Il Secolo XIX, 28 Febbraio 2002
Applausi al testo diretto da Monicelli e interpretato da Calà,Oppini e Ninì Salerno.
Zingarate sulla scena.
"Amici miei" ha debuttato in teatro ad Agrigento.
Agrigento - Volete un esempio di cinema, letteratura e teatro offerto al pubblico in salsa allegra e spensierata? Ve ne raccontiamo qualcosa dopo aver visto sulle tavole del glorioso "Pirandello" la prima di "Amici miei", due atti scritti da Francesco Bellomo e Claudio Insegno, che hanno indubbiamente tratto ispirazione dalla sceneggiatura tradotta per il grande schermo in due pellicole del quartetto Monicelli, Pinelli, De Bernardi e dallo scomparso Benvenuti che a loro volta avevano saputo trattare con maestria l'idea originaria di Piero Germi nei primi anni Settanta. Adesso questi autorevoli personaggi han deciso di imbarcarsi in uno spettacolo - leggero e misurato - per il teatro firmato dal prolifico e sagace Mario Monicelli, mente a film usciti con straordinario consenso di pubblico la coppia Benvenuti e De Bernardi aveva trovato il tempo di pubblicare sulla commedia un libro. Con "Amici miei " Germi aveva probabilmente privilegiato il suo ultimo approdo, ossia la commedia moralistica, non tralasciando tuttavia di tornare all'amarezza delle sue opere più intimiste. In questo però Monicelli non l'ha voluto seguire preferendo puntare sulla descrizione degli scherzi combinati a raffica dai cinque personaggi attorno ai quali ruota la storia. La qual cosa fa venir meno il presupposto che avrebbe dato al film (ce ne fu un terzo diretto poi da Nanni Loy) un significato diverso. In tearo Bellomo e compagni han preferito mantenere il tono vivace e festoso della domenica strappa risate inserendovi anzi nuove gradevoli boutade che certamente arricchiscono il copione, ma allo stesso tempo inducono alla riflessione di noi poveri mortali sulla brevità dell'esistenza. In quello che i cinque amici cinquantenni, spesso con lo spirito dei bambini, s'inventano e definiscono "zingarate" (schiaffoni ai viaggiatori affacciati ai finestrini dei treni in stazione, bugie sulle rispettive professioni sociali, perfidi castighi all'avido pensionato) si colgono al fondo i tentativi di esorcizzare la morte attraverso un modo di vivere picaresco e intriso di ragazzate. In questo senso il tramonto della vita di ciascuno di noi si coglie con feroce simpatia sin dalle prime battute allorché all'interno di un camposanto personaggi e interpreti tirano subito fuori il loro repertorio buffo e divertente senza tralasciare un pizzico di odio e diffidenza per le donne, tema che ricorre spesso durante la commedia. Il trio Jerry Calà, Franco Oppini e Ninì Salerno incarnano assai bene i rispettivi ruoli che al cinema furono di grandi autentici "mostri" (Tognazzi, Moschin, Noiret ed altri) trascinando al consenso anche gli altri cooprotagonisti. Una parola in più ci sentiamo di spendere per Salerno, eccellente narratore chiamato a coordinare le varie fasi della storia sino alla morte sulla scena del suo Peruzzi. Certamente un significativo recupero dopo quell'imprecisato ruolo televisivo a "Buona Domenica". Cast complessivamente affiatato che nella città dei Templi ha avuto un positivo battesimo. Ottima ed originale la scenografia di Armando Narini e Cristian Biasci. È certamente malinconico e struggente il tema musicale centrale delle versioni filmiche di Carlo Rustichelli sostenuto nel nostro caso da belle colonne sonore ed orchestrazioni di Andrea Orlando. "Amici Miei" attraverserà tutto lo stivale per complessive 85 piazze. In Liguria lo spettacolo andrà in scena ad Alassio il 22 aprile.
Corrado Catania

Il Mattino, 3 Marzo 2002
La prima ad Agrigento con la firma di Monicelli
"Amici miei" E la zingarata diventa teatro .
Humour e una vena di malinconia nello spettacolo tratto dal famoso film.
Agrigento - Cala più volte, il fondale che riproduce un paesaggio di Rosai del '33. E le forme e i colori tipici del grande pittore toscano - quel suo cubismo filtrato attraverso i Macchiaioli - invadono non solo anche gli altri fondali, necessari per indicare i vari ambienti, ma addirittura gli arredi e gli oggetti di scena, come la carrozzeria di un'automobile. Senza contare la riproduzione de "La lezione di anatomia del dottor Tulp" di Rembrandt che incombe sul colloquio in cui il Sassaroli, appunto, estrae dal "corpo" della relazione fra sua moglie Donatella e il Melandri tutte le "metastasi" che andranno a carico del focoso architetto. Insomma, "Amici miei" - lo spettacolo tratto dall'omonimo e famoso film di Monicelli e presentato da Francesco Bellomo in "prima" nazionale al Teatro Pirandello di Agrigento, in un allestimento firmato dallo stesso Monicelli e diretto da Claudio Insegno - non punta a trasportare il cinema in palcoscenico, ciò che sarebbe ovviamente impossibile, ma s'attesta sul versante dell'indagine psicologica. E al riguardo mi torna subito in mente proprio una considerazione, oltremodo emblematica, di Rosai: "Nascerà un artista come una brutta giornata, una di quelle giornate d'inverno nere, fredde, pungenti, in cui la pioggia ti sbatte a cenciate sul viso, quasi fossero manciate di pruni. Di dolore avrà fatta la vita, continuo, infinito, per non arrivare a dare con la sua opera la pace né a se stesso né agli altri". Ebbene, gli omini di Rosai - persi in una solitudine amara, ch'è anche solitudine morale - non sono forse parenti stretti dei nostri "amici"? Del resto, lo dichiara esplicitamente il Perozzi, che di questi ultimi è un po' il portavoce: "... non è facile giocare continuamente. Il gioco ha un fondo di serietà che nemmeno si sospetta. E così, a volte ci guardiamo, ci giudichiamo e finiamo per chiederci tutti cosa ci stiamo a fare nel mondo...". E allora, si capisce che le "zingarate" del quintetto Perozzi-Melandri-Mascetti-Sassaroli-Necchi non sono che tentativi di esorcizzare la vita e, con essa, il tempo che passa e l'avvicinarsi della morte. Con questo, s'intende, non voglio dire che lo spettacolo diretto da Insegno non susciti risate. Dico solo - ed ecco il suo merito, ecco la sua specificità teatrale - che, rispetto al film, suscita risate meno numerose e, insieme, più pensose, giacché segnate da un retrogusto di malinconia esistenziale. E belle, peraltro, risultano talune invenzioni, del pari tese a non scimmiottare pedissequamente e vanamente la pellicola: come quando la celeberrima scena della stazione viene evocata con i cinque "zingari" che si precipitano in platea e fingono di schiaffeggiare gli spettatori, mentre in palcoscenico cala l'ennesimo fondale che (una semplice citazione, dunque) riproduce il treno con alcuni attori che sporgono la testa dai fori in cima ai busti dipinti dei viaggiatori. In definitiva, un prodotto garbato e gradevole. E apprezzabile - nel contesto delle scene di Armando Mannini e Cristian Biasci, dei costumi di Teresa Acone e delle musiche di Andrea Orlando, che, naturalmente, non tralascia di riproporre il noto tema di Rustichelli - è anche la prova degl'interpreti: primi fra tutti i tre ex Gatti di Vicolo Miracoli Jerry Calà (Mascetti), Franco Oppini (Melandri) e Nini Salerno (Perozzi), ben affiancati da Stefano De Sando (Sassaroli) e Gaetano Aronica (Necchi), e poi, via via, Veronica Maya (Titti e la caposala), Francesca Nunzi (Donatella e la suora), Gabriella Silvestri (Carmen), Nino Bellomo (Sabino), Massimo Germano (il vedovo e il prete) e Giampaolo Mai (il becchino e Luciano). Alla "prima" teatro gremito, divertimento e applausi cordiali, anche a scena aperta. Adesso sono in corso le trattative per portare lo spettacolo, nella prossima stagione, pure qui a Napoli.
Enrico Fiore

La Sicilia, 28 Febbraio 2002
Quei goliardi, tutti insieme verso la fine.
Affiatati e promossi tre "Gatti" più due nelle crudeli "zingarate" di Monicelli.
Agrigento - La cacatella looonga... vuol la padeeella/ dalla soreeella... Ecco i supremi goliardi della crudeltà, teorici e pratici della "zingarata" d'autore. Ecco dunque Amici miei, eroi-culto di film-culto: i primi due, del '75 e dell'82, osannatissimi, scritti e diretti da Mario Monicelli, e l'"Atto III", di tre anni più tardi, firmato da Nanni Loy. Cinque in tutto e tutti insieme verso la fine - Perozzi, Melandri, Mascetti, Sassaroli, Necchi - oggi "riesumati" da Francesco Bellomo che ne riscrive la drammaturgia (non senza i "magnifici tre" dell'originale ossia Monicelli, Pinelli e De Bernardi ed il regista, Claudio Insegno) e li riconsegna al pubblico nello spettacolo che ha debuttato ieri l'altro al Teatro Pirandello di Agrigento (fino a domenica 3 marzo) e che, dopo un breve tour ancora siciliano, spiegherà le vele per il Continente ossia il Teatro Manzoni di Milano a maggio. Permettete una digressione. Una pittura, una qualunque e al tempo stesso unica: Giochi di bambini di Bruegel. Impossibile o quantomeno assai poco pensabile è l'idea di "raccontare" quello stadio di fantasia e d'immaginazione che rimane sulla tela. Difficile illustrarlo con fatti e parole che non siano colore, luce, prospettiva, in una parola il registro espressivo dell'originale. La stessa cosa poi, accade in teatro, ogni qualvolta ci si ostina a trasporre in scena un romanzo che è scritto per essere letto ed "im maginato" nei fatti: non si può (o non si dovrebbe) lasciare che siano altri a "suggerirci" ciò che noi dobbiamo "comporre". Il cinema potrebbe persino essere più facile da portare in teatro. Ma è un tranello. Poiché il film è comunque un documento per immagini, il discorso, la storia è immagine. Però il caso di Monicelli e dei "suoi" Amici è certamente diverso, diverso dev'essere il trattamento di un demiurgo come lui, della brillante commedia borghese per il cinema. Monicelli specialmente e specialmente se è lui che in qualche modo ne cura il "trasloco" (presentissimo nei trenta e più giorni di prove di questi Amici miei, l'ottuagenario "ragazzaccio" toscano ha anche protestato qualche attore), privilegiando non tanto i momenti più spettacolari quanto quelli più decisamente teatrali. Per questo, forse, l'ipotesi di Amici miei può essere allettante, sostenibile e alla lunga financo convincente. Se non altro, e nel frattempo, per quel fondamentale agente chimico che si chiama affiatamento, di cui i tre di Vicolo Miracoli (mancava Smaila ma tutto sommato non ci mancava affatto) certamente non difettano neppure adesso che sono "ex". Senza contare che, all'epoca, loro pure sono stati, a loro modo, giovanissimi goliardi Anni Settanta. Calà, quindi, nei panni del Mascotti, il ruolo che fu di Tognazzi e che lui certamente rivisita a colpi di dinoccolamenti e sbatter di ciglio; il teneramente barbuto e canuto Oppini, misurato e sfrenato architetto Melandri (Moschin nel film); un nostalgico e a tratti affabulante Salemo nella parte di Noiret ovvero il giornalista Perozzi, già defunto all'inizio della pièce (che s'apre proprio "all'ombra dei cipressi e dentro l'urne") ma come da flashback, voce narrante di tutta la vicenda. Tre "Gatti" più due. Il Necchi al secolo l'allampanato, esilarante Gaetano Aronica nei panni del proprietario di Bar & Tabacchi (al cinema era Duilio Del Prete) ed un indovinatissimo dottar Sassaroli (Celi sul grande schermo) in Stefano De Sando (oggi "voce" di Robert De Niro) che al gioco scenico da un contributo essenziale ed essenzialmente teatrale. Affascinante, minaccioso moschettiere del bisturi, Sassaroli-De Sando ne vedrà e ne farà vedere delle belle alla falsa radiografia e falso intervento chirurgico ai danni di Sabino lo strozzino che fu di Stoppa e qui è interpretato da Nino Bellomo. Ma è anche un complice scatenato, De Sando, atletico ed eloquente e felicissimo nelle scene più felici della pièce ovvero quelle più dichiaratamente da palcoscenico: quando, fintasi l'amante della defunta, lo dichiara al vedovo che da inconsolabile si fa neurolabile o ancora quando "tratta" la separazione dalla moglie contesa da Oppini-Melandri. Due ore e cocci di spettacolo (che se ben rodato e sfoltito nei ritmi può persino arrivare alla meta) in una scena (Mannini e Biasci) a metà tra il cabaret e il teatro di posa Anni Sessanta. E "vestita" da Teresa Acone, una dignitosa "squadraccia" di zingarate: Veronica Maya (Titti), Francesca Nunzi, Massimo Sangermano, Gabriella Silvestri, Gianpaolo Mai. È prevedibile come (cullata dal celebre tema musicale di Rustichelli, il resto ricongegnato da Andrea Orlando), vinca la parte del racconto. E che dunque vi siano momenti più felici (la performance "madrigalistica" del Vaffan...zum! e la "foto di gruppo con rene" e la "defecatio hysterica" con necessaria "donazione anale") ed altri difficilmente proponibili. Per esempio le mitiche sberle ai passeggeri sul treno: qui non può reggere se non quando i temibili goliardi la concludono in platea minacciando di schiaffeggiare le prime file. Il palcoscenico, infatti, è visione completa e si racconta a fatica ciò che a cinema, per contro, è agile montaggio. Se il cinema diventa teatro vuol dire che c'è crisi, dice a ragion veduta il "guru" Monicelli. Commedia e commedianti italiani in realtà sembrano in crisi da quando il neorealismo mandò via dal cinema gli attori di teatro perché "recitavano" troppo. Separati in casa, allora, "teatranti" e "cinematografari". Divisi come diviso è tutto o quasi in un Paese, il nostro, dove l'unicità d'intenti è solo una bella favola. Insieme verso la fine? Hai visto mai, cinque goliardi...
Carmelita Celi

Il Mattino, Martedì 19 novembre 2002
All'Augusteo "Amici miei", quegli zingari un po' pensosi.
Ripeto quel che già scrissi nel marzo scorso, in occasione della "prima" nazionale ad Agrigento. "Amici miei" - lo spettacolo tratto dall'omonimo e famoso film di Monicelli e che Francesco Bellomo presenta adesso all'Augusteo, nell'allestimento firmato dallo stesso Monicelli e diretto da Claudio Insegno - non punta a trasportare il cinema in palcoscenico, ciò che sarebbe ovviamente impossibile, ma s'attesta sul versante dell'indagine psicologica. Al riguardo, basterebbe considerare i frequenti "a parte", ossia le riflessioni sugli amici in questione che - col sipario chiuso - rivolge al pubblico il Perozzi, un po' il portavoce del gruppo. Come la seguente: " non è facile giocare continuamente. Il gioco ha un fondo di serietà che nemmeno si sospetta. E così, a volte ci guardiamo, ci giudichiamo e finiamo per chiederci tutti cosa ci stiamo a fare nel mondo...". Si capisce, insomma, che le "zingarate" del quintetto Perozzi-Melandri-Mascetti-Sassaroli-Necchi non sono che tentativi di esorcizzare la vita e, con essa, il tempo che passa e l'avvicinarsi della morte. Con questo, s'intende, non voglio dire che lo spettacolo diretto da Insegno non susciti risate. Dico solo - ed ecco il suo merito, ecco la sua specificità teatrale - che, rispetto al film da cui deriva, suscita risate meno numerose e, insieme, più pensose, giacché segnate da un retrogusto di malinconia esistenziale. E belle, peraltro, risultano talune invenzioni, del pari tese a non scimmiottare pedissequamente e vanamente l'irripetibile pellicola di Monicelli: come quando la celeberrima scena della stazione viene evocata con i cinque "zingari" che si precipitano in platea e fingono di schiaffeggiare gli spettatori, mentre in palcoscenico cala un fondale che riproduce il treno con alcuni degli attori che si sporgono dai finestrini in veste di viaggiatori. In altri termini, il film viene semplicemente citato. E nella stessa direzione va l'impianto scenografico di Armando Mannini e Cristian Biasci, fatto di elementi mobili e girevoli che simulano, per l'appunto, l'effetto della dissolvenza incrociata propria del cinema. Anzi, qualche intralcio capitato alla "prima" nel combinarsi di quegli elementi ha dato modo agli attori d'inventare battute a soggetto che son risultate tra le più divertenti della serata. Vedi quella pronunciata da Jerry Calà mentre una quinta stentava a mettersi nella posizione dovuta: "È un palazzo di Renzo Piano... arriva con calma". Dico, con ciò, anche del più accentuato andamento fra l'happening e il cabaret assunto dallo spettacolo rispetto all'edizione presentata ad Agrigento. In definitiva, un prodotto garbato e gradevole. E apprezzabile - nel contesto dei costumi di Teresa Acone e delle musiche di Andrea Orlando, che, naturalmente, non tralascia di riproporre il noto tema di Rustichelli - è pure la prova degl'interpreti: primi fra tutti i tre ex Gatti di Vicolo Miracoli, lo stesso Calà (Mascetti), Franco Oppini (Melandri) e Nini Salerno (Perozzi), ben affiancati da Stefano De Sando (Sassaroli) e Gaetano Aronica (Necchi), e poi, via via, Gabriella Silvestri (Carmen), Luigi Tani (l'usuraio Sabino), Francesca Nunzi (Donatella), Massimo Germano (il vedovo e il prete), Veronica Maya (Titti) e Giampaolo Mai (il becchino e Luciano). Cordiali le accoglienze alla "prima".
Enrico Fiore