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La Repubblica, 19 novembre 1994
Lucca strepitoso Alessandro Benvenuti in "Ritorno a casa Gori"
Famiglia mia adorata così piccola e velenosa
Lucca - "Benvenuti in casa Gori", lo spettacolo-capolavoro
dell'86 di Alessandro Benvenuti e Ugo Chiti in cui Benvenuti, solo in
scena, interpretava i dieci componenti di questa famiglia toscana adesso
ha un seguito, Ritorno a casa Gori, proposto in prima nazionale al Giglio
di Lucca (sarà al Verdi di Firenze dal 31 gennaio al 15 febbraio). Benvenuti
questa volta raddoppia i ruoli e con rigore, fantasia, mutamenti d'espressioni
e di voce spesso stupefacenti, da vita agli oltre venti personaggi che,
in casa Gori, si riuniscono intorno al feretro di Adele Papini. "Ritorno",
con la processione dei parenti in omaggio alla salma, si trasforma in
uno spettacolo straordinario grazie alla bravura di Benvenuti; a un
testo bellissimo, serrato, continuamente in crescendo (di Chiti e Benvenuti).
A una scenografia spoglia, creata da un magistrale asso delle luci.
Il nuovo lavoro (il secondo di una trilogia pensata otto anni fa, che
si concluderà con la solitudine di Gino) non fa rimpiangere "Benvenuti
in casa Gori". "Ritorno", pur facendo ridere, è forse meno comico del
precedente spettacolo, ma è più amaro e poetico. Questa "tragedia in
farsa", grazie a una prova illustre di Benvenuti, diventa un percorso
in un itinerario tragicomico, gretto, comico. Con ironia crepuscolare
ma anche con amore l'attore disegna i componenti della famiglia: c'è
il vecchio Gino che "se anche avesse addosso un vestito da un milione
sembrerebbe in tuta da lavoro"; il tenero Faustino, ritardato mentale,
un bimbo di trent'anni fissato per Canale 5 e per la masturbazione;
una serie di donnine che "solo a veder le Dolomiti soffrono il mal di
mare". Come nell'ultimo spettacolo teatrale che fece Verdone ('78),
o nei testi caustici che scriveva Copi, anche in Ritorno a casa Gori
si ride intorno a un tema non propriamente allegro, la morte.
Durante la veglia funebre vengono fuori i luoghi
comuni e la piccineria di casa Gori. Si va da frasi tipo: "Povera Adele,
come l'è bellina, la par viva", a situazioni in cui c'è chi s'ubriaca
con sedici aperitivi; a chi, pur "col morto in casa", non resiste alla
tentazione di cucinarsi uno spaghettino; a chi rimane chiuso accidentalmente
in bagno. Ma Ritorno a casa Gori non è soltanto riso amaro, è una commedia
popolata da rimpianti, rimorsi occasioni perdute. Ne scaturisce un piccolo
mondo di personaggi che, forse senza capirlo, continuano a giocare fuori
ruolo nella partita della vita. E se marito e moglie decidono di separarsi
lo faranno soltanto dopo che la bambina è grande "per non crearle un
trauma". Insomma c'è una battuta che sintetizza la filosofia dello spettacolo:
"La vita è così. Quando nasci non sai ancora cos'è, e quando hai capito
che l'è brutta l'è già finita". Benvenuti poi, avvolto in luci azzurre,
in alcuni momenti non sembra più abitare nell'appartamentino di famiglia
Gori, ma in un luogo astratto, sospeso fra vita e morte, dove Adele
è una voce lontana, sempre presente, una figura meno vittima, meno assillata,
di quant'era in vita. Quel lampadario a gocce poi (l'unico elemento
scenografico, che "sostituisce" la carrozzina di "Benvenuti in casa
Gori") al termine dello spettacolo s'illumina e sulle note del valzer
di Strauss che chiudevano un film come "2001 odissea nello spazio",
diventa azzurro, trasformandosi in un piccolo paradiso, dove forse Adele
Papini potrà sognare in pace.
Roberto Incerti
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