Il Giorno, Sabato 10 Novembre 2001
Bruni rilegge con estro un classico di Tennessee Williams.
Uno Zoo "neorealista".
Milano - "Zoo di vetro" di T. Williams produzione maison all'Elfo, per Teatridithalia (fino al 2-12): temevo il peggio. Temevo una dilatazione in grottesco del Vecchio Sud per ritrovarci - come diceva de Moniceli - in un drammone alla Berstein. Invece, lieta sorpresa; ho visto uno spettacolo ben diretto (Ferdinando Bruni) e ottimamente interpretato da Ida Marinelli e dai giovani Elena Russo, Andrea Gattinoni e Orlando Cinque. Lo consiglio soprattutto ai giovani; la ripresa, temeraria, di un "classico" del 900 riflette una rilettura attenta, fervida, sincera. E non importa se il dispositivo scenico è povero, se i siparietti musicali al piano del Gilardi, ancorché bene eseguiti, sono francamente superflui, come i delle varie scene proiettati in parete: da questo tableau desolato di una famiglia della middle class americana post depressione, Bruni ha saputo estrarre i fantasmi giovanili di Williams; è riuscito a mettere a nudo la malinconia di esistenze sacrificate, di rigenerazioni impossibili. Appare la verità umana di un microcosmo familiare dominato da una madre, Amanda Wingfield, che l'abbandono del marito e le frustrazioni hanno reso mostruosamente possessiva. Bruni ha "deamericanizzato" la vicenda: St-Louis come la provincia italiana, connotazioni neorealiste anni 60 sovrapposte all'ipernaturalismo del testo. Williams s'accosta così al Miller di "Morte di un commesso viaggiatore" e non è un male: i due drammi, in fin dei conti, sono stati scritti, negli stessi anni. E così la storia della breve illusione amorosa di Laura, il crollo delle speranze di Amanda di accasare la figliola zitella e la fuga, sulle orme del padre, del figlio maschio, Tom il sognatore, arriva diritta al cuore del pubblico. Con momenti di bella memoria poetica.
Ugo Ronfani

Avvenire, Mercoledì 17 Ottobre 2001
A Milano ottimi Bruni e la Marinelli nel dramma familiare di Tennessee Williams.
Nello "Zoo" del dolore.
Il teatro è il luogo della memoria: al levarsi del sipario i personaggi resi immortali dalla penna dei drammaturghi prendono vita e tornano a raccontare la propria storia. E come la memoria il teatro ha il potere di stemperare i drammi del passato; fa rivivere gioie e dolori con quel distacco, con quel "senno di poi" che permette di leggere l'esistenza sotto un'altra luce. Lo scriveva Thornton Wilder in Piccola città: "accade mai che si sia qualcuno che comprende la vita mentre è vivo?". E lo sapeva bene Tennessee Williams quando, nel 1945, imboccò la strada del successo scrivendo Lo zoo di vetro, che ha debuttato in prima nazionale l'altra sera al teatro dell'Elfo di Milano. Dramma degli affetti e delle delusioni delle scelte e dei rimorsi Zoo di vetro mette in scena le vicende della famiglia Wingfield: di Amanda e dei suoi figli (Tom il sognatore, Laura la fragile - proprio come gli animaletti di vetro che colleziona), del loro difficile rapporto del "mondo a parte" nel quale vivono e dal quale il ragazzo fuggirà, proprio come aveva fatto il padre. Se il testo del drammaturgo americano, primo titolo della lunga stagione, di Teatridithalia, sulla carta potrebbe apparire datato e un po' polveroso (il tema della madre che opprime i figli è stato più volte raccontato, prima e dopo Williams) la lucida lettura di Ferdinando Bruni (attore storico del gruppo dell'Elfo, qui nei panni di regista, scenografo e costumista) palesa le ragioni di questa proposta: mettere in scena oggi Zoo di vetro non è solo l'ennesima sfida di un attrice (in questo caso Ida Marinelli) che vuole confrontarsi con il complesso personaggio di Amanda, ma un modo per fermarsi a riflettere sulle "fughe" con le quali ogni giorno dobbiamo fare i conti (dagli altri, dalle proprie responsabilità, da un modo di vivere che va stretto…). E se il meccanismo narrativo adottato da Williams è quello di affidare il racconto alla voce narrante di Tom adulto, che in un lungo Flash Back richiama alla mente gli episodi del suo passato, il pedale sul quale Bruni ha voluto spingere è quello della straniamento, suggerito dallo stesso autore nel prologo: "il dramma è memoria". Come in un flusso di pensieri sul palcoscenico si materializzano frammenti di vita che ci riportano a un interno americano a cavallo tra gli anni '60 e '70 (Bruni sposta in avanti la vicenda per avvicinarla agli spettatori ma lascia un certo distacco temporale - lo dice anche Williams nel testo: "Il tempo è la maggior distanza tra due luoghi" - per evitare la totale immedesimazione con i personaggi. Per sottolineare come la memoria stemperi i drammi del passato il regista sceglie un linguaggio cinematografico: da una parte i primi piani, le dissolvenze, i controluce (la vaghezza del ricordo) che palesano agli occhi dello spettatore il flusso di pensieri di Tom; dall'altra la colonna sonora fatta di suoni (al pianoforte Paolo Gilardi) e rumori (l'orologio e lo scorrere inesorabile del tempo, il traffico e il ritmo frenetico della città). Difficile banco di prova per le più grandi interpreti della scena (le ultime a proporlo in Italia, in ordine di tempo, sono state Marina Malfatti e Piera Degli Esposti). Zoo di vetro si avvale della buona prova della Marinelli che disegna un'Amanda sempre in bilico tra drammaticità e frivolezza. Andrea Gattinoni è perfetto per il personaggio di Tom, apprezzabile tanto per il distacco con il quale si fa voce narrante tanto per la precisione con cui abbozza il ritratto del ragazzo in fuga.
Pierachille Dolfini

Corriere della Sera, Venerdì 2 Novembre 2001
"Zoo di vetro", nei ricordi l'amarezza di vite deluse.
Tennessee Williams definisce il suo «Zoo di vetro» scritto nel 1945, un «dramma di memoria», non realistico, quasi fosse il prodotto di decomposizione di un passato, quello de l protagonista, l'irrequieto Tom, «l'io narrante», all'interno di un presente crudele che uccide i sogni, delude e violenta le aspettative. Un passato che pesa come piombo, nel quale vivono Amanda, la madre, una delle tante donne terribili di Williams, possessiva, egocentrica, autoritaria, infelice piccolo borghese frustrata; Laura, la sorella, un essere fragile, zoppa e sofferente per questa menomazione che la fa sentire diversa; Jim, un giovane qualunque i cui sogni si sono subito spenti. Tom ricostruisce la sua vita per frammenti di ricordi, prima del passo che l'ha portato a fuggire da una realtà soffocante per cercare una libertà impossibile. Ed è proprio sullo straniamento che ricordi ormai lontani portano con sé che sembra poggia re la lettura registica di Ferdinando Bruni: uno spettacolo, riambientato alla fine degli Anni Sessanta, con la bella traduzione di Masolino D'Amico, dove penosi sprazzi nella memoria del protagonista cercano di ricomporre l'amarezza di vite deluse . Una lettura che tende a sfumare i colori estremi di Williams per accentuare il senso angoscioso di solitudine, di frustrazione, di «grido da prigioniero, lanciato dalla solitudine della cella in cui ciascuno è confinato per tutta la durata della su a vita». L'ottima Ida Marinelli disegna, con sottili sfumature, una madre dimessa quanto delusa, disperata quanto intrigante. Accanto a lei il Tom del bravo Andrea Gattinoni, la bella Laura di Elena Russo e il Jim di Orlando Cinque, vanesio quanto sconfitto.
Magda Poli

La Stampa, Lunedì 22 Ottobre 2001
Il dramma di Tennesse Williams al teatro dell'Elfo di Milano con la regia di Bruni.
Nello "Zoo di vetro", prigionieri della fragilità.

Melodramma, realismo, memoria, simbolismo, un fascio di fili elettrici percorre e s'irradia nello "Zoo di vetro" di Tennesse Williams. Troppo? Ma no. La drammaturgia di Williams possiede questa complessità violenta e insieme vulnerabile. È un esibire allo specchio la fungaia delle emozioni e delle ossessioni che dalla vita si sono gradualmente stratificate nell'arte. In questo senso "Zoo di vetro" è componente autobiografica. La madre e la sorella di Williams si trasfigurano in Amanda e in Laura. Il lavoro dello scrittore in un magazzino di scarpe entra pari pari nella vicenda teatrale. E soprattutto vi entrano la loquacità mostruosa e la natura castrante della signora Edwina; la patologica timidezza di Laura discende dalla malattia mentale della sorella di Williams, e nell'afoso, crudele, paralizzante groviglio d'affetti, c'è lo scrittore, il Tom della finzione scenica che riesce a trovare un altrove e quando torna, ricorda sotto i nostri occhi gli avvenimenti e il clima di quella casa sepolta fra i palazzi di St. Louis, dove tutti hanno sognato qualcosa e dove nessuno sa accettare la realtà. Era la metà degli Anni '40 quando Williams scrisse "Zoo di vetro". Per metterlo in scena al Teatro dell'Elfo nella fluida traduzione di Masolino D'Amico, Ferdinando Bruni lo ha ambientato negli Anni '60, tra cucina di formica, televisione e sobrio modernariato. Lo slittamento cronologico non è privo di implicazioni. In origine, la famiglia Wingfield porta in se l'eco della Grande Depressione. Trasferita negli Anni '60, si rivela più patetica nella povertà e nella nostalgia di una grandezza mitizzata e forse mai vissuta. In un simile contesto, Ferdinando Bruni può sviluppare quella libertà espressiva che già Williams prevedeva, può maneggiare il melodramma con tecniche contemporanee, recuperando, con un effetto di straniamento, le didascalie proiettate sul fondo a cui molti registi di solito rinunciano, ma che Williams indicava nelle didascalie. Fedeltà e libertà sono le due strade che finiscono per coincidere in un'unica tesa narrazione che ha in Ida Marinelli il suo punto di forza. L'attrice è straordinaria nel ritrarre una madre mitomane, ossessiva, vanesia, prigioniera del ricordo di quei diciassette corteggiatori che non le diedero tregua in una domenica pomeriggio a Blue Mountain: domina in casa come se quel miracolo dovesse ripetersi per la figlia zoppa e introversa. Accanto a lei un ottimo Andrea Gattinoni e una fine Elena Russo interpretano i personaggi dei figli. Orlando Cinque è il concreto, energico Jim O'Connor che per un attimo, e per chissà quale abbaglio mentale, sembrava dovesse innamorarsi della insipida Laura. A tutti, molti e meritati applausi.
Osvaldo Guerrieri