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Note di regia
Mi accingo a queste note di regia cercando di non disquisire e di essere
il meno retorico e banale possibile. A parte i problemi tecnici, che
in questa commedia però risultano poco tecnici, poiché si riferiscono
all'Arte della coreografia e della musica, canzoni comprese, i veri
problemi sono implicitamente in relazione con la comicità che, nonostante
la mia quarantennale esperienza, non sono ancora riuscito a sapere con
certezza, quanto possa rendere questa comicità e quanto possa risultare
non poco elegante, ma almeno non dozzinale. Dunque e comunque, il mio
obiettivo in questo caso specifico, è sostenere la logica nelle situazioni,
anche psicologiche, e difendere tenacemente l'intelligenza del pubblico.
La commedia parla di una grande menzogna. Una menzogna certo non cercata
ma costruita per una contingenza che coinvolgerà il maggiordomo Brasset,
fino a costringerlo a travestirsi da donna Donna Esmeralda, nella nuova
anagrafe! Dunque Brasset la bugia vivente, ambulante e approfittante
della commedia. Ed ecco, che intorno a questa falsa condizione, a questa
falsa nuova identità, ho sentito come regista, imperativo il bisogno
di una prestazione più sincera possibile da parte degli altri protagonisti
della vicenda. Recitazione non priva di una allegra ironia certo, ma
assolutamente controllata, onde evitare sbilanciamenti e cadute di stile.
Questo ho cercato di fare e questo non so se sono riuscito ad ottenere.
A voi, gentile pubblico, l'ardua sentenza.
Lando Buzzanca
Il perché di una scelta
Facciamo l'ipotesi che scartabellando fra testi più o meno "sacri",
appaia improvvisamente un titolo leggendo, una farsa famosa che fu il
patrimonio di grandi attori del passato e del presente, da Flavio Andò
ad Armando Falconi, da Macario in cinema a Josè Ferrer e Rex Harrison,
da Fernandel a Albert Finney, farsa che fu frequentata dalle maggiori
compagnie internazionali di filodrammatica e ambita dagli studenti di
collages inglesi ed americani e che fu soprattutto saccheggiata da infinite
imitazioni dando seguito ai giochi degli equivoci esilaranti ed ai travestimenti
naturalmente femminili. Forse si è già capito che si tratta dell'intramontabile
"La Zia di Carlo" di Brandon Thomas scritta a rappresentata alla fine
dell'Ottocento. E parliamo ora di Lando Buzzanca che è alla ricerca
di uno spettacolo che ricalchi le grandi tradizioni del teatro comico
ma che strizzi l'occhio alle esigenze delle platee di oggi. Le ipotesi
e le realtà si intrecciano e ne verrà fuori una farsa musicale che si
intitolerà ancora una volta "La Zia di Carlo" che avrà come protagonista
Lando Buzzanca contornato da un gruppo di attori giovani e meno giovani.
La regia è di Lando Buzzanca, la nuova traduzione dall'inglese
(e relativo adattamento) di Luigi Lunari, le scene di Bruno Garofalo.
Vito Cesaro e Antonio Miele
Note sull'adattamento
Scritta nella primavera del 1892, presentata a Londra nell'inverno
dello stesso anno per una serie record di 1466 rappresentazioni, "La
zia di Cario" è un caso unico nella storia del teatro. Il suo autore
- Brandon Thomas (1856-1914) - non ha al suo attivo altre opere di una
qualche notorietà. Avviato alle costruzioni navali e all'ingegneria
civile, aveva lasciato il tutto per il teatro: buon attore, a trentasei
anni buttò giù questa farsa, ambientata in un collegio di Oxford, dove
un giovane studente è costretto dagli eventi a travestirsi da donna
per simulare la presenza di una zia, che doveva arrivare, ma che poi
sembra non arrivi, e che alla fine arriva, eccetera eccetera. Scritta
quasi come favore per un noto attore comico che amava travestirsi da
donna (W. S. Penley) ebbe - come detto - un successo immediato e clamoroso,
al di là di ogni ragionevole previsione. "La zia di Carlo" divenne in
breve uno dei testi più rappresentati nel mondo (in Italia approdò già
nel 1894, al Teatro Manzoni di Milano), dribblando con sovrumana leggerezza
tutti gli appunti che le si potevano fare. Perché, in effetti, il testo
non presenta particolari valori letterali; la vicenda è prevedibile
e scontata, i personaggi che la animano sono puri ingranaggi di un meccanismo,
i lazzi hanno un greve sapore goliardico, e via di questo passo, con
una tale concordia che denigrare "La zia di Carlo" finisce con l'essere
un po' come sparare alla Croce Rossa o portare via le caramelle ai bambini.
Eppure, eccoci qua: dopo centodieci anni, a divertirci a lavorare su
quel testo, a tradurlo, a metterlo in scena, per riproporlo a un pubblico
che - per quanto smaliziatissimo pro-pro-nipote degli spettatori del
1892 - non mancherà di divertirsi come allora e come sempre. Il perché
di questa inarrestabile fortuna rientra forse più nelle competenze di
un sociologo o di uno psicologo che non di un critico letterario o teatrale.
Ma anche questi dovrà arrendersi all'evidenza: "La zia di Carlo" è una
sorta di bagno ristoratore in un teatro di spensierata goliardia, che
affonda le sue radici nell'essenza stessa del genere comico, dove si
ride perché un uomo si traveste da donna, e scappa inseguito da maturi
spasimanti, alzando le gonne e mostrando i calzoni. Meccanismi comici
che hanno la loro culla nelle origini stesse del teatro, per cui si
potrebbero benissimo citare gli esempi di Aristofane e dei Comici dell'Arte.
E poi - ancora - un'occasione irripetibile per un attore che sappia
ritrovare in sé l'essenza stessa del "far ridere": dal mitico Penley
dell'età Vittoriana, a un grande del teatro come John Gielgud (che ne
diresse una memorabile edizione nel 1954), fino - appunto - a Lando
Buzzanca su questa soglia del Terzo Millennio. La partecipazione di
Lando Buzzanca ha imposto un intervento sul testo. Non è un giovane
studente che si traveste da "vecchia zia" ma un più maturo maggiordomo
in cui meglio possa calarsi il Nostro, (a miglior risalto - aggiungo
tra parentesi - della situazioni comiche che ne nascono). Ma la facilità
con cui l'intervento è stato operato porta ad un'altra riflessione e
ad un altro "perché" sulla vitalità della "Zia di Carlo". Il fatto è
che la commedia di Thomas è come un enorme blocco di caratteri comici,
di situazioni esilaranti, di gag e di lazzi, di battute esplosive, che
ciascuno vi può trarre quello che meglio gli si addice o che vuole.
Così come uno scultore trae da un blocco di marmo la statua che ha in
mente, o - ancora - come dagli smisurati testi di Shakespeare registi
e attori traggono a volte quello che vogliono. E' questo uno dei segreti
di questa inimitabile commedia: la capacità di adattarsi a tutte le
situazioni, a tutte le culture, a tutti gli interpreti, dando sempre
il meglio di sé.
Luigi Lunari
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