Teatro dell'Archivolto
in collaborazione con
Fondazione Arena di Verona

presenta



PETER UNCINO
di Michele Serra
musica Marco Tutino

con
MILV
A
(Capitan Uncino)
DAVID RIONDINO
(Peter Pan)

e con
Riccardo Maranzana
(l'ombra)

regia di
Giorgio Gallione

scene e costumi Giovanna Buzzi


Liberamente ispirata alla saga di Peter Pan creata da J. M. Barrie, una delle favole e dei testi teatrali più avvincenti del nostro secolo, Peter Uncino è un'opera, un melologo, uno spettacolo che Serra e Tutino ambientano su un Isola che non c'è ormai disabitata e desertica, popolata soltanto da neri corvi mummificati e dai protagonisti dell'eterna guerra tra sogno e realtà: Peter Pan e Uncino, interpretati da David Riondino e Milva. Invecchiati, rancorosi, soli, i due antagonisti ricordano la gioventù, rincorrendo un misero sogno di potere e autorità: essere il capo di un Paese che forse non esiste, ed è comunque minuscolo, sterile e morente. Peter non riesce più a volare, Uncino è paralizzato, imprigionato col suo enorme vestito tra gli scogli dell'isola: non ci sono ne sirene ne giochi di bambini, il tempo è immobile, anche le ombre si sgretolano. Tra paradosso, dolorosa comicità, utopia e cinismo la vicenda si srotola verso un finale amaro, sorprendente, provocatorio: due monchi, due uncini si alleeranno per governare sul nulla. Una ben misera carriera.

Una sottile speranza
Oggi accade che sia disagevole definire con esattezza la tipologia di uno spettacolo, soprattutto quando quest'ultimo è composto essenzialmente di musica. Se poi la musica non è proprio quella che la globalizzazione ci indica come unica, le cose si complicano ancora di più: Opera lirica? Melologo? Musical? La verità è che viviamo in un momento di passaggio, nel quale i generi mutano- o cercano di farlo- per uscire dai propri ambiti storici e perlustrare nuove possibilità; che come sempre, presuppongono nuovi ascoltatori, e forse nuovi luoghi. Peter Uncino è dunque una azione scenica che si svolge in compresenza di un testo musicale e di un testo parlato. La musica narra la sua drammaturgia, e i due personaggi dialogano la loro storia, l'uno maggiormente parlando, l'altro per lo più cantando. Dunque vi sono canzoni, che per forza di cose attingono il loro linguaggio dalla tradizione della musica di consumo del secolo appena trascorso, e vi è musica pura, che ci parla di se stessa, oltre che avvolgersi al testo che la accompagna. La storia, inutile riassumerla puntualmente, è quella della fine dei sogni: quando si scopre che la realtà è più dura di quanto si immaginasse, e dunque bisogna che ciascuno trovi la sua maniera di farci i conti, chi cedendo de! tutto allo spirito dei tempi, chi conservando qualche rapporto con l'utopia... Il nostro eroe, Peter, scopre lentamente di essere più simile a Uncino di quanto si potesse immaginare. E forse avviene anche il contrario, che il vecchio Capitano si addolcisca con l'età, e sia più disponibile a considerare l'ipotesi di cedere il passo. Una strana convergenza, dunque, che ci mostra due traiettorie complici e opposte allo stesso tempo; e una domanda, inquietante, sul senso della vita e sulla evanescenza delle speranze giovanili che ad un certo punto a tutti viene posta. Nulla di consolatorio e edificante, dunque, in questo Peter Pan. Che è anche una riflessione sulle lusinghe del Potere, in senso proprio e traslato: il potere sugli atri, in tutte le forme nelle quali può manifestarsi. Questo è più o meno il senso, la ragione di convocare Peter Pan e il suo eterno antagonista, Capitan Uncino (che come ormai avrete capito, non è altri che un "doppio" di Peter: la preda è sempre il cacciatore) su di un palcoscenico. Facciamo spettacoli per rappresentare il mondo: per dire qualcosa di inaudito sul nostro agire nel mondo. Nella speranza di essere ancora ascoltati, in questo mondo dove la distanza tra il rappresentato e la rappresentazione, la realtà e la finzione, la virtualità e la concretezza, la vita e il sogno, la maschera e il volto, si fa sempre più impalpabile e sottile.
Marco Tutino

Un mito spaventoso
Peter Pan è uno dei libri più angoscianti mai scritti. Ci voleva tutto il sadismo vittoriano (mal dissimulato nella favola liberty) per imprigionare un bimbo nella sua infanzia, inchiodarlo a un'eternità prepubere. Anche per risarcire me stesso dal cupore di quella lettura, ho immaginato un Peter ormai artritico e ingaglioffito che finalmente si ribella al suo ergastolo, e desidera fuggire dall'isola, e dalla favola. Gli fa da antagonista un Uncinototem che cerca in tutte le maniere di trattenerlo, di evitare la fuga di Peter e con essa la ripartenza del tempo e l'incubo della morte. Il finale, come ogni finale che si rispetti, non va svelato. Mano a mano che scrivevo, mi sono reso conto che il mito di Peter Pan è effettivamente (proprio come scrivono gli strizzacervelli da giornale) di paurosa attualità. L'infantilismo e il terrore di invecchiare sono l'umore dominante della nostra società. Non facciamo più bambini, o ne facciamo sempre di meno, soprattutto per il terrore che ci sfrattino dal nostro eterno campogiochi. Mi sono servito di Peter e Uncino (e spero, naturalmente, di averli serviti) soprattutto per descrivere il rimbambimento di una società senza bambini. Mi resta da dire che sentire Milva cantare le mie parole musicate da Tutine è stata, durante le prime prove, un'emozione assoluta. E' un Uncino spettacoloso. La signora ci ha ripagato con generosità imprevedibile dello sfregio che le abbiamo fatto calandola nei panni di un vecchio malvagio e catarroso. PeterRiondino dovrà ricorrere a tutta la sua esperienza per incrociare le lame con quella terribile signora.
Michele Serra

Note di regia
Liberamente ispirata alla saga di Peter Pan creata da J. M. Barrie, una delle favole e dei testi teatrali più avvincenti del nostro secolo, Peter Uncino è un'opera, un melologo, un dialogo concertante, uno spettacolo ambientato su un'Isola che non c'è ormai disabitata e desertica, popolata soltanto da neri corvi mummificati e dai protagonisti dell'eterna guerra tra sogno e realtà: Peter Pan e Uncino. Invecchiati, rancorosi, soli, i due antagonisti ricordano la gioventù, rincorrendo un misero sogno di potere e autorità: essere il capo di un Paese che forse non esiste, ed è comunque minuscolo, sterile e morente. Peter non riesce più a volare, Uncino è paralizzato, imprigionato col suo enorme vestito tra gli scogli dell'isola: non ci sono più sirene ne giochi di bambini, il tempo è immobile, anche le ombre si deformano e si sgretolano. Tra paradosso, dolorosa comicità e cinismo la vicenda srotola verso un finale amaro, sorprendente, provocatorio: due monchi, due uncini si alleeranno per governare sul nulla. Una ben triste carriera. Così la favola dell'utopia, del volo, del sogno dell'eterna giovinezza si scontra con il terrore di aver consumato la propria vita tra velleitarismi e sogni di cartapesta. Sembra arrivato il tempo di far tornare i conti, di capitalizzare, di rendere tangibile il desiderio di raccontarsi vincitori, arrivati. Ma la meschinità dilaga: si svendono i ricordi e gli ideali, si rinnega la giovinezza, anche solo spirituale, barattandola con un qualsiasi segnale di potere, purché pomposo e luccicante. "Voglio un cappello da capo!" urla Peter, svelando spudoratamente la sua nuova natura. Intanto la metamorfosi è palese, compaiono menomazioni e protesi adunche: la capacità di volare è scomparsa per sempre.
Giorgio Gallione