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La Nazione, Lunedì 4 novembre 1996
Una panchina nel buio per l'umorismo di Benvenuti
Pistoia - Una panchina persa
nel buio. E il piacere di raccontare storie su storie, le parole che
si perdono leggere, gli incredibili soprannomi di una miriade di personaggi,
le vicende minute di una intera comunità. Così si presenta il nuovo
poetico spettacolo di Sandro Benvenuti. "Gino detto Smith e la panchina
sensibile", presentato ieri sera al Manzoni di Pistoia. Con pochi tagli
di luce, una fessura al centro, una luna rossastra, proiezioni e rumori
di fondo: un ruscello che va e che viene, una musica lontana, suoni
di campane. Un uomo più anziano, vestito di nero e un ragazzino accanto
appena fuggito di casa. Sono li, al centro della scena da chissà quando
e lo spettacolo si avvia come da un tempo antico. L'uomo racconta del
bassista Leroi, di Gino detto Smith, del babbo, del nonno e dei fratelli
del ragazzo. Pezzi di vita vissuta, una nonna che parla coi marziani,
qualcuno che si è impiccato perché si chiamava Bandiera ed era troppo
grasso per riuscire a sventolare. Le battute si susseguono fulminanti
mentre si aggiungono particolari sulla vita del ragazzo. Un fratello,
Augusto, morto giovane misteriosamente. E il dialogo va avanti senza
fine, a volo d'uccello, un "jazz di parole" mentre tra i due si insinua
impalpabile qualche traccia di intesa estemporanea, una comunicazione
musicale, senza rotture, tra due figure fuori dal tempo. Fanno capolino
esperienze psichedeliche, acidi, anfetamine, pasticche preso in mezzo
ai campi. Forse Augusto è morto così, convinto di poter volare da sopra
alla radura. Non sa dove andare quel giovane fuggiasco. A Pisa forse,
per mandare una cartolina alla nonna bislacca che passa le giornate
alla finestra a contare le auto. O forse quel giovane sperduto tornerà
a casa a prendersi qualche altra sberla dal padre debole e violento.
Ogni tanto questo tappeto di storie si interrompe, si blocca a mezz'aria
e passano i suoni del luogo immaginario. Ogni tanto il ragazzo chiede
di sapere di più, di sé e dell'uomo misterioso. Ogni tanto si riaccende
quella improbabile luna o un sole cocente. Si passa così dalla notte
al giorno, dal comico alla malinconia di vite irreali, sospese. Decisamente
questa nuova drammaturgia di area toscana va sempre più verso la poesia
e il lirismo. E finisce col coniugare, come già nel "Vangelo dei buffi"
di Chiti, l'humus della propria terra - la lingua, il caustico umorismo,
la perfida ironia - con uno slancio di tenerezza. E l'intrattenitore
abile che conosciamo, il protagonista di "Benvenuti in casa Gori", di
"Ivo il tardivo", e di tanti film di successo, si diverte a giocare
con una storia metafisica e sapiente, il buio piomba alla fine sul protagonista
e il ragazzo scopre che quell'uomo dal nome bizzarro, Consacrato, era
il giovane fratello scomparso. Morte e vita si confondono mentre sull'intero
proscenio si proiettano migliaia di ali di uccelli. Volare? Si può,
con la fantasia del teatro. Bravissimo, grande Benvenuti coadiuvato
da uno straordinario e contiguo Andrea Muzzi. Applausi a scroscio, un
altro successo per l'artista toscano.
Luciana Libero
La Repubblica
Al Teatro della Cometa di Roma "Gino detto Smith & la panchina
sensibile", un irresistibile duetto
BENVENUTI, LEZIONI DI VITA
Un saggio di leggerezza con andrea Muzzi
Roma - Alessandro Benvenuti è nato a Pontassieve, in provincia di
Firenze, e ci tiene a far sapere che proprio dal serbatoio di ricordi,
personaggi e dicerie di questo suo paese d'origine ha ricavato sostanziale
spunto per l'ineffabile e surrealistico dialogo teatrale, Gino detto
Smith & la panchina sensibile, che in compagnia del giovane comico toscano
Andrea Muzzi ora interpreta a Roma, al Teatro della Cometa. Reduce dagli
stupendi monologhi polifonici e terragni concepiti assieme a Ugo Chiti,
il più beffardo e contemplativo Benvenuti che si possa mai immaginare
si fa qui depositario ed estensore in prima persona di un'agrodolce
sonata di fantasmi, di una disputa su qualità e infelicità di un consorzio
di parenti, amici, cani sciolti e prototipi di un mondo consegnato ormai
solo alla memoria del più grande e misterioso dei due interlocutori
piazzati dall'inizio alla fine in una radura composta di segmenti di
luce. Il più maturo dei conservatori, l'autore-regista in panni di irreprensibile
signorotto con completo scuro, bastone da passeggio e vistoso anello
al mignolo, intrattiene una sorta di discepolo, un dinoccolato giovanotto
vestito con capetti sportivi dai colori urlanti, un'anima bella capace
di risate gracchianti e fuori giri, voglioso d'assorbire racconti, svelamenti,
storie segrete. Strano ma rapinoso abbinamento, quello cui assistiamo.
Il botta e risposta sui vizi e sulle bellezze infami di un'umanità passata
in rivista con crudele amore non genera, almeno in un pubblico non-toscano,
stimoli comici, eppure c'è ovunque un raffinato sarcasmo di fondo che
man mano ti penetra nelle vene, nel cervello, e la "chiacchiera" assurge
a piccola filosofia ultramondana, come se sentissimo infime leggende
di un Borges emarginato, o versi insoddisfatti di un Erich Fried. Il
grande, il pedagogo, parla di congressi di Vienna e di Vaticano per
introdurre il profilo-chiave di Fernando Pantani, ex internato a Volterra,
e si mette in moto un bestiario dolce di anfetaminici, di microcefali,
di ragazze col sedere a mandolino, di calabro-sauditi di nome LeRoi.
Chissà come è scritto, questo cognome, ma rimane scolpito il ritratto
che Benvenuti, ispiratissimo, bravissimo, ne fa, rievocazione d'un rozzo
batterista pieno di grazia. E c'è il bel recupero d'immagine di una
nonna che comunicava coi marziani, finché il giovane districa la ramificazione
del suo ceppo, allude a un fratello morto, uno missionario e uno della
digos. E scherzando, i due, con lirismo ma pure con infantili cadute
nei cartoni animati generazionali a base di Cip e Ciop, e aforismi ("Crediamo
di percorrere e siamo percorsi"), e si fa sempre più sinuoso il labirinto
dei flash, delle perfidie, delle canizze, dei silenzi, delle allegorie
erotomani, delle fantasie zodiacali, delle meravigli alcoliche. Tutto
recitato in levare. Per il piacere quasi proibitivo, e davvero non popolare,
di percezioni privilegiate, malgrado il contesto burlesco. Sono parte
integrante dello spettacolo anche gli scampanii lievi, gli echi di un
ruscello, le ombri e le folgori di una geometria di riflettori che incapsula
i sentimenti messi in campo. La fede ingenua negli acidi è leggendaria
quanto l'ipocondria di un gay di campagna. Quell'omone cela forse un'identità
da caro estinto, e Benvenuti trasmette brividi quando nel finale esprime
energie e senso percuotendo a tutta forza il palcoscenico col bastone
e con i piedi. Una prestazione caustica e anomala., rischiosa e tenera,
la sua, con l'unico limite di un'inafferrabilità che può piacere (a
noi si) o no. E un plauso va a Andrea Muzzi, vero "Kid" gioioso e naturale,
vero adolescente in cerca di sapere e in astinenza d'amore.
Rodolfo di Giammarco
Corriere della Sera, Giovedì 15 febbraio 2001
Benvenuti: storie tra fantastico e reale
Un racconto strapaesano che supera un quotidiano pittoresco per tingersi
di surreale, per svelare a ritmo sincopato, tra "a solo" e duetti, tra
parole che si rincorrono come note e si perdono in rumori, il flusso
di vite incrociate che scorrono ininterrottamente tra ieri e oggi. E'
"Gino detto Smith a la panchina sensibile" scritto, diretto e interpretato
da Alessandro Benvenuti, affiancato da Andrea Muzzi. Protagonisti di
questa cavalcata di parole sul filo delta memoria sono due abitanti
di un paesino della Toscana, il giovane Andrea, ragazzo un po' credulone,
d'animo semplice e vivace, e il non più giovane Uomo, misterioso e divertente
depositario dell'aneddotica e della storia del paese. Uno che con linguaggio
sapido racconta al ragazzo le vite credibili e incredibili degli abitanti
del luogo che la fantasia popolare colora a tinte forti, rende unici
e imponenti così che il confine tra fantastico e reale sembra perdersi,
fondersi e confondersi: il fantastico contiene il reale, il reale il
fantastico, una parola tutte le parole. Nella galleria del narratore
c'è Leroy, gilè di pecora rosa, pantaloni a zampa d'elefante, tacchi
di venti centimetri, leader della "Strafogo Jazz Band", batterista che
odiava le bacchette, "un impedimento tra sé e i tamburi", la nonna d'Andrea
che parla con gli extraterrestri, vecchi partigiani, sognatori di vario
tipo, mogli tiranne e mogli tiranneggiate, fratelli preti e fratelli
anarchici. Una galleria composita di personaggi che si ritrovano sul
filo dei recordi e si disperdono rapidi e improvvisi, strappati via
come note di un sax impazzito e dispettoso. E Alessandro Benvenuti con
bravura, giocando su continui cambi "tonali", racconta e fa vivere il
suo mondo di eroi di tutti i giorni, ascoltato da un Andrea affascinato
che Andrea Muzzi ben restituisce nella sua freschezza giovanile, nella
sua curiosità adolescenziale. Uno spettacolo divertente che ha un sapore
casereccio e raffinato.
Magda Poli
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