Corriere Della Sera, Giovedì 10 Gennaio 2002
Roma, il quasi monologo "Atletico Ghiacciaia"
"Che fine hanno fatto i comunisti?"
La strepitosa invettiva di Benvenuti
All'Ambra Jovinelli l'attore si cala nei panni del proprio padre e si scaglia contro l'Italia degli affari e dei telefonini.
Com'è oggi un comunista? Non di quelli che sono ormai dei signori benestanti, che hanno casa e azienda fiorenti, e che stanno a Nord della vecchia linea gotica. Com'è un comunista di quelli che stanno appena sotto (la linea), di quelli che sono rimasti tali e quali: com'erano quando avevano vent'anni, o al massimo trenta, al tempo dell'attentato a Togliatti, anno di grazia 1948? Con grazia, con furore, con verde bile è venuto a Roma, a raccontarlo, il figlio di uno di loro, Alessandro Benvenuti. È venuto a raccontarlo all'Ambra Jovinelli, attuale tempio dei comunisti giovani: che in quanto giovani, comunisti più non sono. Come possono, costoro, definirsi comunisti? Infatti, così non si definiscono, né affatto lo sono: all'anziano eroe de "L'atletico 'Ghiacciaia'", il mitico Gino, già presente nella saga della famiglia Gori, settantotto anni nell'ottobre del 2001, i giovani ex comunisti sembrano tutti figli o discepoli del cruciale Sessantotto, quando i padri s'inferocivano, o all'opposto, tutto consentivano. È lì, pensa Gino, che'è cominciata la deviazione, ilmondo nuovo, il mondo delle banche, degli affari, del telefoni che debbono essere sempre più piccoli perché possano infine essere ingoiati e fatti carne: carne della propria carne. Il mitico Gino, niente altro che Benvenuti figlio nelle vesti di Benvenuti padre, entra in scena al suono di "Close cover" di Wim Mertens. È vestito di tutto punto, in completo grigio e camicia bianca (ma senza cravatta). Comincia a sfilarsi l'orologio dal polso; poi l'accendino dalla tasca della giacca, poi due pacchetti di Esportazioni senza filtro, poi una scatolina d'argento. Poggia tutto su un tavolo e, con calma, comincia il suo sproloquio, ovvero la sua invettiva, il suo lamento, il suo straziante, incontenibile rimpianto. Egli, Gino, in questo momento, non è altro che uno scapolo, un lupo solitario: è per questo che a tarda ora è lì, al bar del paese, ultimo avventore. Ad ascoltarlo, e fargli qualche timida domanda, non c'è che un ragazzo di diciotto anni, il cameriere Andrea (Francesco Gabrielli): ciò che Benvenuti figlio era prima di cominciare la sua avventura con i Giancattivi e nel mondo del cinema e in quello del teatro. Un mondo che a Gino non interessa affatto; come non gl'interessano troppo, in fondo, neppure Berlusconi, o quei disgraziati che gli corrono dietro, o quelli che credono di essere diversi dai tipi come lui. II difetto di Gino (o di Alessandro Benvenuti) è d'essere chiaccherone. Si perde dietro mille rivoli, tutto ha un'opinione. Ma, appunto, queste sue opinioni, e le realtà cui si riferiscono, sono inessenziali. Il cruccio di Gino è come il calcio è oggi diventato. Non come è diventato il comunismo. Ma come è diventato il calcio. O, per meglio dire, non come il calcio ora è, ma come il calcio un tempo era: com'era al tempo dell'Atletico Ghiacciaia. Poco a poco la rabbia si stempera, il discorso si prosciuga e si accosta al cuore della cosa: si accosta alla propria stessa verità. Ed è così che l'invettiva diventa elegia, un ricordo maledetto e doloroso, una specie di pianto senza lacrime. Ormai i vecchi ragazzi non ci sono più, quegl'indimenticabili calciatori privi di schemi e pieni di ardore sono scomparsi: proprio come, si capisce, sono scomparsi i comunisti; come scompaiono, uno dopo l'altro, i reduci di ogni battaglia (o partita) che sia stata onestamente combattuta. Strepitoso, divertentissimo, commovente, Alessandro Benvenuti riprende il discorso là dove, nel lontano 1974, lo aveva lasciato Roberto Benigni In "Cioni Mario". Lo riprende e lo porta (forse) a compimento, in un uragano di applausi (ben sette a scena aperta), e nell'ovazione finale.
Franco Cordelli

La Repubblica, Domenica 13 Gennaio 2002
"L'atletico Ghiacciaia" va in scena a Roma.
Benvenuti e l'elogio della risata anarchica.
Roma - Tesse un elogio toccante dei grandi vecchi di provincia che avevano l'umanità d'un padre-orso ma poi sbotta in una casistica della bestemmia con 68 complementi oggetto, 91 predicati verbali e 216 aggettivi "uno peggio dell'altro". Officia il requiem del calcio finito in tv e dei matrimoni falliti il sabato nei centri commerciali. Ma ricava pure voli pindarici dalle trame notturne nei bar, e rivaluta il sentimento dell'anarchia, e s'arrocca a fumare Esportazioni, a rimpiangere i lampi delle lucciole e a riabilitare i gesti floridi dei comunisti d'un tempo, e trova modo di lanciare un vaff... a Bossi, Fini, Rutelli, Berlusconi e Buttiglione. È l'irriducibile Alessandro Benvenuti, maratoneta nel suo nuovo L'Atletico Ghiacciaia, un'ora e mezza di spettacolo acre e poeticamente veterano in scena al Teatro Ambra Jovinelli. Già da anni quest'artista anomalo ha imboccato la via del romanzo-saga ad opera di senza famiglia, di creature mancine o di bonari esternatori da sonata di fantasmi, e se è vero che la radice genuina risale ai monologhi a più personaggi di Casa Gori scritti con Ugo Chiti, fu comunque un gioiello ultramondano, poi, il sub "Gino detto Smith & la panchina sensibile". Ora. .il leggendario e ostinato archetipo di Gino torna a imperversare nell'odierna reinvenzione d'un testo che s'intitolava "Mitico 11", omaggio ai tornei di football campagnoli, ai quali qui si sovrappone questa figura di narratore incazzato, prototipo dei maledetti toscani smoccolanti malgrado una vulnerabile dolcezza d'animo, con il solo aiuto di un suggeritore-partner (Francesco Gabbrielli) e di un tecnico in scena. Lui, Benvenuti, sfodera un abito antracite e capelli un po' bianchi, ha un'aria da conferenziere wasp di Pontassieve incline a esaltarsi, e s'atteggia a posture da omone dell'aforisma, tracolla nelle bischerate, sprizza bile ma ha poi momenti verbali di largo che riscattano con imponderabile grazia tutto, come quando con l'occhio di oggi accenna agli aeroplani che si conficcano nei grattacieli in immagini senza volume, o come quando dice che il sangue è una memoria faticosa da portare, e ci chiede di spegnere i nostri sorrisi che altri vogliono idioti, e ci commuove pensando a un padre sognatore in un mare di bugie. Il risultato è che un Benvenuti così concede magari frammenti grassocci e apocalittici, o sornioni epigrammi tinti di anacronismo, e non racconta una storia ma fa un bel ritratto affettuoso della vocazione all'invettiva. Certi barlumi di silenzio e di eroismo solitario bastano però a rendere forte questa ballata dell'uomo fuori da ogni squadra, calcistica e civile.
Rodolfo Di Giammarco

La Stampa, Domenica 13 Gennaio 2002
"Atletico ghiacciaia" un eroicomico assolo sulle orme di Gino detto Smith.
Il supermoccolo di Benvenuti.
Nell'ultimo quasi monologo di Alessandro Benvenuti, intitolato L'Atletico Ghiacciaia - quasi una rielaborazione del non dimenticato dialogo "Gino detto Smith & la panchina sensibile" - il racconto eroicomico di vita quotidiana in un piccolissimo centro verso la fine degli Anni Sessanta diventa elegia. Sempre impalato al centro di una scena che stavolta evoca, sia pure approssimativamente, qualcosa - un cielo scuro con una luna semovente, nel contempo mostrando i collaboratori: un tecnico seduto che prepara un effetto, le gambe del suggeritore che sporgono da una sedia in quinta-, Benvenuti sgrana parole con la consueta veloce infallibilità, ma sin dall'inizio si dichiara stanco di ripetersi: "non ho più voglia di fare le voci". Nell'immortale "Benvenuti in casa Gori" e nel suo seguito evocava tutta una famiglia di cui faceva ascoltare i vari elementi, questa volta invece tutto è filtrato attraverso un unico individuo, già intravisto nei lavori precedenti, il vecchio Gino, pensionato della Sip, arrabbiato col mondo e ridotto a tirar tardi nell'unico bar ancora aperto, mandando giù fernet, fumando Nazionali senza e cercando di prendersela col giovane cameriere. Mentre ostenta una cupa fierezza della propria solitudine, Gino cerca di giustificarla a se stesso descrivendo compiaciuto come ringhia contro chi cerca di tendergli una mano,- e un tema ricorrente sono gli insulti di cui puntualmente ricopre un amico-nemico che invitandolo ogni tanto a cena gli fornisce l'attesa occasione di rifiutare e addirittura offendersi. Naturalmente questi insulti sono fantasiosi, la creatività degli eredi della lingua di Dante si manifesta spesso nell'invettiva, anche contro il Creatore; il culmine dell'epopea è l'evocazione di un leggendario moccolo tirato durante una partita di calcio over 50 e durato 9'16". "L'incontro fu sospeso. Ai minori gli tapparono gli orecchi con i filtri delle sigarette... e . un paio di raccattapalle furon mandati in chiesa a suona' le campane a mo' di compensazione. La sera una rete locale la ripropose, la bestemmia, al ralenti. C'è chi - dopo il soggetto riferito a Dio - contò: 68 complementi oggetto; 91 predicati verbali... e 216 aggettivi uno peggio dell'altro…. L'ultimo fece saltare l'antenna del ripetitore!" La prodezza appartiene alla galleria di ritratti degli undici giocatori, tutti noti con un soprannome, da "Compartimento stagno" a "Merdina", che formarono, appunto, l'"Atletico Ghiacciaia", squadra campione di antichi tornei di bar. Interrompendosi ogni tanto, anche per coinvolgere il ragazzo che gli fa da suggeritore (lo spiritoso Francesco Gabbrielli) e il tecnico, Benvenuti prima fa intravedere e quindi dichiara apertamente il proprio affetto per l'irriducibile malmostoso Gino, nel quale rivede il proprio padre, quel padre che come tutti ha demolito da ragazzo, salvo recuperarlo adesso, si capisce con sarcasmo, altrimenti non sarebbe toscano. Buon successo, 80' filati, all'Ambra Jovinelli di Roma fino al 20.
Masolino D'Amico