode.
Carlo Maria Pensa
Sipario, novembre 2001
Marcello Bartoli trasforma il motore della macchina teatrale in un rude
e spigoloso epigono dello zanni-servo, contadino, ignorante, affamato
popolano disceso dalle valli bergamasche a completare la figura medioevale
del demonio sovvertitore deus ex machina. L'Arlecchino di Emiliani parte
da qui: dallo svelamento dell'architettura teatrale fondata sulla giostra
dei lazzi e degli equivoci che arretrano il confine fra riforma goldoniana
e Commedia dell'Arte verso i lidi più tranquilli di quest'ultima. In
realtà Emiliani trasforma la permeabilità di questo confine in un filtro
trasparente: Antropomorfe sono le maschere che indossano gli attori
a creare volti modiglianeschi dalle orbite tristemente vuote e dalle
bocche angosciate all'ingiù. La messa in scena ricorda il kabuki. Anche
qui il ritmo è prodotto percuotendo legni sulla pedana. Anche qui l'azione
s'arresta al suo climax con gli attori per qualche istante fermi o che
ripetono e cambiano rotta al copione.
Simone Azioni
Il Sole 24 Ore, 3 febbraio 2002
Lo spazio scenico ideato da Graziano Gregori e Carla Teti è di un'essenzialità
abbagliante; sul volto, gli attori non calzano i soliti neri rivestimenti
di cuoio, dai tratti adunchi e vagamente animaleschi ma inquietanti
protesi che riproducono, appena alterati, i lineamenti umani. Questo
Arlecchino vuole essere soprattutto una formidabile macchina interpretativa
al servizio degli attori.
Renato Palazzi
La Provincia, 1 febbraio 2002
Con Arlecchino la Compagnia I Fratellini si conferma una realtà
di teatro di tradizione che sa lavorare con acutezza e proporre un modo
di fare teatro intelligente, mai ovvio, intellettualmente stimolante.
Applausi, applausi trionfali e meritatissimi a tutta la compagnia al
chiudersi del sipario.
Nicola Arrigoni
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