Inscena
Compagnia Corrado Abbati
presenta



AL CAVALLINO BIANCO
operetta di H. Muller e E. Charell
musica di Ralph Benatzky


con
CORRADO ABBATI

regia di
Corrado Abbati


scene Alfredo Troisi
costumi Inscena couture
coreografie Francesco Frola
direzione musicale Marco Versari e Marco Fiorini


Al cavallino bianco:
un abbonamento di felicità...

Il 10 novembre 1930, recensendo la prima mondiale de Al Cavallino Bianco, il Berliner Tageblatt scrisse: "Questa operetta è un abbonamento per la felicità, per il suo denaro, un uomo non può pretendere di più". Lo spettacolo era andato in scena due giorni prima, 1'8 novembre, al Großes Schausspielhaus di Berlino con un allestimento costato un milione e mezzo di marchi, bella cifra per i tempi! Sebbene non tutte le recensioni fossero eccezionali, Al Cavallino Bianco si rivelò come uno dei maggiori successi del teatro musicale in assoluto, con molto dispiacere da parte di Robert Stolz che si era fatto liquidare i suoi diritti in un'unica soluzione e che, pertanto, non traeva alcun profitto dalle percentuali che affluivano da tutto il mondo. Erik Charell, invece, l'unico impresario ad essersi arricchito nel corso della crisi teatrale dei primi anni Trenta, aveva registrato i diritti del suo allestimento ed aveva così messo in moto dei meccanismi che avrebbero avuto seguito nelle moderne produzioni di musical. A Berlino si ebbero 416 rappresentazioni. Dopo il 1931 egli vendette II cavallino bianco di Erik Charell, com'esso si doveva chiamare per contratto, per 651 rappresentazioni a Londra, 223 a New York e per quattro anni a Parigi, oltre ad assicurarsene i diritti cinematografici. A Vienna, invece, per quello stesso 1931, Hubert Marischka aveva acquistato il lavoro per il suo Stadttheater, quel teatro al cui posto oggi sorge la biblioteca della città di Vienna. Il cartellone dello Stadttheater nel 1931 e fino alla prima de Al Cavallino Bianco, avvenuta il 25 settembre, comprendeva tra l'altro Il paese del sorriso, Contessa Mariza, La maestra orafa, Lo studente povero e fino al 31 maggio Vittoria e il suo ussaro come ultima novità. "Per il suo Stadttheater, Marischka fece stipulare contratti della durata di nove mesi perché sperava che Al Cavallino Bianco sarebbe rimasto in cartellone almeno per sei mesi", annunciò la Neue Freie Presse il 13 settembre 1931. Marischka aveva bisogno di un successo sensazionale, poiché anche a Vienna la situazione teatrale nei primi anni Trenta era tutt'altro che rosea. Ecco perché egli puntò su "un cavallo". Grazie ad imponenti operazioni di modifica e ricostruzione, l'intero edificio teatrale venne trasformato nell'albergo Al Cavallino Bianco, il foyer venne decorato con tappeti dall'aspetto rustico, sopra le porte vennero montate cornici con vetri di protezione, mentre le porte che davano ella sala furono dipinte a motivi vivaci. Il palcoscenico venne ingrandito fino ad inglobare una parte della fossa orchestrale, mentre sul sipario era dipinto un grande carro trainato da cavalli e carico di botti di birra: si trattava della pubblicità di una birreria, lo sponsor del 1931. La Prima viennese, il 25 settembre 1931, si concluse con l'auspicato grande successo. Nella Sirusmappe - quaderni mensili per la musica, il teatro e la letteratura si poteva leggere nel numero di novembre di quello stesso anno: "Domanda a premio: Se si va a vedere il Cavallino Bianco allo Stadttheater, si viene colti da una tale voglia di vedere il Wolfgangsee che nel bel mezzo dello spettacolo si vorrebbe saltare dalla poltrona e correre ad Aspern per precipitarsi verso il Salzkammergut con un volo speciale, oppure in questo ambiente ricostruito si sta tanto bene da dimenticare completamente quello vero? Chi ha il coraggio di rispondere obiettivamente a questa domanda?... Non ha forse il cuore di tanti spettatori palpitato di lieve nostalgia - non per un sistema politico tramontato, bensì per un'epoca di pace e di spensierato benessere che è anch'essa inesorabilmente passata? Tra lo Jodler e la commozione, l'esultanza e il singulto la distanza è breve e Benatzky, da maestro della musica, la riduce a tempo di record". Ad eccezione di una breve interruzione agli inizi del 1932, dovuta ad uno sciopero delle maestranze, Al Cavallino Bianco restò in scena ininterrottamente allo Stadttheater fino al 26 marzo 1933 per poi trasferirsi, tra il 7 ed il 12 dicembre 1933, sul palcoscenico del Theater an der Wien e fu lì che, proprio il 12 dicembre, esso festeggiò la sua settecentesima rappresentazione. Da allora esso fu tradotto in quasi trenta lingue, incluso il giapponese, e galoppò per circa due milioni di volte sui più svariati palcoscenici del mondo.

Al cavallino bianco:
una scrittura a due, quattro, sei, otto... mani!
Il 30 dicembre 1897 al Lessingtheater di Berlino debuttava una commedia scritta dal direttore del teatro, Oskar Blumenthal, basata sulla "vecchia storia" dell'ostessa e del cameriere innamorato tratta da "La Locandiera" di Goldoni del 1753. Era la nascita de "Al Cavallino Bianco". La commedia ebbe subito buona accoglienza, ma si deve all'intuito di Erik Charell la definitiva consacrazione al successo della pièce. Charell, noto ballerino, divenne una delle personalità più versatili del panorama teatrale berlinese nei folli anni Venti e Trenta, dove ebbe un ruolo decisivo nel campo delle riviste e della rivista-operetta. Insieme a Hans Muller ed al celebre paroliere Robert Gilbert rielaborò e produsse la trasformazione in operetta-rivista del testo teatrale. La composizione musicale fu affidata da Charell a Ralph Benatzky con cui aveva già collaborato per alcune riviste. Benatzky era un raffinato musicista capace di cogliere i segni del cambiamento con sicura consapevolezza artistica. Charell, come si diceva, affidò la composizione nel suo complesso a Ralph Benatzky, commissionando, poiché il tempo stringeva, degli inserti musicali ad altri compositori, come usava nella rivista. Robert Stolz fornì i ballabili di successo Negli occhi tuoi c'è un non so che, Un valzer sol, Bruno Granichstaedten Geloso non son, la rassegnata aria di Leopoldo in dialetto viennese. Fu il suo ultimo grande successo: egli sarebbe morto in esilio a New York nel 1944. Robert Gilbert, il libretitsta del Cavallino bianco, che era considerato uno dei parolieri migliori e di maggior successo degli anni Venti e Trenta e che durante l'emigrazione sarebbe diventato uno dei più significativi traduttori di musicals (Hello, Dolly!, Can Can...), compose il successo cabarettistico dell'elegante Sigismondo". Nei successivi allestimenti del Cavallino Charell introdusse anche altri numeri musicali, tra cui anche brani di Stolz e di Irving Berlin. L'orchestrazione del Cavallino fu in gran parte curata da Eduard Künneke, che avrebbe anche composto alcuni segmenti corali, venendone ricompensato, come testimonia una lettera di Charell del 5 luglio 1947, con una somma compresa "tra i 10.000 e i 12.000 marchi d'oro". Al Cavallino Bianco, che porta come dicitura sullo spartito "musica di Ralph Benatzky", risulta in effetti un mix riuscitissimo di melodie di autori diversi. Benatzky, dal canto suo, annotava, sul suo diario del 10 novembre 1930: "La solita mania di Charell di non lasciare a nessuna cosa il tempo di svilupparsi organicamente, di non consentire agli autori di operare in modo ponderato, complesso ed autonomo, bensì di intervenire sempre in tutto, di impossessarsi senza alcun criterio di musiche che in quel momento gli piacciono e di imporle a forza, porta ovviamente alla collaborazione tra molte persone, e poiché esse sono tutte citate nel cartellone, sembra che l'artefice principale, ossia io, sia stato colto da pigrizia o non abbia avuto idee sufficienti... e questo è l'aspetto che mi fa soffrire di più". Benatzky, che proveniva dall'intima e raffinata forma artistica della chanson, preferiva essere il librettista di se stesso, in modo da dar vita ad una creazione artistica unitaria. Gli va, comunque, riconosciuto il merito di avere trovato uno stile discretamente sospeso fra prosa e canto, in modo che quasi non si sappia se gli interpreti in scena stiano ancora parlando o se stiano già cantando.

Note sulla riscrittura
Accanto a La vedova allegra, quale altra operetta può competere, oggi in Europa, per popolarità con Al cavallino bianco? Basti a confermarlo il fatto che, senza risalire alle numerosissime sue ricomparse sulle scene fra le due guerre, il brillante spettacolo è ancora oggi rappresentato nei più importanti teatri d'Europa. Ebbene, a questi sommari ma eloquenti dati statistici fa riscontro un'altra non meno significativa contestazione: il lavoro è sempre stato eseguito di fronte a teatri esauriti. Quali più convincenti indici di popolarità? Come tutti i grandi successi teatrali, anche quello de Al cavallino bianco ha la sua piccola storia, legata in gran parte alla curiosa singolarità che la sua musica, pur firmata generalmente da Ralph Benatzky, in realtà è dovuta a ben cinque compositori. Ed è questa particolarità che la rende così fresca, varia e gioiosa. Le cose sono andate così. Intorno al 1930 stava suscitando ondate di ilarità sulle scene tedesche una spiritosa commedia nella quale si faceva un'allegra satira delle villeggiature presso i laghi di montagna. Fu la schietta comicità della vicenda che suggerì a due esperti uomini di teatro berlinesi, Erich Charell e Hans Müller, di trarre spunto per una spassosa commedia musicale: una operetta-rivista, insomma l'anello di congiunzione fra operetta e musical. Adattare il soggetto alle esigenze di spettacolo musicale era facile e lo fecero avvalendosi della collaborazione di Robert Gilbert per i testi cantati. Quanto alla musica si pensò a Ralph Benatzky, noto autore di melodiose canzoni, frizzanti ballabili e numerose colonne sonore. Per la sua esperienza nel campo della musica leggera, venne affidato a lui il compito di rivestire di note la ormai popolarissima commedia. Sennonché, impegnato in altri lavori, ritenuti più urgenti, tergiversò tanto nell'occuparsi del Cavallino che allo scadere del termine concordato, ne aveva composto solo metà. Impazienti di lanciare il loro lavoro mentre perdurava il grande successo della commedia ispiratrice, Charell e Kudelburg si rivolsero allora ad altri quattro musicisti di fama perché completassero la partitura con loro melodie. Con la musica dei suoi cinque autori (fra cui Robert Stolz) ma, per accordi editoriali, con la firma del solo Benatzky, Al cavallino bianco andò in scena al grande Schauspielhaus di Berlino nel novembre del 1930. Fu un successo strepitoso che nel giro di pochi mesi conquistò a trotto serrato tutta l'Europa. Un successo che, come si accennava, dura ancora e che questa nuova edizione firmata da Corrado Abbati, vuole confermare. "Al cavallino è l'hotel più bel, è il dolce asilo che invita a farci godere la vita…". In questi versi c'è sicuramente la sintesi del nuovo adattamento di Abbati: due ore di puro divertimento, un "dolce asilo" in uno spettacolo che sembra un fuoco d'artificio, una coppa di champagne, un rifugio di armonia e letizia dove anche lo spettatore si sente in vacanza, allietato da marce folkloristiche e ritmi sincopati, quadri di elegante spettacolarità e colpi di sa che portano all'immancabile "happy end" che vede coinvolti tutti i simpatici personaggi del palcoscenico ed i felici spettatori in platea.

Argomento
Siamo in Austria, sul lago di St. Wolfgang, dove è situato l'Hotel Al Cavallino Bianco. Il primo cameriere dell'Hotel, Leopoldo, ama la bella proprietaria Gioseffa che, tuttavia, non lo degna di uno sguardo. Le sue attenzioni sono tutte rivolte ad un giovane cliente italiano, l'avvocato Giorgio Bellati che, come ogni anno, trascorre le sue vacanze sul lago. All'Hotel arrivano Zanetto Pesamenole, ricco industriale e sua figlia Ottilia. Padre e figlia sono in vacanza in Austria per ritemprarsi, visto che hanno una causa pendente con un certo Cogoli, industriale padovano. Sebbene il primo incontro fra il giovane Bellati e la bella Ottilia non sia dei più felici, Leopoldo intuisce che fra i due potrebbe nascere un amore e così, anche per allontanare Bellati dalle premure della signora Gioseffa, organizza un incontro vis a vis fra Bellati ed Ottilia ma, pur riuscendo nel suo intento, viene licenziato in tronco da Gioseffa. L'intraprendente cameriere parte disperato. Cogoli, intanto, manda al Cavallino Bianco suo figlio Sigismondo con la speranza che si innamori di Ottilia, in modo da finire, con un matrimonio, la causa con Pesamenole. Sigismondo, "figlio di papa", viziato e un po' snob, si invaghisce invece di Claretta, una ragazza che ha buffi difetti di pronuncia e che non è certo ricca.. Lei e il padre, l'eccentrico professor Hinzelmann, possono permettersi un piccolo viaggio solo ogni tre anni a causa delle loro non floride condizioni finanziarie. A questo punto le cose sono veramente complicate. Leopoldo ama Gioseffa, Gioseffa ama Bellati, Bellati ama Ottilia, Ottilia dovrebbe sposare Sigismondo che invece è invaghito di Claretta. Nel bel mezzo di queste tresche amorose arriva l'Arciduca. Leopoldo riesce ad ottenere dal consiglio comunale che l'Arciduca sosti per una notte Al Cavallino Bianco; Gioseffa, per ringraziarlo, lo riassume. Tutti si preparano ad accogliere l'Arciduca con il massimo della cortesia, ma nel bel mezzo della festa Leopoldo sbotta in una gran scenata di gelosia dettata dal fatto che Gioseffa stesse "amabilmente" conversando con Bellati. Gioseffa si scusa con l'Arciduca, che comprende e l'indirizza verso Leopoldo: "non bisogna cercare la felicità lontano quando la si ha a portata di mano". Il lieto fine non è lontano. Le coppie sono ormai formate: Sigismondo e Claretta, Bellati e Ottilia, Leopoldo e Gioseffa. E il processo? Anche quello a lieto fine con buona pace del buffo Zanetto Pesamenole.