Il Giorno, Venerdì 12 gennaio 2001
Nuova luce dalle "Ultime lune"
Milano - Sembrava impossibile ricreare l'incanto di uno spettacolo - quello di cinque anni orsono, ch'era stato l'ultima interpretazione di Mastroianni - con questa ripresa di "Le ultime lune" di Furio Bordon, il quale assume anche la responsabilità della regia (Al San Babila, fino al 28). Invece, la riedizione teatrale di questo bel testo, che onora la drammaturgia italiana a che ad oggi è stato tradotto in 12 lingue, non fa rimpiangere - è tutto dire - il primo allestimento, regista Bosetti. Se il distacco amaro di un Mastroianni già aggredito dal male, che introiettava il suo ruolo con malinconia, dava il tono al primo allestimento, adesso l'interpretazione magistrale di Gianrico Tedeschi (salutata dalla platea del San Babila con dei "bravo") proietta sulla pièce una luce nuova: quella di una risposta più consapevole, ironica, al "gran naufragio" della vecchiaia, fino ad una dolce pazzia che isola il protagonista nell'innocenza di una ritrovata infanzia. Debbo aggiungere - ma dopo avere raccomandato a tutti questo spettacolo "dal volto umano", ed avere auspicato che la RaiTv ne faccia presto un'edizione televisiva - che il merito del successo spetta anche a Marianella Laszlo - la quale, nella parte della moglie morta, è capace delle stesse limpide vibrazioni della prima interprete, Erica Blanc - e di Walter Mramor, che nel ruolo del figlio trova accenti giusti tra l'affetto per il genitore e la naturale alterità della giovinezza. Ultima considerazione, di non piccola importanza: Bordon si è ben guardato dal realizzare una riedizione fotocopia; ha rielaborato il testo (disponibile in versione narrativa nelle edizioni Marsilio) approfondendo, oltre la dimensione del privato, il tema antropologico e sociale della solitudine della vecchia e, nella seconda parte, raggiungendo momenti di espressiva intensità che fanno pensare a Bernhard e a Beckett. Nella prima parte noi vediamo un vecchio, un professore, che nella sua stanza, fra libri e ricordi (la parete di fondo è resa con le pagine aperte di un grande album fotografico) aspetta che il figlio torni dall'ufficio per accompagnarlo a Villa Delizia, una casa di riposo. Ascolta Bach, la messa in Si minore, e con la moglie, morta molti anni prima, parla dell'amore, della vecchiaia, della morte. Arriva il figlio ovviamente inconsapevole del dialogo fra i genitori, a fra i due uomini si svolge una conversazione che oscilla fra piccole crudeltà e tregue di dolcezza. Nella seconda parte il vecchio è nella casa di riposo, solo in scena, strappate le fotografie, slabbrati i ricordi, intento a parlare ad una piantina di basilico, residuo legame con la realtà. Il resto è cronaca delle squallide giornate nell'ospizio, ascolto dei "fantasmi" che lo abitano e parlano con i gorgoglìi delle tubature dell'acqua, ironia amara, ribellione impotente, straniamento surreale, ma anche stoica consapevolezza, ri-fugio nell'infanzia, attesa del trapasso che s'annuncerà nella luce di un lontano, dickensiano Natale. Ogni sillaba, ogni frase di questo testo dolce e straziante sono dette da Gianrico Tedeschi con la misura di una verità umana che scandisce lo scandalo del tempo finito.
Ugo Ronfani

La Repubblica, Lunedì 15 gennaio 2001
Torna in teatro "Le ultime lune" che fu l'emozionante addio alle scene di Mastroianni
Odissea di un tenero ottantenne Gianrico Tedeschi e i drammi della terza età

Milano - E' una sorpresa il ritorno alle scene di "Le ultime lune", la intensa pièce di Furio Bordon legata all'emozionante addio di Marcello Mastroianni, che coraggiosamente scelse di vivere nella sua ultima stagione la storia di un uomo di fronte alla fine come lui, con un pudico distacco che cercava di proteggerne la profonda introspezione. Ora questa ripresa, che segue i molteplici successi stranieri con traduzione dell'opera in dodici lingue, mentre onora la memoria del grande attore, più giovane dalla parte, permette al testo di rendersi autonomo, uscendo dal documento per rientrare nella finzione. In effetti l'interpretazione a un tempo più grintosa e vitalisticamente giocata di Gianrico Tedeschi, che ha gli ottant'anni del personaggio, cambia volto allo spettacolo, dilatando il rilievo della prima parte e la durezza rabbiosa con cui il protagonista denuncia con acuti dettagli la condizione della vecchiaia oggi, al momento di un bilancio forzoso. Si trova infatti sul punto di lasciare la casa del figlio per l'ospizio, sfogandosi in un lungo dialogo ad alta voce con la moglie scomparsa da trent'anni, prima di conoscere il tracollo fisico, figura visibile a lui e al pubblico nella tenera presenza di Marianella Laszlo. E il figlio troppo quadrato e benpensante (un misurato Walter Mramor) gli darà invece modo di buttare fuori la sua ansia di rivalità e di comando liberando una dispettosità scherzosa ma capace anche di ferire. La seconda parte, ambientata qualche anno dopo nello squallore del reclusorio, perde così la centralità che riempiva l'edizione precedente, anche se l'autore (qui è anche regista) provvede giustamente a isolarla con un intervallo, e ad arricchirla con qualche descrizione in più di quell'inferno grigio dove si dibattono, in attesa della morte, questi riottosi anziani tornati bambini. Su uno sfondo di manifesti laceri che, nella debole scena povera firmata Milli, sostituisce i disegni di paperini disneyani del primo tempo, il vecchio è solo, alleviato dall'ascolto di un'auricolare, tenendo in braccio un vaso di basilico come interlocutore, ma, forse per suggerimento registico, si abbandona allora al flusso verbale con un'isterica accelerazione beckettiana, senza un attimo di respiro, impedendo di distruggerne i particolari e salvandone la drammaticità. Questa sua agitazione anche motoria si placa solo alla fine, quando il bravissimo inesauribile Tedeschi si lancia nell'inno alla sacralità della morte ma senza angoscia né commozione: e, a coronare il sogno di una chiusura regressiva nell'infanzia, da uno squarcio della parete Bordon gli fa apparire il desiderato albero di Natale con i suoi lumini accesi sotto la neve, conducendoci a una chiusura idilliaca da lieto fine che, per essere consona alla scrittura, dovrebbe però sottolineare di più il suo carattere illusorio. Ma è una cornice che appaga la gran voglia di applaudire del pubblico.
Franco Quadri

Corriere della Sera, Mercoledì 22 Gennaio 2001
Un convincente Tedeschi molto "beckettiano"
Finalmente, signor Godot

Gianrico Tedeschi costruisce i suoi personaggi con profonda intelligenza, con una forza che parte dalla mente per spandersi al cuore. È un attore che segue la curiosità, indaga idee importanti, rischia la trasgressione, gioca in contropiede e con piccoli, impercettibili scarti esce sempre dalla convenzione, che interpreti Carlo Goldoni o Thomas Bernhard. E anche in questa bella edizione de "Le ultime lune" di Furio Bordon, Tedeschi riesce a spiazzare col suo gioco di spostamenti impercettibili e di impercettibili dislocazioni del sentire del personaggio. Il suo vecchio professore che vive l'estrema stagione della vita decidendo, assecondato senza troppa resistenza dal figlio, di andare a vivere in una casa di riposo, non è un uomo sconfitto con gli occhi solo rivolti verso il passato, è un grande "vecchio" beckettiano, rabbioso, indignato, fragile ma consapevole che la partita, persa in partenza, vada giocata fino in fondo, possibilmente tenendo il pallino, il pallino della critica, della riflessione ancorché amara, guardando in faccia la vecchiaia, per sua natura solitaria, indigente e maligna, non per poterla vincere ma per poterla vivere. Un esploratore nel mondo della vecchiaia che non si piange mai addosso, è un uomo intatto con le sue molte debolezze, le sue mille afflizioni, i suoi molti sogni, il suo bisogno d'affetto. È coinvolgente e dolce nel suo dialogare complice, appena velato di amara ironia, nel primo atto con l moglie morta da trent'anni, la brava, intesa e tenera Marianella Laszlo. E tra ironia e dolcezza si fa strada anche nel dialogo col figlio, il misurato Walter Mramor, un amore difficile ma intenso. Gianrico Tedeschi penetra nel testo di Bordon, che firma anche la regia, dopo la toccante interpretazione di Marcello Mastroianni, disvelandone lati non esplorati, ben evidenziandone la lucida scrittura e il giusto dosaggio tra commozione e sorriso. Il tema della vecchiaia in una società drogata dalla efficienza, dalla produttività e dal nuovo, è un tema scomodo che lo spettacolo affronta con bella, pacata efficacia.
Magda Poli

La Nuova Sardegna, Venerdì 25 Gennaio 2002
Le lune di Tedeschi.
Il grande attore regala una magica interpretazione al pubblico del Verdi.
Sassari - Che dire di questa splendida performance, a tratti sublime, di Gianrico Tedeschi? Bello il testo, bravissimi gli interpreti, discreta e raffinata la regia: non c'è dubbio. Ma poi viene lui, col suo passo sbilenco e apparentemente malfermo, ed è un'esplosione di emozioni. Alla fine di questo spettacolo, "Le ultime lune di Furio Bordon", reso famoso da un altro grande, Marcello Mastroianni, e presentato al teatro Verdi dagli Artisti Associati e dalla Compagnia Gianrico Tedeschi per il circuito regionale della Cedac, anche il pubblico è esploso in un lungo, interminabile, affettuoso applauso. Il testo è un bellissimo racconto drammatico, pieno di finezze stilistiche e di una sorta di lirismo rappreso e baluginante, che si libera in forme pacate e contenute, per addensamenti e rarefazioni, fino al canto fermo del finale. La scena (firmata da Milli), è semplice e suggestiva: una stanza in disordine, con una poltrona a sinistra (che scomparirà nel secondo tempo), una sedia, uno sgabello, pacchi di libri e altri oggetti di sgombero sparsi un po' dappertutto. Un luogo chiuso, insomma, che apre e sostiene il tema centrale dell'esclusione. La stanza riceve luce solo da una finestra dipinta sulla pagina di un grande diario aperto, con disegni infantili, che occupa tutta la parete di fondo. All'apertura del sipario Tedeschi è già in scena, parla con se stesso e con la moglie (che in realtà è morta). Si rievocano i tempi passati, il primo incontro, i problemi di salute del vecchio, le piccole cose quotidiane di una vita che potrebbe dirsi felice. Tedeschi è scorbutico e ironico, docile e tagliente. Al dinamismo bizzoso fatto di rapidissimi scatti di Tedeschi risponde l'indocile pacatezza dell'ottima Marianella Laszlo, che ravviva il dialogo in forme più distese: un controcanto godibile che rappresenta l'ultima pausa di benessere, il riflesso di una felicità forse sognata. L'ingresso del figlio, reso ancor più antipatico dalla recitazione robusta e venata di sussulti nevrotici dal bravissimo Walter Mramor, annuncia la fine del breve idillio: è ora di partire. Poi (ed è tutta la seconda parte) il vecchio si sentirà del tutto escluso dal mondo, uomo a tutti gli effetti, pur tra i molti malanni, ma condannato a una condizione di inesistenza e di vera e propria cancellazione dai rituali ripetitivi e assurdi di Villa Delizia, la casa di riposo dove un uomo non è più un uomo ma un fantoccio che deve portare il pannolone, comportarsi bene a tavola e odiare gli altri col sorriso sulle labbra: insomma un fantasma fatto di buone maniere e di incomunicabilità. Tedeschi da realtà di personaggi anche a quei fantasmi gorgogliane. Poi parla a una pianticella di basilico che ha teneramente allevato, e ti pare che quel basilico si illumini d'affetto e risponda; parla con la sedia, e la sedia si fa oggetto vivo. Un lungo monolo go che si frantuma in mille storie di vita, e ciascuna irrompe vigorosamente sul palcoscenico, ne senti il respiro, e cominci a pensare, infantilmente, che i fantasmi, quelli veri, tormentino le nostre notti forse solo perché si sentono respinti. E' gente che vuole rivivere nelle tue parole. Tedeschi lo sa. Quel falso monologo diventa un fiume inarrestabile di presenze che appaiono e scompaiono, ma lasciando ciascuna il suo profumo e la sua pena. Ecco il buon vecchio Nieder sempre pieno di buone parole e gentile con tutti, ma allontanato dalla comunità dei reclusi perché di notte fa brutti sogni e urla come un pazzo. Ecco l'ubriacone Cafiero, ex professore di letteratura, che si innamora di una vecchia megera e muore travolto da una motocicletta dopo il licenziamento della donna. Ecco un altro ospite che non la smette mai di parlare del figlio troppo buono che - dice lui - vorrebbe riportarlo a casa; ; ma quando è solo va a sfogare la sua angoscia di padre indesiderato nel cesso. Altre vite infelici si affollano nella memoria ormai stanca. Poi il grande interprete ridiventato personaggio si affloscia sulla sedia, sognando l'ultima notte di Natale. La regia è dell'autore, i costumi di Stefano Nicolao e le luci di Luraj Saleri.
Leonardo Sole

L'Unione Sarda, Giovedì 16 Novembre 2000
All'Alfieri in scena "Le ultime lune" di Furio Bordon.
Cronache dalla vecchiaia.
Gianrico Tedeschi, ironia della terza età.
Non sappiamo come Mastroianni recitasse Le ultime lune. Giusto qualche frammento, rubato alla tv. Possiamo intuirlo, non è difficile. Possiamo anche immaginare che, dentro, ci vedesse se stesso. Un po’ per profezia un po’ per realtà. Dicono che l’interpretazione fosse memorabile, anche se non la migliore della sua carriera. Tanto memorabile da rendere «improponibile una riedizione». Un omaggio sì, però, come quello di Gianrico Tedeschi. Che poi è sufficientemente (molto) bravo da fare a meno di confronti: Le ultime lune, per carattere, ironia, sarcasmo, tenerezza, gli vanno a pennello. Le calza come un guanto. Personaggio stralunato, ipercosciente, candido e velenoso, delicato e feroce: l’interpretazione di Tedeschi è tutto questo. Ugualmente da ricordare. Ben più di un omaggio. Le ultime lune, all’Alfieri di Cagliari per la rassegna Cedac, è un’opera sulla vecchiaia. Furio Bordon firma (anche nella regia) una commedia, un dramma, un pamphlet. È la lucidità di un anziano professore (di letteratura) che sente l’insostenibile pesantezza degli anni. Per lui non vale l’assioma “dipende da come ti senti dentro”, vale piuttosto la regola “non puoi più essere felice quando invecchi”. Per lui, che ha sempre visto la vita dal lato divertente, il presente è ipertrofico: un carico di cose che non sono e non possono essere più, anche perché manca il tempo. È fuori gara. Anzi, «è semplicemente fuori»: le sue idee sono moneta svalutata. Per un momento ha pensato che la senilità potesse coincidere con l’anarchia. Illusione. La vecchiaia è una galera dove si può solo fantasticare. Una galera fatta di sogni. «Dicono che i sogni siano dei giovani». Non è vero, «quelli dei giovani sono speranze». Articoli introvabili quando sorgono le ultime lune. Il professore parla con la moglie, morta da tempo. Una donna della categoria «per sempre». Parla in una scenografia (bellissima) che ripete le pagine aperte di un libro. Di un diario dai colori caldi. Dove sono attaccate figurine del mondo di Paperopoli. Pluto, Paperino. Soprattutto Qui, Quo e Qua. Il professore voleva essere Qua. Vorrebbe esserlo ancora adesso che non usa il pannolone benché qualche volta si faccia la pipì addosso. Adesso che, se qualche vecchietta lo guarda, è per chiedersi «quanto fa la sua pensione più la mia». Parla e ricorda, con la moglie “spalla” dolce, dolcemente critica, dolcemente complice. Parla nell’attesa che arrivi il figlio: c’è un ultimo viaggio da fare, verso la casa di riposo “Villa delizia”. Un viaggio deciso dal vecchio, che il giovane non osteggia. Del resto, il figlio non è della stessa stoffa del babbo. «Tonto», maniaco della precisione, vagamente ottuso, prototipo di una borghesia giacca cravatta e niente emozioni. In fondo, dice la mamma, «lo abbiamo sempre preso in giro». Anche perché, fin da piccolo, «sembrava la miniatura di un pensionato». Il figlio non ha cercato di capire il babbo e il babbo, lo ammette, non ha mai cercato di capire il figlio. Va via per orgoglio, per non essere di peso, e non vuole elemosine di sentimenti. È un gioco di memoria, fra lui e lei. Arriva il figlio ed è uno strano gioco a tre: il vecchio e il giovane, con un fantasma che vorrebbe frenare l’aggressione. Perché il professore “aggredisce” il figlio. Con la forza incontenibile della vecchiaia, che sa creare complessi di colpa, rimorsi. Nel ring il professore è vittima ma vincitore. E la “commedia” di Bordon potrebbe chiudersi qui, in un disegno circolare che comincia e si chiude con la stessa beffa: far credere al figlio «credulone» di essere un trovatello. La seconda parte è meno avvincente: il professore nella casa di riposo, per un lungo monologo attorno a una pianta di basilico, l’unica chiazza di verde in una scenografia che è ancora libro di memorie, album di fotografie, ma sbiadito, grigio, cadente. Il vecchio che ascoltava Bach da uno stereo ora si è abituato alla cuffia, al pannolone e alla supposta. L’ultima fantasticheria è andarsene a Natale, sotto la neve e un canto canonico. Per evitare i ciabattamenti dei compagni di ospizio e i fruscii dei morti, che scorrono nelle tubature. Opera sulla vecchiaia e non su un vecchio. Il testo di Bordon, per strade drammaturgiche tradizionali, ha l’ambizione (e il risultato) dell’universalità. Ritratto non episodico di un’età paurosamente ingrata. Un testo per tre attori che rispondono persuasivamente: Tedeschi ha spesso il dono dell’emblema, Marianella Laszlo è un modello di leggerezza, Walter Mramor il credibilissimo figlio di genitori troppo vitali. Teatro di emozioni, anche di brividi. Senza mascheramenti, senza ipocrisia.
Roberto Cossu

Avvenire
Se amate il teatro, non trascurate "Le ultime lune" di Furio Bordon perché ve I assicuro, la lezione d'arte e di vita di cui è capace Gianrico Tedeschi è di quelle che pochi, anzi oggi ormai pochissimi attori, riescono a regalarci...
Domenico Rigotti

Il Tempo
…Tedeschi supera se stesso nel tentativo riuscito di coniugare la calviniana leggerezza della sua recitazione con la rabbia dignitosa e lacerante di chi è tagliato fuori dal mondo… uno spettacolo da non perdere per la sua magica sobrietà nell'affrontare un grave problema umano e sociale attraverso l'arte sublime di un teatro concepito in tutta la sua potenzialità espressiva.
Tiberia de Matteis

Il Messaggero
…Commosso e commovente, scaltro ed impaurito, Gianrico Tedeschi, nel ruolo del protagonista, è perfetto. I sogni, come la musica, volano nell'aria, e con essi i ricordi. Non rimpianti e bugie, ma paura e pazienza, desiderio di urlare la sacralità di ogni età, di ogni gesto, di ogni parola…
Paola Polidoro

Il Gazzettino
... Invero Tedeschi riesce a comunicare, con quella capacità che gli è propria con quell'estro morbido, ma disincantato, una verità più intensa, fatta di quotidianità universale, nella necessità inevitabile di un'ultima illusione - e conclude - Ovazioni continue e battimani per dieci minuti. Appuntamento da non perdere.
Mary Barbara Tolusso