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La trama
Commedia in tre atti di Molière, rappresentata nel 1666, prende spunto
da un noto "fabliau". Martine per punire il marito Sganarello,
ubriacone e manesco, lo fa passare per medico presso una famiglia che
ha una figlia malatissima. Persuaso dal bastone egli accetta la sua
parte e se la cava egregiamente, contraffacendo il gergo della Facoltà.
Presenta come farmacista l'innamorato della ragazza, che il padre di
lei non voleva accettare, ed ella riacquista subito la salute e la favella
perduta. I due si sposano, Sganarello rimane medico. Lieta farsa, rapida
e misurata, ove si avverte l'autore giunto al colmo della sua arte:
una grata aria campagnola e la consueta battaglia contro i medici.
U. L. dizionario letterario Bompiani
Nelle due tradizionali categorie del serio e del comico, Molière costruisce
il suo Teatro soprattutto quando volge la sua attenzione agli svaghi
della Corte del Re per rappresentarne gli intrighi, le ipocrisie, le
infedeltà, l'arroganza, e la debolezza mentale. Poi coltiva anche la
fase in cui si abbandona alla comicità pura e cioè alla farsa Teatro
senza trama, senza storia, senza senso, senza rete Teatro del ridere
per far ridere, per divertire. Il "Medico per forza" è questo.
Per gli attori è ricerca, invenzione, laboratorio, virtuosismo, un pò
di follia e molta fatica. Per il pubblico è divertimento e piacevolezza.
Sia per Molière che per noi teatranti di tournée è anche dosaggio di
repertorio, alternativa di proposte per tener vive le richieste e sollecitarle.
Gli amministratori di una volta dicevano: "La gente ha voglia di
ridere". Facciamoli ridere quando si tratta di Molière. Però, sarà
un caso, ma nel "Medico per forza" Sganarello dice: "Gente,
attenzione, perché quando nell'aria gira stupidità c'è subito pronto
chi se ne approfitta". In tutti i campi del vivere umano, in prima
linea quello sociale. A questo punto si imbrogliano le carte, la falsità
viene spacciata per verità e chi se le ritrova sul gobbo poi è proprio
la gente.
Gianrico Tedeschi
E' un "puro gioco teatrale", un copione per attori attraversato
da folgoranti battute comiche, di cui Molière impudicamente si serve
per condurre la sua indagine "scientifica" sull'uomo, (e dopo
il "Minetti" di Bernhard credo che questa scelta sia stata
dettata quasi da un'esigenza fisica). Dopo il rigore assoluto e la condanna
del "Teatro per divertire" di Bernhard, affrontiamo ora questo
piccolo gioiello scintillante di risate, colori e musiche, per riscoprire
e riassaporare il dialogo, il dinamismo e il gioco.
Monica Conti
La società umana si divide, per Molière, in due schieramenti contrapposti
che si fronteggiano in eterno e formano il tragicomico spettacolo in
cui viviamo. Da una parte, i grandi mistificatori, che interpretano
come una missione per tutti salutare la loro sete di potere e di denaro.
Sono i falsi guaritori, i medici, i politici, i falsi religiosi, i tartufi,
gli incantatori che sanno vendere al prossimo la salute, la serenità,
il benessere, la liberazione dai mali del corpo e dell'anima. Nessuno
li può sconfiggere. Non si sa da dove vengano. Simili ad enormi insetti,
vestono solo di nero, portano tonache o parrucconi. Usano un linguaggio
soave e minaccioso, si capiscono soltanto fra loro e appartengono a
misteriose consorterie. Le loro idee sono intoccabili, i loro poteri
occulti. Dall'altra parte si distende la multiforme e sciagurata popolazione
dei grandi babbei, i sognatori, le vittime della seduzione melensa e
insieme intimidatoria degli incantatori. Dare un'identità a questa indistinta
popolazione di cronici ammalati del male di vivere sarebbe impresa vana.
Questa popolazione siamo tutti noi: i perdenti, i soccombenti. Siamo
i creduloni visitati da un vapore o da una chimera, innamorati di un
sogno di felicità, o di virtù, e di giustizia. Siamo i misantropi che
vogliono cambiare il mondo, i bottegai ambiziosi di splendore sociale,
i malati che sognano di ritrovare la gioia ed il piacere di vivere.
Siamo gli innumerevoli Alceste, Orgon, Argan, Monsieur Jourdain, Monsieur
de Pourceaugnac, tutti coloro che, per Molière, prima o poi, finiscono
cornuti e mazziati. Ma al centro, in mezzo agli ipocriti e ai creduloni,
c¹è un essere indiavolato, inafferrabile, che recita tutte le parti,
crede a tutto e non crede a niente. Salta, balla, si traveste, ride,
e si beffa di chi incanta e di chi è incantato. E' il teatro allo stato
puro, fuori dall'umanità e dalla società. E' Sganarello. Non un personaggio
di farsa, ma l'uomo di tutte le metamorfosi, l¹incarnazione del teatro.
E' il fagotin: la fascina che accende il fuoco e, per metafora, puzza
di eresia perché suscita un riso purificatore, il riso che incendia
il mondo ed abbatte gli idoli di qualunque natura. La vitalità, la scurrilità,
il lazzo, la beffa, il calembour, la battuta salace, il galimatias,
la smorfia, la buffoneria fine a se stessa, lo scherzo del pagliaccio
e la follia del clown si danno convegno nel Medico per forza e celebrano
in un solo falò tutta l¹insensatezza del mondo. Dicevano i contemporanei,
e lo diceva anche Voltaire, che il Medico per forza fu scritto e recitato
dalla Compagnia di Molière nella stessa stagione teatrale in cui fu
dato il Misantropo, nel 1666, per ragione di cassetta. Per sostenere
con una farsa per palati plebei, ma di sicuro successo, un copione di
stile alto, destinato ad un pubblico dai gusti raffinati. E' un'opinione
che sa troppo di letteratura e troppo poco di teatro. Molière si riconosceva
nelle piroette e nei non-sensi di Sganarello non meno che nelle parole
incorrotte e sublimi del solitario gentiluomo dai nastri verdi. E chissà
che non gli piacesse recitare nella parte del "médicin des perroquets",
con l'abito gialloverde di Sganarello, più ancora che in quella di Alceste.
Premiato da un numero di rappresentazioni inferiori soltanto a quello
di Tartuffe, Il Medico per forza è un testo fatto non meno per il grande
pubblico che per i grandi attori. E' un testo che piace agli uomini
di teatro. Piaceva a Ettore Petrolini. Sarebbe piaciuto a Totò. E piace
oggi a Gianrico Tedeschi, il quale ha deciso di cimentarsi in una parte
che esalta non il lenocinio, secondo la più banale delle opinioni, ma
la purezza del teatro. Siamo tutti sospesi, direbbe un poeta, a questo
evento.
Cesare Garboli
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