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"La Clizia" è commedia piena di irresistibile caustica
comicità, e insieme di farsesca e feroce tragicità. Clizia,
anche per questo, per lo spirito acre e forte che la anima, risulta
un passaggio quasi obbligato per la nostra compagnia nella ricerca delle
radici del proprio linguaggio; per confrontarla con il nostro percorso
drammaturgico ci siamo presi la libertà di una riscrittura. Non
avremmo mai "operato" così radicalmente all'interno
di una commedia perfetta e profonda come "La mandragola",
dove l'intreccio è una sorta di teorema che sembra non accettare
scomposizioni o ribaltamenti di struttura. Ma "La Clizia"
si presta, invece, ad una divertita e divertente occasione per sperimentare
disegni di caratteri o intriganti complicità famigliari, attraverso
un linguaggio denso e carnale. Il
ridicolo innamoramento del vecchio Nicomaco per la "quasi figlia"
Clizia oltre ad essere catastroficamente destabilizzante per lui, lo
è ancora di più per il ristretto nucleo famigliare, moglie
e figlio, e per quella società bottegaia che lo aveva eletto
come modello di comportamento. Una società chiusa in un piccolo
ordine apparente e soprattutto rassicurante, una moralistica congrega
che reagisce alla novità con "urticante" sarcasmo.
La figura "indegna" di Nicomaco porta in sé lo scompiglio
di un pensiero disperatamente inopportuno, un'arroganza che sembra dare
voce ad un'illusoria liberà senza più tenere conto delle
convenienze, dell'età. Nicomaco dimentica la vecchiaia o fose
dà alla vecchiaia una specie di ruggito vanaglorioso che non
riesce a nascondere l'umana consapevolezza alla morte. In questa riscrittura
del testo, i personaggi non ripettano tanto le convenzionali dinamiche
della beffa, quanto attivano, attraverso l'inganno, una vitalità
rabbiosa, una difesa di tutte quelle opportunistiche certezze messe
in crisi dall'insana passione di Nicomaco. Da questo contrasto prende
così avvio una specie di guerriglia ora tumultuosamente chiassosa
ora segreta e notturna, una comicità d'intenti che spesso sconfina
dal disegno amaramente autobiografico del Macchiavelli. L'adattamento
dichiara l'aperto giuoco teatrale accentuandone a componente popolare
e nello stesso tempo tiene presente la sotterranea tragicità
come l'inquietante "morale" che segna che si contrappone all'omologato
silenzio dell'opportunismo.
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