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Camasio e Oxilia
Una stagione della vita
Sandro Camasio e Nino Oxilia non conobbero che una stagione della vita:
la giovinezza. Ma chi erano questi due ragazzi torinesi? Ecco come li
ricorda Renato Simoni sulle pagine dell'Illustrazione Italiana il 9
dicembre 1917: "Erano due ragazzi romantici e giocondi: uno di spalle
dure, con un che di strambo tra ciuffo e sghimbescio, il naso forte
e il mento quadrato; e si chiamava Sandro Camasio; l'altro era smilzo
con teneri occhi, tratti virilmente delicati, bocca ridente, quieti
modi signorili; e si chiamava Nino Oxilia. Tutti e due amavano la vita
come si ama tra i diciotto e i vent'anni, dipinta di divina falsità,
misteriosa come una vergine e procace come una cortigiana. L'uno squadrava
l'avvenire con festosa sicurezza, l'altro lo sogguardava di tra le ciglia,
come per lusingarlo; e tutti e due intessevano, con la mente felice
e il cuore abbondante, storie purpuree ed azzurre per i loro favolosi
domani. Non so quando si incontrarono; forse la loro gioia di vivere
cantava forte, come a richiamo e una errabonda notte di plenilunio,
con magnificenza di stelle, li affratellò tra una confidenza d'amore
e un sonetto. Certo sognarono insieme; e nei loro sogni passavano, civettando
gentili, la donna e la gloria. Una sera essi apparvero insieme, tenendosi
per mano, ai fuochi d'una ribalta milanese a godersi i primi applausi,
guadagnati con una loro commedia facile e calda La Zingara. Li ho visti
il giorno dopo. Erano taciturni di felicità. Ridevano calmi, con una
stupefazione fanciullesca nello sguardo. Parevano dirsi: "ci siamo".
Parevano pensare: "vita sei nostra, con la fama, i tesori di Golconda
e tutte le belle rosee femmine del mondo". Erano, in quel tempo, spensieratamente
squattrinati, con lucidi guanti e ricchissime voglie; bohémiens un poco
per anacronismo letterario e un poco per istinto vagabondo". Sandro
e Nino (Antonio) furono inseparabili in vita, nelle loro incoscienti
avventure adolescenziali come nell'opera letteraria dove risulta impossibile
sceverare l'apporto dell'uno e dell'altro per la felice concomitanza
e la perfetta coincidenza della formazione artistica, dei motivi, delle
ambizioni, dei gusti e, perfino, del temperamento e del destino comune
che stabilì per entrambi la morte in giovane età, prima che le singole
personalità avessero tempo e modo di definirsi. Se una differenza può
essere suggerita è quella di una visione più ottimistica e gaia della
vita in Camasio; tendente alla malinconia e all'interiore meditazione
in Oxilia. Rappresentarono, entrambi, il frutto di un particolare clima
culturale torinese debut de siècle, commisto d'attenzione al reale,
di descrizione espressiva, di bohème controllata da un'educazione borghese
e di estemporaneità goliardica. Addio giovinezza si inserì dunque, senza
atteggiamenti provocatori, ma, con coerenti caratteri propri, nel movimento
di reazione alla sontuosità verbale e all'ipertrofia immaginativa dannunziana
in atto a quell'epoca. Un fato avverso, crudele attendeva, però, gli
autori di Addio giovinezza, la commedia che ne unì indissolubilmente
i nomi, dando loro lustro. Pur contenuta nei toni pacati del piccolo
universo provinciale torinese, pervaso di gozzaniana fragranza, l'opera
offre una testimonianza significativa di un mondo irrimediabilmente
scomparso, quell'ambiente goliardico e scapigliato che vividamente si
riflette nelle patetiche vicende dei suoi protagonisti negli ultimi
bagliori del crepuscolarismo. Sandro Camasio, nato a Torino nel 1884,
a 29 anni, colpito da fulminea meningite di probabile origine tubercolare,
fu il primo dei due a salutare la vita. Era il 1913. L'amico, il compagno
Nino Oxilia, nato nel 1889, cadde ai piedi del Monte Tomba fra il Brenta
ed il Piave il 18 novembre 1917, rispondendo all'offensiva che seguì
la ritirata di Caporetto col grado di tenente d'artiglieria.
Se la "prima" è tribolata, la fortuna è assicurata!
In Addio Giovinezza Giuseppe Pietri trovò un preciso indirizzo alla
sua creatività, nonostante il parere negativo dell'editore Sonzogno
che giudicò l'argomento troppo flebile per un'opera. Sicuro di sé, Pietri
si propose ad Oxilia - Sandro Camasio era purtroppo già scomparso -
che acconsentì con entusiasmo al progetto di trasformare Addio giovinezza
in operetta. L'eco della leggenda ci tramanda di un viaggio in treno,
per raggiungere la Svizzera dove villeggiava Sonzogno, che lo squattrinato
compositore affrontò con in tasca i soldi del solo biglietto di andata
e lo spartito di Addio giovinezza. Vinta, finalmente, la resistenza
dell'irremovibile Sonzogno, Pietri poté far ritorno in Italia con un
acconto di mille lire e col contratto firmato in mano. La "prima" di
Addio giovinezza andò in scena al Teatro Goldoni di Livorno nel 1915,
alla vigilia, per l'Italia, della Grande Guerra. Nonostante la compagnia
capeggiata dall'attore Tani non rispondesse alle richieste dell'esigente
autore, il successo fu clamoroso e Pietri dovette salire più di venti
volte alla ribalta. Sapido il resoconto di Guido Vivarelli, cronista
del Telegrafo di Livorno: "...Pietri nel dar veste melodica al delicato
lavoro di Camasio ed Oxilia, era riuscito ad armonizzare con un così
perfetto e gustoso senso dell'arte gli elementi comici e sentimentali
dell'indovinatissima "pièce" che ognuno di noi sin dalle prime prove,
aveva fiutato il successo come un evento immancabile. E il successo
ci fu e clamoroso (...) ma le prove... quale tortura e quale fatica
per Pietri! L'orchestra non andava, il tenore cantava passabilmente,
ma recitava male. Dorina recitava a meraviglia; aveva una voce bella
e soave, ma con una costanza degna d'una miglior causa si ostinava ad
ignorare la parte. Il coro, non potendo far altro, stonava. Data questa
rosea situazione, Pietri si divertiva a passare da un eccesso di collera
all'altro. Una cosa piacevolissima, ma il colmo del divertimento si
ebbe quando l'autore, non potendone proprio più, prese a schiaffi il
direttore d'orchestra. Da allora le cose migliorarono alquanto. Segno
evidente questo che, anche in teatro, con le buone maniere si ottiene
tutto". Schiaffi, addirittura colpi di pistola, volarono alla prima
milanese, il 20 aprile di quello stesso 1915, al Teatro Diana dove diede
eloquente prova di "interventismo" un gruppo di Futuristi capitanati
da Martinetti, Boccioni, Carrà e Russolo, vestiti provocatoriamente
in grigio-verde. La cronaca è di Luciano Ramo: "Breve: i primi due atti
di Addio giovinezza vanno via lisci, sereni, acclamatissimi: e al finale
secondo gli interpreti principali sono alla ribalta col maestro Pietri
e col librettista (sic) Oxilia, subissati di applausi, allorché il pittore
Umberto Boccioni in prima fila, ha la bella idea di gridare: Viva l'Italia!
Non l'avesse mai gridato: gli si risponde dal fondo della sala: Viva
Giolitti, abbasso la guerra! Ed è il segnale della guerra in platea.
Grida, schiaffi, pugni, cazzotti, tafferugli, svenimenti di signore
impressionabili e dolci nel fondo, due colpi di rivoltella. Poi tre,
poi quattro. No, nessuna vittimaniente morti, feriti, dispersi: solo
cinque prigionieri, un futurista e quattro sovversivi, poi rilasciati
dopo una notte in guardina". Al Teatro Costanzi di Roma, dove Addio
giovinezza andò in scena agli inizi di maggio di quello stesso 1915,
alla "prima" intervenne Gabriele D'Annunzio accompagnato da una squadra
di fedelissimi. Il Verbo del Vate risuonò alla fine del secondo intervallo,
sostituendosi alle revolverate milanesi ed anticipando con la sua roboante
retorica gli anni di guerra che avrebbero dato, per davvero, un tragico,
quanto inutile addio alla giovinezza di tanti ragazzi.
Note sulla riscrittura
Per il teatro italiano il periodo che precede la Grande Guerra fu un
momento di intenso fervore. Dai palcoscenici saliva il tragico grido
della dannunziana Figlia di Jorio. Giacosa in Come le foglie componeva
il quadro di una società borghese condizionata dal danaro; Verga tracciava
la sua opera nel solco del verismo: Marinetti lanciava i suoi proclami
futuristi e Pirandello dava alle scene le sue prime opere. Momento dunque
di straordinario vitalismo della drammaturgia italiana: un campo fiorito
in mezzo al quale spunta improvvisa e profumata la primula selvatica
di Addio giovinezza. È il febbraio del 1911, è successo grandissimo
immediato e da allora la vicenda del giovane Mario, dell'innamorata
Dorina e del buffo Leone sono entrate nel bagaglio dei dolci ricordi
del pubblico italiano, perché il tema degli anni verdi, dei primi amori
e delle non dimenticate spensieratezze, rimane un tema segreto del cuore.
Tema ripreso durante tutto il secolo dalle tante edizioni filmate di
Addio giovinezza: nel 1913 con Lydia Quaranta, nel 1927 con la regia
di Augusto Gemina, nel 1940 il famoso film con Clara Calamai e Carlo
Campanini, nel 1959 la prima edizione televisiva con Arturo Testa che
aveva appena vinto il Festival di Sanremo con la canzone "Io sono il
vento" ed ancora l'altra edizione televisiva del 1968 curata da Giuseppe
Patroni Griffi con Gigliola Cinquetti, Nino Castelnuovo e Ornella Vanoni.
Un tema, dunque che ancora oggi, a quasi cento anni di distanza, continua
ad affascinare e che in questa edizione, che Corrado Abbati firma per
la prima volta, vuole mettere in luce la gioia dei giovani e quanta
forza ci sia nella loro spensieratezza. Un'edizione voluta sincera così
come era nelle intenzioni dei giovani autori Camasio ed Oxilia e dall'altrettanto
giovane compositore Giuseppe Pietri. Così Abbati ha preso sottobraccio
Mario, Dorina, Leone e gli altri compagnia, li ha stanati dalle loro
camere in affitto e li ha portati sul palcoscenico a giocare. Anche
Elena, la donna misteriosa e fatale, sta al gioco e illumina di spumeggiante
sensualità la fresca armonia di questo lavoro e Abbati ha riservato
a lei, alle sue esibizioni sul palcoscenico e nella penombra del Teatro
Carignano, i tanti quadri spettacolari di questo brillante e moderno
adattamento. Addio giovinezza è un'operetta importantissima nella storia
di questo genere perché indicò la strada di quella che sarebbe stata
la "via italiana" dell'operetta: un'operetta che, lasciati oltralpe
i lussuosi saloni stracolmi di ciarpame quotidiano, creando dunque l'operetta
del "verosimile". Un passo dunque cruciale che non poteva mancare nelle
scelte della Compagnia diretta da Corrado Abbati, da sempre attenta
a proposte dal taglio non banale e volte a recuperare con serietà ed
entusiasmo i tanti capolavori del repertorio operettistico.
Argomento
Siamo all'inizio del '900. Mario, uno studente della buona borghesia
provinciale, è a Torino dove frequenta la facoltà di Medicina.. Ha preso
in affitto una camera e tra casa, università e scorribande al Valentino,
trascorre gli anni felici della goliardia, mentre nasce il suo primo
amore: Dorina è un modista, una brava ragazza che entra ben presto a
fare parte della allegra brigata degli amici di Mario, tra i quali c'è
Carlo che amoreggia con Emma e Leone, il più buono, vittima privilegiata
delle burle dei compagni, ma veramente un cuore d'oro. Tutti stanno
preparando la tradizionale festa delle matricole. Mario, rimasto solo,
ripassa il rituale goliardico quando irrompe nella sua stanza una donna
sensuale e misteriosa, Elena. Fra lo studente e la signora nasce una
irresistibile attrazione e si danno appuntamento per la sera stessa
al Teatro Carignano. E' qui, in mezzo ad una grande festa, che la signora
da sfogo al suo capriccio e Mario se ne invaghisce e decide di riceverla
nuovamente nella sua stanza, ma Dorina se ne accorge e gli chiede spiegazioni.
Mario inventa una scusa. Dice a Dorina che la donna in questione è un'avventura
di Leone. A complicare il tutto arrivano gli studenti che trascinano
Mario all'università per una importante riunione. Leone, rimasto solo
con Dorina, non riesce a sostenere il sotterfugio e confessa la tresca,
lasciando che Dorma affronti la rivale. Quando Elena arriva è sorpresa,
ma Dorina le confessa il suo amore per Mario e costringe "la signora"
ad abbandonare il campo. Al suo ritorno Mario sfoga tutto il suo furore
su Dorina e sul suo "complice" Leone. Avrà ancora occasione di rivedere
Elena a teatro durante una recita, ma Elena è cambiata: Mario ne è profondamente
ferito. Arriva il giorno della laurea: Mario, Leone e Carlo sono pronti
per chiudere la bella avventura goliardica festeggiando insieme. Nel
bel mezzo della "bicchierata" fa la sua comparsa Dorina. Lei e Mario
non si erano più visti, ma certo non hanno smesso di amarsi di quell'amore
che nessuno dei due potrà dimenticare, mentre una voce sale dalla strada:
...fugge la bellezza e giovinezza non torna più, ma l'amore vero morire
non può!
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