L'ora, Domenica 6 Maggio 2001
Un gioco delle parti alla francese
Tradimenti, sensi di colpa e pruriginosi intrecci sentimentali
Il matrimonio borghese colto dallo sguardo graffiante di Giulio Bosetti

E' un rosa da commedia brillante, da copertina "Harmony", che domina moquette e mobili dello studio privato e del salotto di famiglia parigino del dottor Jean Marcelin, anima inquieta de "Il testamento", una pièce del prolifico ed eclettico autore francese Sacha Guitry, oggi pressoché dimenticato, che la Compagnia del Teatro Carcano di Milano ha rispolverato per questo scorcio di stagione e presentato in una prima con l'aria del debutto al Teatro Biondo giovedì sera. Una pièce nella quale riso, satira e ironia, propri dello spirito del vaudeville - da Labiche a Feydeau - si contaminano col clima "boulevardier" del primo novecento, fondendo una certa amara riflessione al gioco delle parti del mondo borghese, inguaribilmente affetto dai temi dell'amore e del tradimento, della ricerca della felicità strettamente connessa ai ripensamenti e ai sensi di colpa. Dei quali però il dottor Marcelin è del tutto immune. Anzi, la scoperta del tardivo tradimento della moglie Lucie - tutto risolto in blande effusioni in taxi - lo predispone al gioco a carte scoperte, al rinnovamento, che avviato con il cambiamento del nome del domestico dalle contenute movenze gay (Alfonso Liguori), arriva al cambio della segretaria, alla sostituzione cioè della bruttina M.lle Morot (Mimma Mercurio) con la giovane e avvenente Juliette Lecourtois (Michela Cadel). Le carte si scoprono lentamente. La matura Lucie (Marina Bonfigli) è affascinata dall'appassionato corteggiamento del giovane Fernand (Gianluigi Focacci), rampollo degli amici di famiglia Worms. E la rivelazione che trent'anni prima il dottor Marcelin ha avuto una relazione sentimentale con sua madre, come si dice in una battuta, lo rende una sorta di tardivo vendicatore dell'ignaro e remissivo padre. Ma il motivo di fondo, che cattura lo spettatore, è dato dall'ambigua identità della giovane e bella Juliette, interpretata da Michela Cadel con statuaria freschezza, fasciata dalle belle "mise" di tailleur azzurri e rossi - di Guido Fiorato il funzionale pastellato di scene e costumi - indicata nel testamento con il solo cognome. E' la figlia? O è l'amante del dottor Marcelin? Il passaggio del testamento a beneficio di madre e figlia Lecourtois lascia la faccenda in sospeso fino alla fine, fino allo schietto "sì, papà" che assolve la manichea morale del tempo, il tradimento come sale della vita, l'infedeltà come antidoto a un matrimonio, oltre le apparenze, fallimentare. L'invenzione che titola la pièce, la rende godibilmente intrecciata: incautamente sfilato dalla ta sca della giacca e letto alla presenza degli amici di famiglia, il testamento svela i pruriginosi trascor si esistenziali delle due coppie, mentre l'incerta identificazione della nuova segretaria rende piccante il "divertisement" di Guitry, arricchito da una memorabile sequela di aforismi attorno alle convenzioni che governano un matrimonio borghese. Nel ruolo del medico parigino, Giulio Bosetti che firma anche la regia - ha una riuscita teatralità. Brillantemente rende sonnacchioso e graffiante il personaggio: nel vitale distacco dalle angustianti convenzioni sociali e morali dell'epoca. Ed efficace l'apporto degli attori della Compagnia - con Franco Passatore nei panni del bistrattato amico radiologo ed Elena Croce in quelli di Margherita Worms - attenti alla vivacità delle battute e al susseguirsi delle rivelazioni, benché il movimento scenico si risolva un po' staticamente attorno alla scrivania o sulle poltrone del grande salotto. In replica fino al 12 maggio la pièce è stata generosamente applaudita.
Giuseppe Drago