Inscena
Compagnia Corrado Abbati
presenta



ADDIO GIOVINEZZA
operetta di Sandro Camasio e Nino Oxillia
musica di Giuseppe Pietri


con
CORRADO ABBATI

regia di
Corrado Abbati


scene Alfredo Troisi
costumi Luca Dall'Alpi
coreografie Francesco Frola
direzione musicale Marco Versari e Mario Fiorini


Camasio e Oxilia
Una stagione della vita

Sandro Camasio e Nino Oxilia non conobbero che una stagione della vita: la giovinezza. Ma chi erano questi due ragazzi torinesi? Ecco come li ricorda Renato Simoni sulle pagine dell'Illustrazione Italiana il 9 dicembre 1917: "Erano due ragazzi romantici e giocondi: uno di spalle dure, con un che di strambo tra ciuffo e sghimbescio, il naso forte e il mento quadrato; e si chiamava Sandro Camasio; l'altro era smilzo con teneri occhi, tratti virilmente delicati, bocca ridente, quieti modi signorili; e si chiamava Nino Oxilia. Tutti e due amavano la vita come si ama tra i diciotto e i vent'anni, dipinta di divina falsità, misteriosa come una vergine e procace come una cortigiana. L'uno squadrava l'avvenire con festosa sicurezza, l'altro lo sogguardava di tra le ciglia, come per lusingarlo; e tutti e due intessevano, con la mente felice e il cuore abbondante, storie purpuree ed azzurre per i loro favolosi domani. Non so quando si incontrarono; forse la loro gioia di vivere cantava forte, come a richiamo e una errabonda notte di plenilunio, con magnificenza di stelle, li affratellò tra una confidenza d'amore e un sonetto. Certo sognarono insieme; e nei loro sogni passavano, civettando gentili, la donna e la gloria. Una sera essi apparvero insieme, tenendosi per mano, ai fuochi d'una ribalta milanese a godersi i primi applausi, guadagnati con una loro commedia facile e calda La Zingara. Li ho visti il giorno dopo. Erano taciturni di felicità. Ridevano calmi, con una stupefazione fanciullesca nello sguardo. Parevano dirsi: "ci siamo". Parevano pensare: "vita sei nostra, con la fama, i tesori di Golconda e tutte le belle rosee femmine del mondo". Erano, in quel tempo, spensieratamente squattrinati, con lucidi guanti e ricchissime voglie; bohémiens un poco per anacronismo letterario e un poco per istinto vagabondo". Sandro e Nino (Antonio) furono inseparabili in vita, nelle loro incoscienti avventure adolescenziali come nell'opera letteraria dove risulta impossibile sceverare l'apporto dell'uno e dell'altro per la felice concomitanza e la perfetta coincidenza della formazione artistica, dei motivi, delle ambizioni, dei gusti e, perfino, del temperamento e del destino comune che stabilì per entrambi la morte in giovane età, prima che le singole personalità avessero tempo e modo di definirsi. Se una differenza può essere suggerita è quella di una visione più ottimistica e gaia della vita in Camasio; tendente alla malinconia e all'interiore meditazione in Oxilia. Rappresentarono, entrambi, il frutto di un particolare clima culturale torinese debut de siècle, commisto d'attenzione al reale, di descrizione espressiva, di bohème controllata da un'educazione borghese e di estemporaneità goliardica. Addio giovinezza si inserì dunque, senza atteggiamenti provocatori, ma, con coerenti caratteri propri, nel movimento di reazione alla sontuosità verbale e all'ipertrofia immaginativa dannunziana in atto a quell'epoca. Un fato avverso, crudele attendeva, però, gli autori di Addio giovinezza, la commedia che ne unì indissolubilmente i nomi, dando loro lustro. Pur contenuta nei toni pacati del piccolo universo provinciale torinese, pervaso di gozzaniana fragranza, l'opera offre una testimonianza significativa di un mondo irrimediabilmente scomparso, quell'ambiente goliardico e scapigliato che vividamente si riflette nelle patetiche vicende dei suoi protagonisti negli ultimi bagliori del crepuscolarismo. Sandro Camasio, nato a Torino nel 1884, a 29 anni, colpito da fulminea meningite di probabile origine tubercolare, fu il primo dei due a salutare la vita. Era il 1913. L'amico, il compagno Nino Oxilia, nato nel 1889, cadde ai piedi del Monte Tomba fra il Brenta ed il Piave il 18 novembre 1917, rispondendo all'offensiva che seguì la ritirata di Caporetto col grado di tenente d'artiglieria.

Se la "prima" è tribolata, la fortuna è assicurata!
In Addio Giovinezza Giuseppe Pietri trovò un preciso indirizzo alla sua creatività, nonostante il parere negativo dell'editore Sonzogno che giudicò l'argomento troppo flebile per un'opera. Sicuro di sé, Pietri si propose ad Oxilia - Sandro Camasio era purtroppo già scomparso - che acconsentì con entusiasmo al progetto di trasformare Addio giovinezza in operetta. L'eco della leggenda ci tramanda di un viaggio in treno, per raggiungere la Svizzera dove villeggiava Sonzogno, che lo squattrinato compositore affrontò con in tasca i soldi del solo biglietto di andata e lo spartito di Addio giovinezza. Vinta, finalmente, la resistenza dell'irremovibile Sonzogno, Pietri poté far ritorno in Italia con un acconto di mille lire e col contratto firmato in mano. La "prima" di Addio giovinezza andò in scena al Teatro Goldoni di Livorno nel 1915, alla vigilia, per l'Italia, della Grande Guerra. Nonostante la compagnia capeggiata dall'attore Tani non rispondesse alle richieste dell'esigente autore, il successo fu clamoroso e Pietri dovette salire più di venti volte alla ribalta. Sapido il resoconto di Guido Vivarelli, cronista del Telegrafo di Livorno: "...Pietri nel dar veste melodica al delicato lavoro di Camasio ed Oxilia, era riuscito ad armonizzare con un così perfetto e gustoso senso dell'arte gli elementi comici e sentimentali dell'indovinatissima "pièce" che ognuno di noi sin dalle prime prove, aveva fiutato il successo come un evento immancabile. E il successo ci fu e clamoroso (...) ma le prove... quale tortura e quale fatica per Pietri! L'orchestra non andava, il tenore cantava passabilmente, ma recitava male. Dorina recitava a meraviglia; aveva una voce bella e soave, ma con una costanza degna d'una miglior causa si ostinava ad ignorare la parte. Il coro, non potendo far altro, stonava. Data questa rosea situazione, Pietri si divertiva a passare da un eccesso di collera all'altro. Una cosa piacevolissima, ma il colmo del divertimento si ebbe quando l'autore, non potendone proprio più, prese a schiaffi il direttore d'orchestra. Da allora le cose migliorarono alquanto. Segno evidente questo che, anche in teatro, con le buone maniere si ottiene tutto". Schiaffi, addirittura colpi di pistola, volarono alla prima milanese, il 20 aprile di quello stesso 1915, al Teatro Diana dove diede eloquente prova di "interventismo" un gruppo di Futuristi capitanati da Martinetti, Boccioni, Carrà e Russolo, vestiti provocatoriamente in grigio-verde. La cronaca è di Luciano Ramo: "Breve: i primi due atti di Addio giovinezza vanno via lisci, sereni, acclamatissimi: e al finale secondo gli interpreti principali sono alla ribalta col maestro Pietri e col librettista (sic) Oxilia, subissati di applausi, allorché il pittore Umberto Boccioni in prima fila, ha la bella idea di gridare: Viva l'Italia! Non l'avesse mai gridato: gli si risponde dal fondo della sala: Viva Giolitti, abbasso la guerra! Ed è il segnale della guerra in platea. Grida, schiaffi, pugni, cazzotti, tafferugli, svenimenti di signore impressionabili e dolci nel fondo, due colpi di rivoltella. Poi tre, poi quattro. No, nessuna vittimaniente morti, feriti, dispersi: solo cinque prigionieri, un futurista e quattro sovversivi, poi rilasciati dopo una notte in guardina". Al Teatro Costanzi di Roma, dove Addio giovinezza andò in scena agli inizi di maggio di quello stesso 1915, alla "prima" intervenne Gabriele D'Annunzio accompagnato da una squadra di fedelissimi. Il Verbo del Vate risuonò alla fine del secondo intervallo, sostituendosi alle revolverate milanesi ed anticipando con la sua roboante retorica gli anni di guerra che avrebbero dato, per davvero, un tragico, quanto inutile addio alla giovinezza di tanti ragazzi.

Note sulla riscrittura
Per il teatro italiano il periodo che precede la Grande Guerra fu un momento di intenso fervore. Dai palcoscenici saliva il tragico grido della dannunziana Figlia di Jorio. Giacosa in Come le foglie componeva il quadro di una società borghese condizionata dal danaro; Verga tracciava la sua opera nel solco del verismo: Marinetti lanciava i suoi proclami futuristi e Pirandello dava alle scene le sue prime opere. Momento dunque di straordinario vitalismo della drammaturgia italiana: un campo fiorito in mezzo al quale spunta improvvisa e profumata la primula selvatica di Addio giovinezza. È il febbraio del 1911, è successo grandissimo immediato e da allora la vicenda del giovane Mario, dell'innamorata Dorina e del buffo Leone sono entrate nel bagaglio dei dolci ricordi del pubblico italiano, perché il tema degli anni verdi, dei primi amori e delle non dimenticate spensieratezze, rimane un tema segreto del cuore. Tema ripreso durante tutto il secolo dalle tante edizioni filmate di Addio giovinezza: nel 1913 con Lydia Quaranta, nel 1927 con la regia di Augusto Gemina, nel 1940 il famoso film con Clara Calamai e Carlo Campanini, nel 1959 la prima edizione televisiva con Arturo Testa che aveva appena vinto il Festival di Sanremo con la canzone "Io sono il vento" ed ancora l'altra edizione televisiva del 1968 curata da Giuseppe Patroni Griffi con Gigliola Cinquetti, Nino Castelnuovo e Ornella Vanoni. Un tema, dunque che ancora oggi, a quasi cento anni di distanza, continua ad affascinare e che in questa edizione, che Corrado Abbati firma per la prima volta, vuole mettere in luce la gioia dei giovani e quanta forza ci sia nella loro spensieratezza. Un'edizione voluta sincera così come era nelle intenzioni dei giovani autori Camasio ed Oxilia e dall'altrettanto giovane compositore Giuseppe Pietri. Così Abbati ha preso sottobraccio Mario, Dorina, Leone e gli altri compagnia, li ha stanati dalle loro camere in affitto e li ha portati sul palcoscenico a giocare. Anche Elena, la donna misteriosa e fatale, sta al gioco e illumina di spumeggiante sensualità la fresca armonia di questo lavoro e Abbati ha riservato a lei, alle sue esibizioni sul palcoscenico e nella penombra del Teatro Carignano, i tanti quadri spettacolari di questo brillante e moderno adattamento. Addio giovinezza è un'operetta importantissima nella storia di questo genere perché indicò la strada di quella che sarebbe stata la "via italiana" dell'operetta: un'operetta che, lasciati oltralpe i lussuosi saloni stracolmi di ciarpame quotidiano, creando dunque l'operetta del "verosimile". Un passo dunque cruciale che non poteva mancare nelle scelte della Compagnia diretta da Corrado Abbati, da sempre attenta a proposte dal taglio non banale e volte a recuperare con serietà ed entusiasmo i tanti capolavori del repertorio operettistico.

Argomento
Siamo all'inizio del '900. Mario, uno studente della buona borghesia provinciale, è a Torino dove frequenta la facoltà di Medicina.. Ha preso in affitto una camera e tra casa, università e scorribande al Valentino, trascorre gli anni felici della goliardia, mentre nasce il suo primo amore: Dorina è un modista, una brava ragazza che entra ben presto a fare parte della allegra brigata degli amici di Mario, tra i quali c'è Carlo che amoreggia con Emma e Leone, il più buono, vittima privilegiata delle burle dei compagni, ma veramente un cuore d'oro. Tutti stanno preparando la tradizionale festa delle matricole. Mario, rimasto solo, ripassa il rituale goliardico quando irrompe nella sua stanza una donna sensuale e misteriosa, Elena. Fra lo studente e la signora nasce una irresistibile attrazione e si danno appuntamento per la sera stessa al Teatro Carignano. E' qui, in mezzo ad una grande festa, che la signora da sfogo al suo capriccio e Mario se ne invaghisce e decide di riceverla nuovamente nella sua stanza, ma Dorina se ne accorge e gli chiede spiegazioni. Mario inventa una scusa. Dice a Dorina che la donna in questione è un'avventura di Leone. A complicare il tutto arrivano gli studenti che trascinano Mario all'università per una importante riunione. Leone, rimasto solo con Dorina, non riesce a sostenere il sotterfugio e confessa la tresca, lasciando che Dorma affronti la rivale. Quando Elena arriva è sorpresa, ma Dorina le confessa il suo amore per Mario e costringe "la signora" ad abbandonare il campo. Al suo ritorno Mario sfoga tutto il suo furore su Dorina e sul suo "complice" Leone. Avrà ancora occasione di rivedere Elena a teatro durante una recita, ma Elena è cambiata: Mario ne è profondamente ferito. Arriva il giorno della laurea: Mario, Leone e Carlo sono pronti per chiudere la bella avventura goliardica festeggiando insieme. Nel bel mezzo della "bicchierata" fa la sua comparsa Dorina. Lei e Mario non si erano più visti, ma certo non hanno smesso di amarsi di quell'amore che nessuno dei due potrà dimenticare, mentre una voce sale dalla strada: ...fugge la bellezza e giovinezza non torna più, ma l'amore vero morire non può!