La Stampa, Domenica 28 Ottobre 2001
Aiuto! Mi è arrivata una ragazza in casa
Il Comunale di Alessandria ha fatto le cose in grande. In occasione della messa in scena di "Carnet d'appuntamenti", commedia di Jean-Claude Carrière altrimenti nota come "Il catalogo", ha fatto precedere lo spettacolo di Beppe Navello da un paio di avvenimenti che hanno richiamato un onesto interesse di pubblico. Il primo è consistito nella proiezione del "Fantasma della libertà", film di Luis Bunuel sceneggiato da Carrière: nelle intenzioni questo capolavoro doveva far parte di una piccola rassegna bunueliana, ma pare che sia diventato difficilissimo reperire l'opera cinematografica di colui che si definiva l'ultimo, vero surrealista. Il secondo ha segnato l'arrivo dello stesso Carrière, che con un'impagabile "verve", ha accettato di Osvaldo Guerrieri inviato a ALESSANDRIA esporsi pubblicamente, di parlare di sé, del proprio lavoro, dei segreti di un'attività che ha del prodigioso, tanto è ricca di generi e di titoli: letteratura, cinema, teatro, saggi persino sul buddismo, religione scoperta già nell'infanzia, fra le vigne del Midi coltivate dalla famiglia Carrière. Ricordi, aneddoti, differenze di stile tra i grandi committenti (Bunuel e Peter Brook sopra tutti), metodo di lavoro, improvvisazioni col pubblico: un autoritratto d'artista in stato di grazia. Ed eccoci a "Carnet d'appuntamenti", titolo magari un po' frivolo per una commedia che frivola non è, ma che anzi è sorprendente, irrealistica nella sostanza, magari un poco surrealista. L'"aide-mémoire", alias "II catalogo", alias il "Carnet d'appuntamenti", è l'album sul quale un giovane manager scapolo annota tutte le proprie conquiste. Non per vanità, ma perché è di memoria labile e non vuol rischiare di corteggiare più volte la stessa donna. Un mattino entra nel suo monolocale una ragazza: cerca un uomo. Ha bussato alle porte di tutto il palazzo, ha visitato invano le case vicine e quelle del quartiere. E' esausta. Implora di restare un poco: il tempo di riposarsi. Poi sparirà. Naturalmente non sparisce, anzi si radica sempre di più in quell'appartamento piccolo e scomodo, s'insinua nella vita del ringhioso ospite, e quando finalmente gli dice di avere trovato un appartamento, è lui che la implora di restare. Le parti sembrano essersi rovesciate, così come la realtà sembra entrare nella finzione. Non per caso, nel prefinale, il giovanotto pronuncia il proprio cognome: è quello dell'uomo che la ragazza ha cercato disperatamente. È stato tutto un gioco? Ciò che abbiamo visto è stato un abbaglio fantastico? Oppure la vita ha costruito uno dei suoi straordinari teatralismi? Sono queste le domande che sembrano guidare il lavoro registico di Navello, il quale, nel candido monolocale disegnato da Francesca Cannavò, si preoccupa soprattutto di creare un rapporto tra tempo cronologico e tempo mentale. Ne deriva uno spettacolo certamente gradevole ed elegante, ma anche di sottile sospensione, quasi che tutto - gioia, eros, sorpresa, attesa - sia affacciato sull'enigma di un vuoto. A questa delicata cifra interpretativa obbediscono senza riserve Lino Capolicchio e Romina Mondello, che dalla commedia di costume, e per minuscoli slittamenti, scivolano in un territorio più allarmante, più fantasioso e insieme più crudele. Molto bravi. Molto applauditi.
Osvaldo Guerrieri

La Sicilia, Venerdì 3 Agosto 2001
Il "Carnet" di Capolicchio collezionista di sogni perduti.
Taormina - Quei favolosi Anni Sessanta. Quando la "favola" del Teatro aveva nuovi incantatori: Pinter, Osborne, Wesker, Simon. Padri giovani di una drammaturgia cresciuta e autorevole nel tempo, a cui non pochi (e non poco talentosi) autori si sono ispirati. Tra questi, figura certo Jean Claude Carrière, oggi settantenne, penna d'oro di certo cinema francese e non (Bella di giorno, La piscina), più volte dramaturg per "mostri" della scena come Jean Louis Barrault e Peter Brook (per quest'ultimo mette in piedi Mahabharata e Il timone d'Atene, Misura per misura) e drammaturgo tout court, Carrière: Aide memoire, scritto per Montagnani e Micol Pambieri, andava in scena otto anni fa. Si ispira, traspira, respira nel 1968, invece (ecco appunto gli Anni Sessanta) Carnet d'appuntamenit, fino a ieri in scena al "Palacongressi" per la stagione di prosa di Taormina Arte con la regìa di Beppe Navello, interpreti Lino Capolicchio e Romina Mondello. Il play degli Anni Sessanta dunque: impregnato di concetti, rotture, congiunture e al tempo stesso filosoficamente leggero come Carnet, una pièce a due e rigorosamente (trasgressivamente, all'epoca) da camera. Il che, se da un canto sembra ancora portare piccole striature del teatro da camera di Tardieu, dall'altro ha già la libera clausura della room, la "stanza" di Pinter, insieme con quel sottile gioco della memoria alla maniera di Old times. Ma non è finita. Ve persino qualcosa di A piedi nudi nel parco e Ma papà ti manda sola, in quell'incipit leggero ed "equivoco" in cui la giovane, petulante, "saputa" Romina Mondello irrompe "per sbaglio" nello studio-appartamento di un tranquillo uomo in carriera. Tranquillo ma forse no. La fanciulla, peraltro, si dice convinta di trovarsi a casa di un tale signor Ferrand ma intanto, stanca morta com'è o come vuol far credere, si sfila gli stivali bianchi su fantasiose calze trasparenti con grossi pois bianchi e neri che sbucano da un paio di hot pant dapprima nascosti dallo spolverino sempre bianco e nero, in uno stile tra il swinging London e Tous le garcons et les jeunes filles de mon age (e a proposito di atmosfera, raffinatamente evocative erano le musiche di Germano Mazzocchetti che, come al solito, impara subito la lingua del drammaturgo e prontamente la riscrive sul pentagramma). Lui -Capolicchio è interdetto, lusingato, contrariato, ostacolato. Ha giusto un rendez-vous, serale e non proprio intellettuale, con una ragazza (l'altra sarà per l'amico) che potrebbe magari aggiungersi alle 134 del suo Carnet, un "bottino" che la giovane intrusa non smetterà di puntare, sbirciare, "imboscare" mentre già prende possesso di letto, guardaroba, colazione. In una parola, casa. Che l'allestimento (su scene di Francesca Cannavò) "costruisce" intelligentemente su un girevole, così da avviare un processo "cinematografico" secondo cui si vede la stessa casa - e la stessa cosa - da più punti di vista. La ragazza è in cerca di un appartamento in affitto, ma non se ne andrà mai; lui sembra non aspettare altro che di liberarsene ma non potrà mai metterla alla porta. Anzi. Cadrà pericolosamente in crisi quando lei, terapeuticamente, gli fa credere d'aver trovato una sistemazione. E con quella, qualcos'altro. Prendere o lasciare, prendersi e lasciarsi. Essere o non essere. Già. Perché dopo aver raccolto - il protagonista e noi con lui - la confidenza della ragazza che in Ferrand in realtà cerca l'uomo che l'aveva messa incinta l'anno prima (il bambino però non c'è più) appena prima del penultimo "cambio di prospettiva", Capolicchio butterà lì un "Mi chiamo Ferrand", tanto per gradire. Un colto impegno piacevolmente disimpegnato, Carnet d'appuntamenti, una pièce in scena semplicemente perché è bella e piacevole da recitare. E in cui, appunto, Romina Mondello, peperina e fisicamente eloquente alla Jacqueline Sassart, è quasi da mangiarsela quando è naturale, schietta e a suo modo fascinosa; diventa ingessata, per contro, e con una recitazione curiosamente straniata quando deve immettersi in "strani interludi" che non sarebbero più ne a tempo ne a luogo. Volutamente ed efficacemente degagé, Lino Capolicchio, assolutamente credibile nel suo essere candido e ambiguo a un tempo, sfuggente e opprimente. Un "collezionista" di sogni perduti, lucidamente fornito di lungo mestiere.
Carmelita Celi