La Repubblica, Martedì 23 novembre 1999
L'impero dei doppi sensi
Giochi di parole, capriole sintattiche: in anteprima lo show di Bergonzoni, da oggi a Parma

Il ritardo, quello almeno è certo. Le trovate sono imprevedibili, ma che Alessandro Bergonzoni arrivi in teatro un soffio prima che si alzi il sipario è sicuro come una sentenza di Cassazione. Siamo al Municipale di Piacenza, dove l'artista bolognese presenta il roadshow del suo ultimo Madornale 33, regia di Claudio Calabrò. Mentre il pubblico prende posto in sala, ecco la telefonata: "Sto arrivando, ho trovato un tamponamento a Parma". E sul palcoscenico tutti giurano che l'incidente a Parma è un classico. In 5 anni che Bergonzoni ha portato qui i suoi monologhi - da "Le balene restino sedute" ad "Anghingò", da "La cucina del frattempo a Zius" - sull'autostrada c'era sempre un tir di traverso. Quando la situazione si sta facendo imbarazzante, si materializza davanti ai camerini: anfibi gialli, capelli lunghi, un paio di jeans che in scena saranno sostituiti da una tuta blu modello metalmeccanico. A precederlo, un fiume di acrobazie linguistiche. Bergonzoni parla fitto fitto. Ammicca, seduce, prende respiro un attimo e poi schiaccia di nuovo sull'acceleratore. È un virtuoso dei giochi di parole ("ma non del calembour fine a se stesso, altrimenti farei cruciverba") e li sfodera a qualunque proposito. Bologna, la sua Bologna che dopo oltre 50 anni ha ammainato la bandiera rossa? "E' vero, la città è cambiata. Ma come diceva il cieco staremo a vedere". E questo nuovo spettacolo che debutta in questi giorni a Parma e fino al 5 maggio girerà lo Stivale in lungo e largo? "Come al solito non ho cavalcato alcuna moda, alcun 2000. Non salirò su nessun carro finché non sarà morto". Del resto a Bergonzoni interessa solo - citazione testuale - lo spiazzamento, il viaggio dell'immaginazione. "Ma perché arriva un momento in cui i comici si sentono in dovere di crescere, di fare altro? Succede anche coi film: vedo "Fargo" dei fratelli Coen e sono contento. Davanti ad "Aprile" di Nanni Moretti, invece resto sconcertato. Mi sembra un cinema d'obbligo. Come che dice che fare un figlio rafforza la coppia. Che senso ha? È come se qualcuno un giorno chiedesse a Mennea: allora, quando facciamo un po' di nuovo sincronizzato? Credo si possa essere comici per il piacere di un'energia che parte dalla testa e attraversa il corpo come una scarica elettrica". Infatti "Madornale 33" è affabulazione con la lettera maiuscola. È un fuoco di sbarramento fatto di capriole sintattiche e voli pindarici. Una galleria di personaggi che sembrano inciampare l'uno nell'altro. Apre il corte Fufyo (da pronunciare come un fischio): l'eroe che deve fare rotta verso "il capezzolo del sapere", alla ricerca delle 33 verità. Lo chiudono Shinai il saggio e la coppia delle petulanti Vanvera e Bastiana (segno zodiacale pesci, ascendente pani: praticamente un miracolo). In mezzo, ma non del tutto alla rinfusa, Bergonzoni riesce a inanellare viaggi tra le scogliere di Dover e di Quandor, missioni sotto una luna nel secondo pediluvio e strade bloccate per caduta sessi: altrimenti detti "coiti interrotti". Per fortuna il nostro ("che ha facoltà medianiche, anulari e indicative"), non si perde mai d'animo. Nemmeno di fronte a chi gli dice che verrà la morte e avrà i suoi sandali. La bravura di Bergonzoni, demiurgo che plasma la realtà con i funambolismi grammaticali, sta nel non lasciare al pubblico il tempo di chiedersi dove andrà a parare. In un attimo sono trascorsi 100 anni e a Fufyo manca solo di impalmare la 33a vertità. Con studio matto e disperatissimo passa in rassegna pillole del sapere umano. L'ultima verità può essere la scoperta dell'uomo di Colombo: un rapporto tra omosessualità e viaggi. Oppure questa dal sapore biblico: non avrete paura del fuoco se sarete vigili. Fufyo ha giusto il tempo di riflettere, mentre sotto di lui 1 miliardo di cinesi si riproduce. E se non ci fosse un senso nemmeno nell'impresa per cui si è sacrificato? Ma ormai anche i dubbi non contano più. Non sempre chi si ferma è perduto, a volte è semplicemente arrivato. E poi a che serve recriminare. Cosa fatta Capo Nord.
Laura Taccani

Il Sole 24 ore, Domenica 28 novembre 1999
Bergonzoni dice "33"
Parma - Fra milioni di anonimi individui, Fufyo è il prescelto, Fufyo è colui che dovrà intraprendere la strada della conoscenza. Un grande maestro, o un grande vecchio o un grande saggio di nome Shinai gli ha dato il mistico incarico di trovare le trentatré verità essenziali della vita. Un altro oscuro personaggio, il grande Simeone, resta in paziente attesa delle risposte che verranno, mentre due enigmatiche figure femminili, Bastiana e Vanvera, commentano a mano a mano il progredire dell'azione. Tranquilli, non si tratta di un nuovo exploit di Alessandro Baricco, ma della traccia, dello spunto, del traliccio da cui parte Alessandro Bergonzoni per costruire "Madornale 33", il suo più recente viaggio nella schizofrenia della comunicazione verbale. Naturalmente le ipotetiche vicende di questo Fufyo o di questo Shanio passano subito in secondo piano di fronte alle presunte verità in se stesse, e a tutto quanto passa anche solo per un attimo nella loro orbita: per fare solo qualche esempio, apprendiamo che chi non è cacciatore ma vorrebbe imparare e per giunta ama i laghi deve fare il tirocigno. Che non sempre chi si ferma è perduto, a volte è semplicemente arrivato. Che solo i sordi non si sentono vecchi. E poi c'è una mucca che schiacciata sulle rotule fa venire il latte alle ginocchia, un cane puzzolente che strofinato sulla testa mette una pulce nell'orecchio, una musa che tradita diventa cornamusa, degli sceriffi che si suicidano gettandosi dalla finestra nella notte delle stelle cadenti. E la radio, quella è tutta un programma! Forse, in effetti, l'embrione di trama di cui si diceva è soltanto un pretesto, un contenitore in cui inserire queste spericolate acrobazie semantiche: ma in fondo non lo è neppure troppo, perché a ben vedere sempre meno l'ingegnoso atleta della parola tende a rivolgersi direttamente al pubblico, e sempre più inserisce i suoi calembour, i suoi stranulati slittamenti di significato in un contesto che in qualche modo ne giustifichi o ne indirizzi l'andamento allucinato. Bergonzoni, per farla breve, non porge più le sue battute a chi lo ascolta e ha la prontezza di coglierle, ma recita la parte di un personaggio che febbrilmente ha perduto i controllo di quelle battute, di altri personaggi che interloquiscono, dicono la loro, lo contraddicono, o forse si tratta davvero di una sola entità che si moltiplica ormai in preda a un delirio incontrollabile. Probabilmente, a conti fatti, egli non ha neanche più davvero l'obiettivo principale di far ridere, obiettivo che viene comunque raggiunto quasi con una sorta di distaccata nonchalance: materializzando i suoi miraggi sintattici, aggirandosi fra attrezzi inverosimili e incongrui elementi scenografici, di fatto è ormai diventato un autore-attore che scrive e interpreta con surreale veemenza un incalzante monologo su quello che in sostanza potrebbe quasi essere il suo assunto filosofico, ovvero sull'impossibilità di raggiungere una qualunque verità ultima che per quanto spiazzante e inattesa non sia concretamente soprattutto una verità linguistica, anche a costo di ribaltare il più elementare senso comune.
Renato Palazzi

Il Manifesto, 10 Dicembre 1999
Fischi e "straveggole". Il gioco infinito della lingua.
Alessandro Bergonzoni a Parma col suo "Madornale 33".
Da anni Alessandro Bergonzoni vizia il proprio pubblico con una cascata di funambolismi verbali, in un vertiginoso slittamento di significati e significanti. Nel suo nuovo spettacolo "Madornale 33" questo rapporto con il linguaggio, che nei monologhi precedenti veniva usato come una fionda per lanciarsi nella creazione di essere strampalati, mondi impossibili, trame dissociate, paesaggi psichedelici, diventa anche il tema del lavoro. In "Madornale 33" si delineano inoltre con maggior nettezza rispetto al passato, personaggi, situazioni drammaturgiche e prospettive narrative. A questa consapevolezza corrisponde una padronanza sempre maggiore dello spazio scenico e delle tecniche d'attore, affinate con l'abituale staff di collaboratori, Claudio Calabrò alla regia e Mauro Bellei, inventore di un'efficace macchina scenica sormontata da un emblematico diapason-vagina-altalena.
Verità definitive
Quell'esilarante parodia new age che è "Madornale 33" ha un eroe, il mitico Fufyo, che come molti nomi bergonzoniani si scrive in un modo e si pronuncia in un altro, in questo caso un lungo fischio: un richiamo che è come l'origine della lingua e dei nomi. Fufyo viene scelto e spedito da un guru pasticcione alla ricerca delle 33 verità definitive, in un viaggio iniziatico che percorre zone inequivocabilmente erogene del mondo-corpo-linguaggio. Nei suoi spettacoli e nei suoi libri, Bergonzoni mostra da sempre che il nostro linguaggio non è, tanto per cominciare, una struttura logica: infatti si diverte costantemente a scardinarlo, in frenetici mulinelli di non senso (o forse di sensi e logiche alternativi). Poi mostra che non è neppure un modo di descrivere la realtà, che nei suoi lavori è sempre nutrita da dosi massicce di fantasia e di surrealtà, spesso innescate proprio dalle parole, dalle loro associazioni e assonanze. Non si salvano neppure la possibilità di nominare e catalogare gli oggetti, azzerata da una sequenza di definizioni strampalate, basate su calembour; né l'aura poetica della metafora, che presa ogni volta alla lettera collassa in una risata. Infine, lascia intuire Bergonzoni, la nostra parola non cattura neppure la verità, né una né infinite verità, e neanche le 33 verità "madornali" evocate dal titolo, come dimostrerà la conclusione beffarda dell'apologo. Non a caso, l'iniziazione di Fufyo viene commentata in una serie di controscene (o controsceme) da due divinità maligne e dispettose, Vanvera - ovvero il principio di casualità - e Bastiana - ovvero il principio della negazione. Sono queste due "straveggole" ad aprire il flusso alluvionale del linguaggio alle sue infinite diramazioni (a proposito, Bastiana e Vanvera dimostrano che il linguaggio può servire anche a non comunicare: basta vedere come i loro dialoghi s'aggrovigliano di incomprensioni e delirio). Ma allora, che cos'è il linguaggio, così come lo usa Bergonzoni, così come lo attraversa e se ne fa attraversare? In primo luogo la potenza del desiderio e il suo inquieto slittamento. Un gigantesco esorcismo contro la morte e l'immobilità, nevroticamente ilare e segretamente disperato.
Orgasmo collettivo
tutte quelle connessioni frenetiche e improbabili scatenano il riso perché abbracciano (e connettono, e infilzano) ogni cosa in una catena di cui non si vede lo sbocco, e al tempo stesso fondono il pubblico (come fatto da sempre i comici) nel piccolo orgasmo collettivo della risata, creando per un istante il senso della comunità. Tuttavia, man mano che si accumulano spettacoli e romanzi, quella frenesia velocistica, quell'impossibilità di fissare solo per un istante il senso della comunità. Tuttavia, man mano che si accumulano spettacoli e romanzi, quella frenesia velocistica, quell'impossibilità di fissare solo per un istante la concatenazione delle associazioni - l'inconscio della lingua sempre al lavoro - sembrano poter fare a meno del riso: quello che affascina e conquista è sempre più l'esperienza del viaggio, e una sensazione di libertà - quando l'affabulazione bergonzoniana rende palpabili il possibile e l'impossibile. Emerge pure un atteggiamento sempre più consapevole di fronte alla realtà quotidiana, alle sue illusioni - le pseudoverità ipocrite, consolatorie e inutili, per non dir di peggio, che ci condizionano. Da questo punto di vista, "Madornale 33" con le sue non-verità, può rivelarsi una valida terapia, una scuola di dubbio.
Oliviero Ponte Di Pino

La Repubblica, Giovedì 8 febbraio 2001
Al Ciak di Milano e poi in Tournèe il nuovo spettacolo con la regia di Claudio Calabrò e le scene di Mauro Bellei
Bergonzoni e il falò delle verità.
In "Madornale 33" il comico sorride della solitudine.
Milano - Dove arriverà Bergonzoni? La domanda corrisponde a quelle che lui si pone nei suoi spettacoli per impigliarsi in una serie di risposte che rimpallando su una strage di luoghi comuni passano in rassegna con simulata insensatezza le ipotesi meno presentabili e fanno avanzare con ferrea premeditazione il discorso. Ma come s'è notato, nell'artista s'impone sempre più 1'immagine dell'autore intento a rendere più compiuta la struttura dei suoi spettacoli, lontanissimi ormai dall'occasionalità dello show fatto su misura tanto per far ridere un pò. Appunto, dove ci porterà questa evoluzione? Nella tappa precedente il nostro grande Alessandro si era premurato di moltiplicare i personaggi complicandone i gradi di parentela nella suspense di un giallo ereditario. Nel nuovo spettacolo, visto al Ciak di Milano (da dove partirà per una tournée in tutta Italia), si apparta un po' di più anche perché il tema è la solitudine, non trascura i personaggi di contorno, tanto che alla fine li invita a ringraziare il pubblico con lui. Ma questo Madornale 33 esprime la gioia di raccontare che, per parlare di noi, cominciando logicamente a dircelo con 1'eterno processo al nostro modo di parlare, fa il verso al cliché dell'antica leggenda orientale spedendo il suo eroe in romitaggio sul Monte Ombelico a scoprire, in 33 weekend che ovviamente copriranno una vita, le 33 verità dell'esistenza. Attorno a Fufyo, personaggio in tuta azzurra dal nome di cane che si legge Fufyo ma si pronuncia con un fischio, ci sono due betoniche paesane che potrebbero anche incarnare principi divini, le quali commentano la storia a vanvera, come una di loro si chiama, contraddicendosi perché 1'altra è Bastiana, in luce verde a posizione sdraiata sul parapetto di una finestra a forma di lampadina. Ma il percorso, organizzato dall'acuta regia di Claudio Calabrò come un giro a vuoto dello sperimentatore di destini intorno a se stesso, condurrà questo nostro simile da un Grande Shinai a un grande Simeone, impegnati ad assegnargli il compito di una ricerca condotta spiando attraverso un "buco del vedere" a forma di telescopio e a scrivere sentenze con un saltellante becco di picchio, su un monte sopra un miliardo di cinesi. Ma insieme a un'oggetteria affilata e simbolica le scene metafisiche di Mauro Bellei prevedono la geometrizzazione di questa vicenda persa nel tempo, costretta al vaglio di una serie di ponti e passerelle che si sovrastano. Si pongono così limitazioni inevitabilmente volte a complicare mediante una serie di ostacoli il tracciato di un gioco dell'oca parallelo a quello della lingua in cui Bergonzoni si dibatte, entrando a capofitto in ogni possibile trabocchetto per manipolarlo e farne un'inesauribile fonte di sorprese. Se è naturale che le trentadue verità scoperte si esauriscano in affermazioni evidenti o nel rovesciamento di saggi adagi, vero che il cimitero di parole che si va ammassando conduce il personaggio, a il fantastico giocoliere di idee che lo incarna, al traguardo di una solitudine non più protetta ma anzi esposta dal paravento verbale. L'arrampicata scientifica verso la distruzione del linguaggio che costituisce la vera trama di una commedia in cerca di nuovi modelli trova allora il culmine a lo scioglimento nel passo finale verso la trentatreesima verità, ormai svalutata a livello di scherzo dalla comparsa di un eremita concorrente e burlone: e questa corrisponde alla fusione delle risate a mitraglia che segnano la bella serata in uno straripare irresistibile a livello del fuoco di fila dei colpi menati da Bergonzoni alla logica espressiva che ci governa. Un comico? Ma questo è un massacratore della chat society con annessi e connessi.
Franco Quadri