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Giornale di Brescia, Mercoledì
12 dicembre 2001
Tre interpreti efficaci per "The Country" allestito da Lievi
al Santa Chiara.
Dialoghi senza tirare il fiato.
Una lunga scena muta da il via a un'ora e tre quarti di tensione,
di battute seniza respiro: è lo stile di "The country", il testo dell'inglese
Martin Crimp scelto da Cesare Lievi per una nuova produzione per il
Ctb. Nuova drammaturgia inglese, figlia di Pinter, e si sente. Azione
ridotta all'osso e tempo relativo: una notte, un mese, un anno possono
assumere la stessa densità. Ciò che conta sono i dialoghi, il loro capriccioso
intrecciarsi e sovrapporsi, il loro correre paralleli, toccarsi e respingersi
come animati da cariche elettriche mutevoli. Questione di forma, certo,
ma anche e soprattutto di sostanza, se tali dialoghi finiscono per non
toccare quasi mai - o peggio per nascondere - la "verità". Così si regge
il dramma di Crimp, che presenta la vita quotidiana d'una coppia benestante
inglese, che si bea del proprio trasferimento in campagna come antidoto
alla follia della città. Lì da loro - almeno in teoria - tutto è pace
e paesaggio. Ma la "verità", inesorabile, si presenta un giorno a scombinare
il menage artefatto: lui, Richard, che è medico, ha soccorso una ragazza
americana trovata per la strada "stordita" (dalla droga? da un malore?
da una lite con lui, suo amante?) e l'ha portata nella casa dove vivono
la moglie, Corinne, e i bambini. La ragazza. Rebecca, porta nella casa
una luce che rischia di svelare il disamore della coppia; il suo modo
diretto di dire le cose a Corinne (cose che lei già sa, ma che ha rimosso
con cura) fa precipitare la situazione. Fino al finale, che finale non
è: la famiglia torna unita, la verità è ricacciata indietro, ma ormai
è affiorata alla coscienza, e Corinne non sa più quanto potrà andare
avanti a "fingere l'amore". Se l'analisi di Crimp sulla coppia è lucida
e anche impietosa, il lavoro di Lievi come regista è di tipo poetico:
nell'essenziale scena di Josef Frommwieser, dominata da una saracinesca
che chiude e separa la famiglia dal resto del mondo, a parlare sono
i pochi oggetti (gli stivaletti dei bambini in un angolo che, scomparendo,
indicano il trascorrere del tempo; un disegno infantile appeso alla
parete, sotto il quale e forse in nome del quale tutto il dramma si
compie) e le luci (di Gigi Saccomandi) che piovono dai lati a disegnare
geometrie diverse e sempre uguali, in una partita senza fine. Soprattutto
bella è la soluzione dei cambi scena, con diapositive sul sipario chiuso
a cristallizzare il "quadro domestico", che poi sfuma sullo sfondo della
nuova scena che va a cominciare; il tutto avvolto da una musica struggente,
che scava in profondità. Ad indicare lo sfogliarsi dell'esistenza, il
disvelarsi progressivo di ciò che è, nonostante l'affannarsi degli umani.
In un tale spettacolo contava sommamente la prova degli attori, e i
tre interpreti sono stati all'altezza: Carla Chiarelli è una Corinne
rinchiusa in un'ottusità di comodo, che stempera nella dolcezza la tragicità
del suo destino; de Colle è un Richard che nasconde la nevrosi sotto
una calma apparente (e anche come medico deve fare i conti con una realtà
che cerca di non vedere); infine, la giovane Bracchino stupisce per
la maturità della sua interpretazione e fa di Rebecca un misto di ragazza
vissuta e spirito dei boschi, donna di carne e fantasma. Alla fine della
"prima" al S. Chiara il pubblico, un po' stupito soprattutto per il
finale-non finale, ha tributato agli artisti calorosi applausi.
Paola Carmignani
Bresciaoggi, Mercoledì 12 Dicembre 2001
"The country" ha debuttato ieri sera in prima nazionale al
Teatro Santa Chiara.
Crimp e le verità nascoste
Cesare Lievi dirige la commedia con mano sicura
Applausi per tutti, soprattutto per Carla Chiarelli
Una stanza quadrata, molto pinteriana, quasi una scatola dalle linee
nette, è la scena che contiene i protagonisti di "The country" dell'inglese
Martin Crimp, che ha debuttato ieri sera in prima nazionale al Teatro
Santa Chiara di Broscia, nella traduzione di Alessandra Serra e con
la regia di Cesare Lievi. "Country" in inglese è la campagna, ma, come
spesso capita nei titoli di Crimp, il termine ha una duplice valenza:
"country" significa anche patria, nazione. In campagna se ne sono andati
a vivere Richard e Corinne, quarantenni, lui medico, lei casalinga,
per lasciare la città e le sue nevrosi. L'idillio bucolico, però, si
rivela illusorio, anche perché, nonostante i cinguettii degli uccelli,
i rumori delle foglie e le conserve di frutta sul davanzale, nella stanza,
rigidamente chiusa. incombe un'aria di minaccia (anche questa assai
pinteriana): i due coniugi dalla città, insieme ai mobili e ai libri,
si sono portati appresso i loro fantasmi
Uno di questi si materializza nelle vesti di una ragazza, Rebecca, che
Richard ha portato in casa dopo averla raccolta senza sensi - dice lui
- dal ciglio della strada. E' questa la situazione di partenza di una
commedia che, sotto la superficie della "conversation pièce" cela un
magma incandescente di angosce, di pulsioni, di passioni che non escludono
persino il delitto. Dietro l'apparente normalità di un dialogo asciutto,
scarnificato, si nasconde un reticolo di vizi pregressi, rapporti misteriosi,
solo suggeriti, forse perché inconfessabili. La struttura della commedia
è simmetrica: in scena sono sempre in due, prima marito e moglie, poi
le due donne, quindi Richard e la ragazza, infine ancora i due coniugi.
C'è un quarto personaggio, Morris, amico di famiglia, anche lui dottore,
che non compare mai: di lui abbiamo notizie attraverso il telefono o
dagli accenni che ne fanno gli altri tre. A mano a mano che il dialogo
si dipana, talvolta in maniera asincronica, spesso lasciando che le
battute si sovrappongano tra loro (come d'altronde avviene nella vita
reale), apprendiamo (ma con molte ambiguità) che la giovane Rebecca
è una vecchia conoscenza di Richard: forse sono amanti, sicuramente
hanno condiviso l'uso di droghe (la "medicina" che il dottore ha somministrato
alla ragazza con regolarità, in passato), forse è proprio per seguire
lei in campagna (è venuta a disintossicarsi sotto le cure di Morris?)
che Richard ha deciso di lasciare la città. Di questo quartetto, Morris
è il deus-ex-machina, l'assente manovratore delle vite, delle paure,
e forse anche dei crimini, piccoli e grandi, degli altri tre personaggi:
si presta a fare da copertura per una grave inadempienza professionale
del collega Richard; mostra, nel finale, a Corinne l'orologio d'oro
di Rebecca, due mesi dopo che la ragazza se n'è andata (dove?). Il finale
è aperto, lascia le cose (quasi) come stavano all'inizio: con i due
coniugi condannati alla finzione del non amore, con Corinne a chiedere
al marito l'elemosina di un bacio, e in mezzo uno squarcio violento
di verità che ha scosso l'apparente equilibrio di queste esistenze borghesi,
ancorate, per sopravvivere, al rispetto formale della norma sociale.
Cesare Lievi impagina con mano sicura e molta grazia compositiva questa
commedia che è tra le più riuscite della nuova drammaturgia inglese,
scritta da un commediografo, Martin Crimp, poco più che quarantenne,
ideale anello di congiunzione tra la generazione dei "vecchi arrabbiati"
e i nuovi autori britannici, animati da una carica di denuncia, non
più ideologica come quella dei loro padri, e forse per questo assai
più disperata. Lievi lascia che la conversazione galleggi con le sue
afasie e le ambivalenze previste, chiude le scene immobilizzando gli
attori che poi sostituisce con le loro immagini fisse proiettate su
un velario, pietrificati in una solitudine autistica, come nei dipinti
di Edward Hopper. Un supporto decisivo a questa lettura lo fornisce
lo scenografo Josef Frommweiser, autore della suggestiva scatola scenica.
Geniali sono, come al solito, le luci progettate da Gigi Saccomandi.
I costumi sono di Valerla Ferremi. Degli interpreti va elogiata Carla
Chiarelli, che è la sofferta e angosciata Corinne. Leonardo de Colle
è un po' troppo giovane per il ruolo di Richard, comunque disciplinato
nel restituirne l'indole canagliesca, seppure dissimulata sotto l'aplomb
professionale. Francesca Bracchino è una convincente Rebecca, elfo metropolitano,
espulsa dal meccanismo che lei stessa poteva distruggere. Applausi convinti
alla fine per tutti. Lo spettacolo, prima produzione stagionale del
Ctb, resterà al Santa Chiara fino al 23 dicembre e, dopo la pausa natalizia,
dall'8 al 27 gennaio. Da non perdere.
Antonio Sabatucci
L'Unità, Giovedì 13 Dicembre 2001
Martin Crimp, il gelo dell'esistenza nella campagna inglese
Un uomo e due donne più un altro uomo, un'altra donna e due bambini
che non si vedono e la campagna inglese. All'apparenza un perfetto triangolo
borghese con assenti, di quelli che hanno popolalo e popolano infiniti
testi del cosiddetto "teatro della conversazione", fra stanchi rituali
sentimentali e infinite discussioni sul tempo. Ma in The country {la
campagna), magnifico e inquietante testo di Martin Crimps scritto nel
'99, in scena al Centro Teatrale Bresciano, i sentimenti sono finiti,
segnati da una consapevole incapacità d'amore, da una menzogna esistenziale
che impedisce e vela il rapporto con l'altro; il tempo è un susseguirsi
di immagini raggelate, di gesti ripetetivi; la campagna ha perso qualsiasi
connotazione idillica e si è trasformata nell'impossibile rifugio di
un'altrettanto impossibile felicità, perfino in un luogo carico di paure,
di rovine del passato, di memorie del presente che non si vogliono ricordare.
Novanta minuti di dialoghi veri ma mai ovvi, costruiti con una straordinaria
capacità e invenzione linguistica (che la traduzione di Alessandro Serra
rende assai bene) quali raramente ci capita di ascoltare a teatro, per
vedere da vicino il gelo dell'esistenza, la menzogna che la regge, l'incapacità
dell'amore, fanno senza dubbio di Martin Crimp un autore assolutamente
originale, solo in parte riconducibile a quei drammaturghi inglesi,
come Sarah Kane e Mark Ranvenhill, conosciuti sotto l'etichetta di "new
angry young men" (nuovi giovani arrabbiati), ai quali è spesso avvicinato.
C'è meno violenza dichiarala e rituale, meno trasgressione nei testi
di Crimp ma molta cattiveria vera in più e i suoi personaggi si attaccano
più subdolamente alla nostra memoria. Cesare Lievi, con una regia asciutta
e profonda, ha scandito questo testo in quadri veloci percorsi da lampi
progressivi, come le stazioni del requiem di una coppia (le musiche
fra un quadro e l'altro sono del belga Lenz). Un gioco perverso dei
tre cantoni fra moglie, marito dottore (che si è macchiato della colpa
di mancata assistenza a un vecchio malato) e giovane ragazza americana
di venticinque anni, segnato dall'inquietudine e dalla tossicodipendenza
(del marito e della ragazza), dal bisogno morale e fisico di essere
"puliti; che giunge fatalmente alla conclusione di una disperata impossibilità.
Nella scenografia che rappresenta il soggiorno di una grande casa con
ampi finestroni quasi sempre chiusi (si spalancheranno solo nel quadro
finale) e usati, come il sipario per la proiezione di diapositive che
riproducono e fissano come fotogrammi l'immagine della scena precedente
(scena assai bella di Josef Frommwieser; luci perfette da set cinematografico
di Gigi Saccomandi), The country secondo Lievi mette in gioco fino all'ultimo
respiro i suoi personaggi sfuggenti. Notevole il lavoro con e degli
attori: Carla Chiarelli costruisce in profondità Corinne, la moglie,
su di una partitura gestuale perfetta fra accelerazioni e rallentamenti,
esaltandone tutta la dolorosa umanità. Leonardo De Colle è Richard,
il marito dottore ed eroinomane, catalizzatore dei desideri di tutte
le donne. A Francesca Bracchino spetta il lucido dolore, la corsa verso
la distruzione della sua Rebecca, fragile come lo sono tutti i giovani.
Da vedere.
Maria Grazia Gregori
Il Sole 24 ore, Domenica 16 Dicembre 2001
Inferno a tre in campagna.
Pur essendo considerato un esponente tra i più significativi della
nuova generazione ''arrabbiata" della drammaturgia inglese, il quarantaseienne
Martin Crimp in questo suo bellissimo testo, The country, sembra discostarsi
dai procedimenti formali più vistosi dei suoi compagni di strada, se
addirittura non arriva a rovesciarne i presupposti: la sua scrittura
è infatti scarna, acuminata laddove quella degli altri trabocca di oscenità
e di furori verbali, la costruzione della trama punta a una violenza
dei sentimenti ben lontana dagli eccessi e dalle truculenze di Ravenhill
o Sarah Kane. E tuttavia l'effetto non è meno perturbante, il disagio
che ispira forse perfino superiore, Con la sua tipica costruzione allusiva,
densa di oscuri segnali, Crimp ci mostra una sorta di precario idillio
domestico in realtà palesemente incrinato da crepe allarmanti. Richard,
un medico di città, si è rifugiato con la moglie e i figli in campagna
per sfuggire alla schiavitù della droga. Che la scelta non abbia di
fatto risolto i problemi ce lo fa intuire l'inquietudine che incombe
sul quadretto famigliare -lui che legge in poltrona, lei che al tavolo
ritaglia collage - nonché la tangibile stanchezza del rapporto, le telefonate
del misterioso collega che rappresenta forse un invisibile occhio esterno,
i riferimenti a un'ignota ragazza che Richard ha soccorso e che dorme
al piano di sopra. La situazione sembra precipitare quando, uscito quest'ultimo,
le due donne si trovano faccia a faccia, e perfidamente l'estranea lascia
intendere che il suo incontro con Richard non è stato affatto casuale,
e che lo stesso trasferimento nella quiete agreste è stato ordito da
costui al solo fine di raggiungerla. Nella scena successiva, tra Richard
e la ragazza - mentre la moglie è fuggita coi bambini -, apprendiamo
che l'uomo da tempo approfittava della giovane fornendole la droga,
e meditava di introdurla in casa come cameriera. Ma raggelante è soprattutto
l'immagine finale: sparita l'intrusa, marito e moglie sono di nuovo
pronti a simulare la pace arcadica e la ritrovata armonia coniugale.
Si tratta all'apparenza di una storia di ordinario squallore e ipocrisia
di coppia, non peggiore di tante proposte dalla vita quotidiana. Ma
via via che si dipana, il testo di Crimp si rivela in grado di comunicare
un'angoscia che prende allo stomaco. È angosciante la struttura del
dialogo, nel quale le domande e le risposte sembrano sempre imboccare
vie diverse, come se l'intera conversazione non fosse che un espediente
dilatorio per sfuggire alla verità. È angosciante l'atmosfera sottilmente
malata che incombe sui personaggi, la patologica incapacità di riconoscere
la propria condizione per tentare di affrontarla. È angosciarne la loro
pochezza morale senza margini o spiragli. A ben guardare, non ce n'è
uno che si salvi: Richard, medico indegno, tossico, corruttore, si è
anche reso responsabile della morte di un paziente, e ha convinto senza
esitazioni il collega a occultarne le circostanze. La moglie è debole
e sostanzialmente complice, pronta - forse neppure per amore, ma per
mera convenzione borghese - ad accettare qualunque compromesso pur di
salvare le fragili parvenze cui si aggrappa. La ragazza, probabilmente
la figura più interessante, è una vittima-provocatrice, incattivita,
contraddittoria, e non si sa quanto risulti consolante il fatto che
sia l'unica capace di una specie di contorta e velenosa sincerità. L'eccellente
spettacolo realizzato da Cesare Lievi per il Centro Teatrale Bresciano
accentua questa sensazione di oppressione fin dall'efficace impianto
scenografico di Joseph Frommwieser: un cottage emblematicamente affacciato
su un'inaccessibile campagna, nascosta da una claustrofobica serranda
che si aprirà su finti prati solo in occasione dell'improbabile riconciliazione
conclusiva. Molto bella e pertinente anche l'idea delle immagini fotografiche
che alla fine di ogni quadro sembrano metaforicamente bloccare i personaggi
inchiodandoli al fondale. Carla Chiarelli disegna con impeccabile adesione
la figura inacidita della moglie, Francesca Bracchino evoca con dolente
arguzia la ragazza, Fernando de Colle è un Richard debitamente sfuggente.
"The country" di Martin Crimp, regia di Cesare Lievi, Brescia, Teatro
Santa Chiara, fino al 23 dicembre.
Renato Palazzi
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