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La prima
volta che vidi "Shylock" al festival di Edimburgo nel 1998 ne rimasi
completamente affascinato: ciò che mi colpì in Gareth Armstrong - attore/autore
secondo la migliore tradizione teatrale - fu la forza comunicativa della
sua interpretazione del testo shakespeariano. Tutti conoscono la storia
de "II mercante di Venezia", ma Armstrong ne ha saputo estrarre un pamphlet
intelligente che in un'ora e mezza ripercorre la storia degli Ebrei
(da Mosé a Barbara Streisand) e insieme del teatro europeo, senza mai
annoiare, senza mai sfoggio di erudizione, ma anzi con la straordinaria
capacità di riproporre in chiave ironica anche le pagine più buie della
storia dell'umanità - come l'Olocausto, mai citato ma sempre presente.
"Shylock" è un grande cabaret, con un attore pronto a calarsi in più
di trenta personaggi con virtuosismo camaleontico, e al tempo stesso
teatro "politico" capace di trasformare un mito in una riflessione sul
presente, con una forza e un'universalità che stanno ricevendo continue
conferme non solo sui palcoscenici del mondo anglosassone, ma anche
su quelli di lingua spagnola nell'edizione ispano-catalana - interpretata
da Manel Barcelò e da me diretta - vincitrice del premio città di Barcellona
2000. In Italia molte persone hanno creduto e lavorato a questo progetto;
complici le Università di Venezia e di Milano, alcuni gruppi di studenti
hanno fatto ricerche storiche, letterarie, teatrali, iconografiche;
hanno tradotto e adattato il testo, pensato ad una scenografia, promosso
convegni e prove aperte. Con la supervisione di Maggie Rose per la traduzione
e di Sonia Antinori per l'adattamento hanno lavorato per rendere ancora
più immediatamente "mediterranei" il testo originale e le citazioni
shakespeariane, per aggiungere ricordi che suonassero immediatamente
familiari al nostro pubblico. Stimolati da Lucio Diana hanno immaginato
una "O" di legno sospesa su una limacciosa laguna veneziana, con luci
cangianti a suggerire lo splendore dell'oro e la violenza delle sopraffazioni
- spesso strettamente intrecciati. Eugenio Allegri ha accettato ancora
una volta la sfida del monologo, utilizzando tutti i materiali e gli
stimoli del testo e dell'allestimento per gettarsi con coraggio in questa
avventura nella Storia. Che è poi la storia delle diversità, in cui
tutti - per un motivo o per l'altro - possiamo riconoscerci. Nella nostra
odierna interpretazione, l'ebreo Shylock - e ancor più il suo alter-ego/narratore,
Tubal - diventano incarnazioni di tutte le differenze, di tutte le minoranze
che per qualche motivo sono state discriminate e maltrattate. E nella
loro richiesta di giustizia e di dignità - con la forza della ragione
e dell'invenzione quotidiana e millenaria del teatro - sta la forza
poetica dello spettacolo.
Luca Valentino
Qualche stagione fa al Salisbury Playhouse, Gareth Armstrong interpretava
il ruolo di Shylock nella produzione del Mercante di Venezia diretta
da Jonathan Church. L'attore racconta con grande ironia di come l'incontro
con il personaggio dell'ebreo lo abbia segnato. Shylock nella galleria
shakespeariana è un antagonista, un emarginato, uno che di questo ruolo
doloroso detiene ogni legittimazione: avido e possessivo fino alla crudeltà,
concepisce per il suo nemico una trappola talmente perfetta da rimanervi
schiacciato egli stesso. Con la naturalezza con cui nel periodo delle
prove ogni compagnia finisce per riprodurre nella vita reale le strutture
relazionali della simulazione, Armstrong cominciò a ritrovarsi al bar
da solo, sperimentando quel senso di esclusione di cui il personaggio
che andava preparando è l'incarnazione. L'accumulo dei materiali di
studio deve avergli poi fornito l'occasione di cimentarsi in una dimensione
autorale, che lo ha condotto a firmare la stesura di questo monologo,
del quale nei paesi di lingua inglese è brillante interprete, II lavoro,
approfittando dello spunto narrativo fornito dall'evoluzione del personaggio
dell'ebreo nel teatro inglese e della storia del popolo ebraico nei
secoli, affronta con coraggio e raffinato humour il tema dell'alterità,
intesa in senso religioso, politico, sessuale. Armstrong dispone dell'abilità
tutta inglese di ammansire le grandi opere della letteratura e restituirle
a pensieri concreti, annullando quella distanza che spesso ci separa
dai capolavori del passato, senza nulla togliere alla loro potenza.
Un testo così profondamente inglese per la sua metateatralità shakespeariana
e al tempo stesso tanto universale per i suoi temi più profondi, necessitava
di un approccio drammaturgico che pur mantenendosi fedele allo spirito
dell'originale, sapesse catturare il pubblico italiano, trasferendo
quando necessario l'azione dall'Immaginaria Venezia del Bardo a una
più consueta geografia lagunare. Luca Valentino, già regista dell'edizione
spagnola dello spettacolo e il CUT di Venezia (ora Centro Shylock),
hanno ritenuto di coinvolgere nella rielaborazione testuale un gruppo
di lavoro, che affiancasse giovani a più esperti professionisti, per
consentire un approfondimento delle ricerche e una vastità di soluzioni
che favorissero il carattere sperimentale dell'iniziativa. Il team di
lavoro, coordinato da Maggie Rose e Sonia Antinori, dopo aver indagato
da un lato la lingua shakespeariana e dall'altro la terminologia Ebraico-Yiddish,
ha effettuato una stesura che ponesse particolare attenzione alla resa
della lingua di Shylock, caratterizzata nell'originale da una sintassi
appesantita che connota l'estraneità del personaggio. Eugenio Allegri,
per la sua doppia esperienza con il teatro di narrazione e la commedia
dell'arte, è l'interprete ideale dello spettacolo nel nostro paese.
Lo Shylock che ci racconta è l'avaro delle maschere, un Pantalone dispotico
e terrigno, che si accende in tirate furiose, ostenta geometrica freddezza,
ribolle di pensieri sinistri, per poi scomporsi a tratti rivelando,
sotto l'artificio virtuosistico, il volto fragile di un'umanità esiliata.
Betty Andriolo, Sonia Antinori, Lorenza Fasolo, Cristina Martinetti,
Riccardo Mini, Maggie Rose
Non è stato facile accettare la sfida di "Shylock". Quando luca
Valentino, regista, nella primavera del '99 mi propose di essere l'alter
ego italiano di Gareth Armstrong per lo spettacolo che lui avrebbe diretto,
ne fui lusingato; le notizie che giungevano all'ultima edizione del
Festival di Edimburgo, dove Armstrong aveva debuttato, riferivano di
uno spettacolo-evento, di un attore straordinario, autore per altro
di un testo colto, profondo, denso di spunti per il lavoro teatrale.
Luca aveva poi previsto un progetto complementare al nostro allestimento
che avrebbe coinvolto un gruppo di studenti dell'Università Ca' Foscari
di Venezia nel lavoro di preparazione: sarebbero stati organizzati laboratori
di traduzione, di adattamento e di scenografia diretti rispettivamente
dalla professoressa Maggie Rose, dalla drammaturga Sonia Antinori e
dallo scenografo Lucio Diana. Il tutto teso a realizzare un'edizione
italiana di "Shylock" davvero originale, pertinente e misurata al rapporto
esistente tra teatro e società nel nostro paese. Dunque, perché mai
non accettare la sfida di ''Shylock"? Quali dubbi avanzare di fronte
a tanta dimostrazione di forza e ad altrettanta convincente ideazione?
Quali rischi temere? Tra la selva di pensieri due riflessioni si facevano
largo con particolare forza. La prima era che "Shylock" sarebbe stato
per me il terzo monologo. Non che il monologo sia una forma di teatro
minore, come qualcuno potrebbe pensare, dunque meno longeva. II problema
nel caso dello "Shylock" di Gareth Armstrong, sarebbe stato quello di
affrontare alcuni passaggi del testo che sono vero e proprio teatro
di cabaret, che poi si alternano rapidamente ad altri di taglio storico-documentaristico
e alta citazione letteraria, per poi arrivare infine, in una traduzione
peraltro tutta nuova, all'appuntamento immancabile con il verso di Shakespeare.
Insomma una differenza nel mio stare in scena con tutte le conseguenti
difficoltà rispetto a "Novecento" e ''Cirano" i due monologhi con i
quali mi sono presentato al pubblico italiano fino ad oggi. L'altra
riflessione riguardava gli stessi temi dell'opera: ovvero il contrasto
tra cristiani ed ebrei e la difesa dell'usuraio ebreo in quanto vittima
della discriminazione religiosa, dell'odio razziale, della vendetta
conseguente la sua inaccettabile diversità culturale e politica; insomma,
Shylock, usuraio ebreo, vittima dell'intolleranza religiosa. In che
modo aderire al personaggio Shylock? Come identificarvici, considerato
il fatto ad esempio che io non sono ebreo? Capiamoci, il testo di Armstrong
tratta il tema storico della discriminazione antiebraica da parte del
potere politico e religioso cristiano utilizzando e alternando dolore
e ilarità, tragico e comico, densità e leggerezza sostenuto da quell'autoironia
tipica della cultura ebraica ed anglosassone cui Shylock, Tubal, Shakespeare
ed egli stesso appartengono di diritto. Armstrong del resto vive in
un paese, l'Inghilterra che esprime uno dei vertici dell'idea di società
cosmopolita e tollerante, e parlare di intolleranza in un paese si può
fare. Ma io, dico? Io, dico, vivo in Italia. E scusate: come si può
parlare di intolleranza liberamente e onestamente oggi in Italia? Be,
si, certo, si può fare, non v'è dubbio; ma tanto liberamente, che a
nessuno o quasi gliene importa nulla, e tanto onestamente che la maggioranza
ci ride su. Ammettiamo tuttavia che vi si riesca allora: a Quali cittadini
rivolgersi, in un paese a maggioranza cattolica se, mentre la Chiesa
tenta di riproporre con forza all'attenzione di tutti alcuni grandi
principi, quali la povertà, la solidarietà, la carità, la tolleranza,
si sa che la gran parte dei credenti non rispetta neppure i sacramenti
e i comandamenti fondamentali in materia di indissolubilità del matrimonio,
fedeltà, contraccezione, profitto, usura, e in casi estremi violenza
e omicidio? Trovati comunque degli interlocutori anche laici, allora:
in quali grandi speculazioni etiche o culturali o appunto politico-religiose
mai addentrarsi se le uniche veramente ammesse all'attenzione di capi
famiglia d'assalto o single sgommanti sono quelle di tipo finanziario
o d'azzardo clientelare o lottomatiche? Catturata infine l'attenzione
di qualche benpensante, allora: che diritto ha un attore di parlare
ad un vasto pubblico se pretende di utilizzare soltanto il suo far teatro
per esprimere opinioni e non si presenta piuttosto in televisione la
dove si può far tremare la gente con spettacoli-shock o a dibattiti
politici per urlatori oppure non scrive prima un libro di scemenze pornofilosofiche
che così poi lo ascoltano di più? E allora e insomma: perché io dovrei
per forza, facendo teatro, accettare la sfida di "Shylock" se ciò che
voglio davvero è richiamate l'attenzione di tanti su temi legati all'intolleranza
quali la diffidenza, l'ipocrisia, l'indifferenza e il dominio nella
società compresa quella in cui vivo? Fare teatro è cosa semplice o difficile,
come qualsiasi altro lavoro, è atto responsabile che può esprimersi
con gioia o con tristezza; si fa a volte con fatica a volte no, può
procurare negli altri noia o curiosità. La sua funzione principale è
comunque quella di mettere in comunicazione tra di loro gli uomini e
le donne appartenenti a una comunità in una forma che non esiterei a
definire di cerimonia laica, civile e politica. Ogni uomo di teatro,
pur coadiuvato nel suo lavoro dallo studio e dalla ricerca, decide di
affrontare determinati argomenti, determinati testi in base alla propria
sensibilità. Accade spesso di non individuare il tema di maggior interesse,
accade altrettanto spesso di non riuscire ad essere buon interprete
del proprio tempo, in una parola testimone, con la propria opera, della
società cui si appartiene: accade poi di mettersi lì a raccontare storie
che la gente proprio non riesce a ricordare. Accade anche talvolta,
nel bene come nel male, che siano la società, il tempo e le storie a
muoversi verso l'attore. Dev'essersi avverata quest'ultima ipotesi:
ecco perché alla fine, ho accettato la sfida di "Shylock".
Eugenio Allegri
Trama
Il monologo scritto da Gareth Armstrong è ispirato alla commedia
"Il mercante di Venezia", che William Shakespeare scrisse nel 1597 e
che rappresenta una delle manifestazioni più riuscite del genere verso
un lirismo più sofferto e cosciente. Questa, in breve, la trama della
commedia. Secondo l'ultima volontà del popola padre, Porzia, un'ereditiera
di Belmonte, deve mettere alla prova tutti coloro che desiderano sposarla.
Il nobile Bassanio vuole sfidare la sorte, pur non avendo denaro a disposizione,
così chiede all'amico Antonio, mercante a Venezia, tremila ducati per
corteggiare degnamente la ricca Porzia. Antonio, a sua volta, chiede
un prestito all'ebreo Shylock, che pretende in garanzia una libbra della
sua carne, nel caso in cui Antonio non rispettasse i termini di pagamento.
Bassanio ottiene la mano di Porzia superando una prova stabilita dal
padre di lei. Intanto Jessica, figlia di Shylock, è fuggita con un cristiano,
Lorenzo, sottraendo denaro e gioielli al padre. Questo manda su tutte
le furie Shylock che, nell'apprendere che le navi di Antonio hanno fatto
naufragio e non ha di che pagare il debito contratto, pretende la sua
libbra di carne. La causa finisce in tribunale. Tubal, amico ebreo di
Shylock , inviato da quest'ultimo a cercare Jessica e le ricchezze rubate,
torna a mani vuote, ma rivela che Jessica sta sperperando il denaro
del padre e che ha barattato il suo anello di fidanzamento con una scimmia.
Porzia, venuta a sapere in quali guai si trova Antoni, amico di Bassanio,
ora suo marito, si traveste da avvocato e perora la sua causa davanti
al doge, dimostrando che Shylock ha diritto alla carne perché era nei
patti, ma per ottenerla non deve versare neppure una goccia del sangue
di Antonio; anzi, deve essere punito con la morte per aver attentato
alla vita di un veneziano. Il doge grazia Shylock ma confisca i suoi
beni, che saranno divisi tra Antonio e lo stato veneziano. Antonio rinuncia
alla sua parte a condizione che Shylock si faccia cristiano e leghi
i suoi beni a Lorenzo e a Jessica. Colmo di allegria, Bassanio ricompensa
"l'avvocato", sotto le vesti del quale non ha ancora riconosciuto Porzia,
con l'anello che l'amata gli aveva donato e dal quale egli aveva giurato
di non separarsi mai. Porzia, allora, rivela la sua identità e accetta
l'atto di Bassanio con la promessa di felicità
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