Ente Autonomo Antonio De Curtis
presenta



LA ZIA DI CARLO
di Brandon Thomas
adattamento Luigi Lunari


con
LANDO BUZZANCA

e con
Armando Marra
Andrea Montuschi

regia di
Lando Buzzanca

scene e costumi Bruno Garofalo
coreografie Tony Ventura
musiche Bruno Zambrini



Note di regia
Mi accingo a queste note di regia cercando di non disquisire e di essere il meno retorico e banale possibile. A parte i problemi tecnici, che in questa commedia però risultano poco tecnici, poiché si riferiscono all'Arte della coreografia e della musica, canzoni comprese, i veri problemi sono implicitamente in relazione con la comicità che, nonostante la mia quarantennale esperienza, non sono ancora riuscito a sapere con certezza, quanto possa rendere questa comicità e quanto possa risultare non poco elegante, ma almeno non dozzinale. Dunque e comunque, il mio obiettivo in questo caso specifico, è sostenere la logica nelle situazioni, anche psicologiche, e difendere tenacemente l'intelligenza del pubblico. La commedia parla di una grande menzogna. Una menzogna certo non cercata ma costruita per una contingenza che coinvolgerà il maggiordomo Brasset, fino a costringerlo a travestirsi da donna Donna Esmeralda, nella nuova anagrafe! Dunque Brasset la bugia vivente, ambulante e approfittante della commedia. Ed ecco, che intorno a questa falsa condizione, a questa falsa nuova identità, ho sentito come regista, imperativo il bisogno di una prestazione più sincera possibile da parte degli altri protagonisti della vicenda. Recitazione non priva di una allegra ironia certo, ma assolutamente controllata, onde evitare sbilanciamenti e cadute di stile. Questo ho cercato di fare e questo non so se sono riuscito ad ottenere. A voi, gentile pubblico, l'ardua sentenza.
Lando Buzzanca

Il perché di una scelta
Facciamo l'ipotesi che scartabellando fra testi più o meno "sacri", appaia improvvisamente un titolo leggendo, una farsa famosa che fu il patrimonio di grandi attori del passato e del presente, da Flavio Andò ad Armando Falconi, da Macario in cinema a Josè Ferrer e Rex Harrison, da Fernandel a Albert Finney, farsa che fu frequentata dalle maggiori compagnie internazionali di filodrammatica e ambita dagli studenti di collages inglesi ed americani e che fu soprattutto saccheggiata da infinite imitazioni dando seguito ai giochi degli equivoci esilaranti ed ai travestimenti naturalmente femminili. Forse si è già capito che si tratta dell'intramontabile "La Zia di Carlo" di Brandon Thomas scritta a rappresentata alla fine dell'Ottocento. E parliamo ora di Lando Buzzanca che è alla ricerca di uno spettacolo che ricalchi le grandi tradizioni del teatro comico ma che strizzi l'occhio alle esigenze delle platee di oggi. Le ipotesi e le realtà si intrecciano e ne verrà fuori una farsa musicale che si intitolerà ancora una volta "La Zia di Carlo" che avrà come protagonista Lando Buzzanca contornato da un gruppo di attori giovani e meno giovani. La regia è di Lando Buzzanca, la nuova traduzione dall'inglese (e relativo adattamento) di Luigi Lunari, le scene di Bruno Garofalo.
Vito Cesaro e Antonio Miele

Note sull'adattamento
Scritta nella primavera del 1892, presentata a Londra nell'inverno dello stesso anno per una serie record di 1466 rappresentazioni, "La zia di Cario" è un caso unico nella storia del teatro. Il suo autore - Brandon Thomas (1856-1914) - non ha al suo attivo altre opere di una qualche notorietà. Avviato alle costruzioni navali e all'ingegneria civile, aveva lasciato il tutto per il teatro: buon attore, a trentasei anni buttò giù questa farsa, ambientata in un collegio di Oxford, dove un giovane studente è costretto dagli eventi a travestirsi da donna per simulare la presenza di una zia, che doveva arrivare, ma che poi sembra non arrivi, e che alla fine arriva, eccetera eccetera. Scritta quasi come favore per un noto attore comico che amava travestirsi da donna (W. S. Penley) ebbe - come detto - un successo immediato e clamoroso, al di là di ogni ragionevole previsione. "La zia di Carlo" divenne in breve uno dei testi più rappresentati nel mondo (in Italia approdò già nel 1894, al Teatro Manzoni di Milano), dribblando con sovrumana leggerezza tutti gli appunti che le si potevano fare. Perché, in effetti, il testo non presenta particolari valori letterali; la vicenda è prevedibile e scontata, i personaggi che la animano sono puri ingranaggi di un meccanismo, i lazzi hanno un greve sapore goliardico, e via di questo passo, con una tale concordia che denigrare "La zia di Carlo" finisce con l'essere un po' come sparare alla Croce Rossa o portare via le caramelle ai bambini. Eppure, eccoci qua: dopo centodieci anni, a divertirci a lavorare su quel testo, a tradurlo, a metterlo in scena, per riproporlo a un pubblico che - per quanto smaliziatissimo pro-pro-nipote degli spettatori del 1892 - non mancherà di divertirsi come allora e come sempre. Il perché di questa inarrestabile fortuna rientra forse più nelle competenze di un sociologo o di uno psicologo che non di un critico letterario o teatrale. Ma anche questi dovrà arrendersi all'evidenza: "La zia di Carlo" è una sorta di bagno ristoratore in un teatro di spensierata goliardia, che affonda le sue radici nell'essenza stessa del genere comico, dove si ride perché un uomo si traveste da donna, e scappa inseguito da maturi spasimanti, alzando le gonne e mostrando i calzoni. Meccanismi comici che hanno la loro culla nelle origini stesse del teatro, per cui si potrebbero benissimo citare gli esempi di Aristofane e dei Comici dell'Arte. E poi - ancora - un'occasione irripetibile per un attore che sappia ritrovare in sé l'essenza stessa del "far ridere": dal mitico Penley dell'età Vittoriana, a un grande del teatro come John Gielgud (che ne diresse una memorabile edizione nel 1954), fino - appunto - a Lando Buzzanca su questa soglia del Terzo Millennio. La partecipazione di Lando Buzzanca ha imposto un intervento sul testo. Non è un giovane studente che si traveste da "vecchia zia" ma un più maturo maggiordomo in cui meglio possa calarsi il Nostro, (a miglior risalto - aggiungo tra parentesi - della situazioni comiche che ne nascono). Ma la facilità con cui l'intervento è stato operato porta ad un'altra riflessione e ad un altro "perché" sulla vitalità della "Zia di Carlo". Il fatto è che la commedia di Thomas è come un enorme blocco di caratteri comici, di situazioni esilaranti, di gag e di lazzi, di battute esplosive, che ciascuno vi può trarre quello che meglio gli si addice o che vuole. Così come uno scultore trae da un blocco di marmo la statua che ha in mente, o - ancora - come dagli smisurati testi di Shakespeare registi e attori traggono a volte quello che vogliono. E' questo uno dei segreti di questa inimitabile commedia: la capacità di adattarsi a tutte le situazioni, a tutte le culture, a tutti gli interpreti, dando sempre il meglio di sé.
Luigi Lunari