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Al cavallino bianco:
un abbonamento di felicità...
Il 10 novembre 1930, recensendo la prima mondiale de Al Cavallino Bianco,
il Berliner Tageblatt scrisse: "Questa operetta è un abbonamento per
la felicità, per il suo denaro, un uomo non può pretendere di più".
Lo spettacolo era andato in scena due giorni prima, 1'8 novembre, al
Großes Schausspielhaus di Berlino con un allestimento costato un milione
e mezzo di marchi, bella cifra per i tempi! Sebbene non tutte le recensioni
fossero eccezionali, Al Cavallino Bianco si rivelò come uno dei maggiori
successi del teatro musicale in assoluto, con molto dispiacere da parte
di Robert Stolz che si era fatto liquidare i suoi diritti in un'unica
soluzione e che, pertanto, non traeva alcun profitto dalle percentuali
che affluivano da tutto il mondo. Erik Charell, invece, l'unico impresario
ad essersi arricchito nel corso della crisi teatrale dei primi anni
Trenta, aveva registrato i diritti del suo allestimento ed aveva così
messo in moto dei meccanismi che avrebbero avuto seguito nelle moderne
produzioni di musical. A Berlino si ebbero 416 rappresentazioni. Dopo
il 1931 egli vendette II cavallino bianco di Erik Charell, com'esso
si doveva chiamare per contratto, per 651 rappresentazioni a Londra,
223 a New York e per quattro anni a Parigi, oltre ad assicurarsene i
diritti cinematografici. A Vienna, invece, per quello stesso 1931, Hubert
Marischka aveva acquistato il lavoro per il suo Stadttheater, quel teatro
al cui posto oggi sorge la biblioteca della città di Vienna. Il cartellone
dello Stadttheater nel 1931 e fino alla prima de Al Cavallino Bianco,
avvenuta il 25 settembre, comprendeva tra l'altro Il paese del sorriso,
Contessa Mariza, La maestra orafa, Lo studente povero e fino al 31 maggio
Vittoria e il suo ussaro come ultima novità. "Per il suo Stadttheater,
Marischka fece stipulare contratti della durata di nove mesi perché
sperava che Al Cavallino Bianco sarebbe rimasto in cartellone almeno
per sei mesi", annunciò la Neue Freie Presse il 13 settembre 1931. Marischka
aveva bisogno di un successo sensazionale, poiché anche a Vienna la
situazione teatrale nei primi anni Trenta era tutt'altro che rosea.
Ecco perché egli puntò su "un cavallo". Grazie ad imponenti operazioni
di modifica e ricostruzione, l'intero edificio teatrale venne trasformato
nell'albergo Al Cavallino Bianco, il foyer venne decorato con tappeti
dall'aspetto rustico, sopra le porte vennero montate cornici con vetri
di protezione, mentre le porte che davano ella sala furono dipinte a
motivi vivaci. Il palcoscenico venne ingrandito fino ad inglobare una
parte della fossa orchestrale, mentre sul sipario era dipinto un grande
carro trainato da cavalli e carico di botti di birra: si trattava della
pubblicità di una birreria, lo sponsor del 1931. La Prima viennese,
il 25 settembre 1931, si concluse con l'auspicato grande successo. Nella
Sirusmappe - quaderni mensili per la musica, il teatro e la letteratura
si poteva leggere nel numero di novembre di quello stesso anno: "Domanda
a premio: Se si va a vedere il Cavallino Bianco allo Stadttheater, si
viene colti da una tale voglia di vedere il Wolfgangsee che nel bel
mezzo dello spettacolo si vorrebbe saltare dalla poltrona e correre
ad Aspern per precipitarsi verso il Salzkammergut con un volo speciale,
oppure in questo ambiente ricostruito si sta tanto bene da dimenticare
completamente quello vero? Chi ha il coraggio di rispondere obiettivamente
a questa domanda?... Non ha forse il cuore di tanti spettatori palpitato
di lieve nostalgia - non per un sistema politico tramontato, bensì per
un'epoca di pace e di spensierato benessere che è anch'essa inesorabilmente
passata? Tra lo Jodler e la commozione, l'esultanza e il singulto la
distanza è breve e Benatzky, da maestro della musica, la riduce a tempo
di record". Ad eccezione di una breve interruzione agli inizi del 1932,
dovuta ad uno sciopero delle maestranze, Al Cavallino Bianco restò in
scena ininterrottamente allo Stadttheater fino al 26 marzo 1933 per
poi trasferirsi, tra il 7 ed il 12 dicembre 1933, sul palcoscenico del
Theater an der Wien e fu lì che, proprio il 12 dicembre, esso festeggiò
la sua settecentesima rappresentazione. Da allora esso fu tradotto in
quasi trenta lingue, incluso il giapponese, e galoppò per circa due
milioni di volte sui più svariati palcoscenici del mondo.
Al cavallino bianco:
una scrittura a due, quattro, sei, otto... mani!
Il 30 dicembre 1897 al Lessingtheater di Berlino debuttava una commedia
scritta dal direttore del teatro, Oskar Blumenthal, basata sulla "vecchia
storia" dell'ostessa e del cameriere innamorato tratta da "La Locandiera"
di Goldoni del 1753. Era la nascita de "Al Cavallino Bianco". La commedia
ebbe subito buona accoglienza, ma si deve all'intuito di Erik Charell
la definitiva consacrazione al successo della pièce. Charell, noto ballerino,
divenne una delle personalità più versatili del panorama teatrale berlinese
nei folli anni Venti e Trenta, dove ebbe un ruolo decisivo nel campo
delle riviste e della rivista-operetta. Insieme a Hans Muller ed al
celebre paroliere Robert Gilbert rielaborò e produsse la trasformazione
in operetta-rivista del testo teatrale. La composizione musicale fu
affidata da Charell a Ralph Benatzky con cui aveva già collaborato per
alcune riviste. Benatzky era un raffinato musicista capace di cogliere
i segni del cambiamento con sicura consapevolezza artistica. Charell,
come si diceva, affidò la composizione nel suo complesso a Ralph Benatzky,
commissionando, poiché il tempo stringeva, degli inserti musicali ad
altri compositori, come usava nella rivista. Robert Stolz fornì i ballabili
di successo Negli occhi tuoi c'è un non so che, Un valzer sol, Bruno
Granichstaedten Geloso non son, la rassegnata aria di Leopoldo in dialetto
viennese. Fu il suo ultimo grande successo: egli sarebbe morto in esilio
a New York nel 1944. Robert Gilbert, il libretitsta del Cavallino bianco,
che era considerato uno dei parolieri migliori e di maggior successo
degli anni Venti e Trenta e che durante l'emigrazione sarebbe diventato
uno dei più significativi traduttori di musicals (Hello, Dolly!, Can
Can...), compose il successo cabarettistico dell'elegante Sigismondo".
Nei successivi allestimenti del Cavallino Charell introdusse anche altri
numeri musicali, tra cui anche brani di Stolz e di Irving Berlin. L'orchestrazione
del Cavallino fu in gran parte curata da Eduard Künneke, che avrebbe
anche composto alcuni segmenti corali, venendone ricompensato, come
testimonia una lettera di Charell del 5 luglio 1947, con una somma compresa
"tra i 10.000 e i 12.000 marchi d'oro". Al Cavallino Bianco, che porta
come dicitura sullo spartito "musica di Ralph Benatzky", risulta in
effetti un mix riuscitissimo di melodie di autori diversi. Benatzky,
dal canto suo, annotava, sul suo diario del 10 novembre 1930: "La solita
mania di Charell di non lasciare a nessuna cosa il tempo di svilupparsi
organicamente, di non consentire agli autori di operare in modo ponderato,
complesso ed autonomo, bensì di intervenire sempre in tutto, di impossessarsi
senza alcun criterio di musiche che in quel momento gli piacciono e
di imporle a forza, porta ovviamente alla collaborazione tra molte persone,
e poiché esse sono tutte citate nel cartellone, sembra che l'artefice
principale, ossia io, sia stato colto da pigrizia o non abbia avuto
idee sufficienti... e questo è l'aspetto che mi fa soffrire di più".
Benatzky, che proveniva dall'intima e raffinata forma artistica della
chanson, preferiva essere il librettista di se stesso, in modo da dar
vita ad una creazione artistica unitaria. Gli va, comunque, riconosciuto
il merito di avere trovato uno stile discretamente sospeso fra prosa
e canto, in modo che quasi non si sappia se gli interpreti in scena
stiano ancora parlando o se stiano già cantando.
Note sulla riscrittura
Accanto a La vedova allegra, quale altra operetta può competere, oggi
in Europa, per popolarità con Al cavallino bianco? Basti a confermarlo
il fatto che, senza risalire alle numerosissime sue ricomparse sulle
scene fra le due guerre, il brillante spettacolo è ancora oggi rappresentato
nei più importanti teatri d'Europa. Ebbene, a questi sommari ma eloquenti
dati statistici fa riscontro un'altra non meno significativa contestazione:
il lavoro è sempre stato eseguito di fronte a teatri esauriti. Quali
più convincenti indici di popolarità? Come tutti i grandi successi teatrali,
anche quello de Al cavallino bianco ha la sua piccola storia, legata
in gran parte alla curiosa singolarità che la sua musica, pur firmata
generalmente da Ralph Benatzky, in realtà è dovuta a ben cinque compositori.
Ed è questa particolarità che la rende così fresca, varia e gioiosa.
Le cose sono andate così. Intorno al 1930 stava suscitando ondate di
ilarità sulle scene tedesche una spiritosa commedia nella quale si faceva
un'allegra satira delle villeggiature presso i laghi di montagna. Fu
la schietta comicità della vicenda che suggerì a due esperti uomini
di teatro berlinesi, Erich Charell e Hans Müller, di trarre spunto per
una spassosa commedia musicale: una operetta-rivista, insomma l'anello
di congiunzione fra operetta e musical. Adattare il soggetto alle esigenze
di spettacolo musicale era facile e lo fecero avvalendosi della collaborazione
di Robert Gilbert per i testi cantati. Quanto alla musica si pensò a
Ralph Benatzky, noto autore di melodiose canzoni, frizzanti ballabili
e numerose colonne sonore. Per la sua esperienza nel campo della musica
leggera, venne affidato a lui il compito di rivestire di note la ormai
popolarissima commedia. Sennonché, impegnato in altri lavori, ritenuti
più urgenti, tergiversò tanto nell'occuparsi del Cavallino che allo
scadere del termine concordato, ne aveva composto solo metà. Impazienti
di lanciare il loro lavoro mentre perdurava il grande successo della
commedia ispiratrice, Charell e Kudelburg si rivolsero allora ad altri
quattro musicisti di fama perché completassero la partitura con loro
melodie. Con la musica dei suoi cinque autori (fra cui Robert Stolz)
ma, per accordi editoriali, con la firma del solo Benatzky, Al cavallino
bianco andò in scena al grande Schauspielhaus di Berlino nel novembre
del 1930. Fu un successo strepitoso che nel giro di pochi mesi conquistò
a trotto serrato tutta l'Europa. Un successo che, come si accennava,
dura ancora e che questa nuova edizione firmata da Corrado Abbati, vuole
confermare. "Al cavallino è l'hotel più bel, è il dolce asilo che invita
a farci godere la vita…". In questi versi c'è sicuramente la sintesi
del nuovo adattamento di Abbati: due ore di puro divertimento, un "dolce
asilo" in uno spettacolo che sembra un fuoco d'artificio, una coppa
di champagne, un rifugio di armonia e letizia dove anche lo spettatore
si sente in vacanza, allietato da marce folkloristiche e ritmi sincopati,
quadri di elegante spettacolarità e colpi di sa che portano all'immancabile
"happy end" che vede coinvolti tutti i simpatici personaggi del palcoscenico
ed i felici spettatori in platea.
Argomento
Siamo in Austria, sul lago di St. Wolfgang, dove è situato l'Hotel Al
Cavallino Bianco. Il primo cameriere dell'Hotel, Leopoldo, ama la bella
proprietaria Gioseffa che, tuttavia, non lo degna di uno sguardo. Le
sue attenzioni sono tutte rivolte ad un giovane cliente italiano, l'avvocato
Giorgio Bellati che, come ogni anno, trascorre le sue vacanze sul lago.
All'Hotel arrivano Zanetto Pesamenole, ricco industriale e sua figlia
Ottilia. Padre e figlia sono in vacanza in Austria per ritemprarsi,
visto che hanno una causa pendente con un certo Cogoli, industriale
padovano. Sebbene il primo incontro fra il giovane Bellati e la bella
Ottilia non sia dei più felici, Leopoldo intuisce che fra i due potrebbe
nascere un amore e così, anche per allontanare Bellati dalle premure
della signora Gioseffa, organizza un incontro vis a vis fra Bellati
ed Ottilia ma, pur riuscendo nel suo intento, viene licenziato in tronco
da Gioseffa. L'intraprendente cameriere parte disperato. Cogoli, intanto,
manda al Cavallino Bianco suo figlio Sigismondo con la speranza che
si innamori di Ottilia, in modo da finire, con un matrimonio, la causa
con Pesamenole. Sigismondo, "figlio di papa", viziato e un po' snob,
si invaghisce invece di Claretta, una ragazza che ha buffi difetti di
pronuncia e che non è certo ricca.. Lei e il padre, l'eccentrico professor
Hinzelmann, possono permettersi un piccolo viaggio solo ogni tre anni
a causa delle loro non floride condizioni finanziarie. A questo punto
le cose sono veramente complicate. Leopoldo ama Gioseffa, Gioseffa ama
Bellati, Bellati ama Ottilia, Ottilia dovrebbe sposare Sigismondo che
invece è invaghito di Claretta. Nel bel mezzo di queste tresche amorose
arriva l'Arciduca. Leopoldo riesce ad ottenere dal consiglio comunale
che l'Arciduca sosti per una notte Al Cavallino Bianco; Gioseffa, per
ringraziarlo, lo riassume. Tutti si preparano ad accogliere l'Arciduca
con il massimo della cortesia, ma nel bel mezzo della festa Leopoldo
sbotta in una gran scenata di gelosia dettata dal fatto che Gioseffa
stesse "amabilmente" conversando con Bellati. Gioseffa si scusa con
l'Arciduca, che comprende e l'indirizza verso Leopoldo: "non bisogna
cercare la felicità lontano quando la si ha a portata di mano". Il lieto
fine non è lontano. Le coppie sono ormai formate: Sigismondo e Claretta,
Bellati e Ottilia, Leopoldo e Gioseffa. E il processo? Anche quello
a lieto fine con buona pace del buffo Zanetto Pesamenole.
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