Musical Italia
con la direzione di Saverio Marconi e Silvio Testi
in collaborazione con
Fondazione Teatro Giuseppe Verdi di Trieste
Compagnia della Rancia
presentano

HELLO, DOLLY!
libretto di Michael Stewart,
musiche e liriche di Jerry Herman,
basato sulla commedia
The Matchmaker di Thornton Wilder
traduzione italiana di Michele Renzullo,
adattamento di Saverio Marconi
versione italiana dei testi di Silvio Testi


con
LORETTA GOGGI

con la partecipazione straordianaria di
PAOLO FERRARI

e con
Renata Fusco, Pierluigi Gallo, Barbara Morini,
Gianfranco Vergoni, Mauro Mascitti, Giorgio
Forte, Stefania Fratepietro, Floriana Monici

regia
Saverio Marconi

scene Aldo Lorenzo, Costumi Zaira De Vincentiis, coreografie Fabrizio Angelini, produzione musicale Silvio Testi, direzione musicale e orchestrazioni aggiunte Giovanni Maria Lori, supervisione musicale Giuseppe Vessicchio, orchestrazioni Pino Perris con Enzo Campagnoli, disegno luci Manolo, disegno fonico Enrico Porcelli


La magica atmosfera della Belle Epoque, la scintillante New York di fine ottocento, una girandola inarrestabile di situazioni spassose, avventure rocambolesche, spettacolari colpi di scena e un finale sorprendente che metterà ogni cosa al suo posto. Sono questi gli ingredienti di uno dei più grandi musical americani di tutti i tempi: Hello, Dolly!
Protagonista dello spettacolo è Dolly Ghallagher Levi, una piacente, affascinante e intraprendente vedova specializzata nell'arte di combinar matrimoni. A New York, dapprima per i suoi trascorsi mondani e ora per la sua nuova attività, Dolly si è guadagnata una grande fama e decide così di estendere il suo campo d'azione anche ai dintorni della grande città. È appunto recandosi nella vicina cittadina di Yonkers che Dolly conosce Orazio, uno stagionato e avaro commerciante di granaglie. Orazio, che ha ingaggiato Dolly per allontanare sua nipote Ermengarda dal fidanzato Ambrogio, le rivela anche la sua intenzione di fidanzarsi con la modista newyorkese Irene Molloy. Dolly, che si invaghisce subito di Orazio, tenta di dissuaderlo e gli propone un'altra donna, l'improbabile ereditiera Ernestina Facile.
Mentre Orazio è a New York, il suo capo commesso Cornelio e il giovane aiutante Barnaba, desiderosi di avventure galanti, fuggono da Yonkers alla volta della grande città. I giovani si trovano così al centro delle rocambolesche situazioni sentimentali architettate da Dolly, sempre più determinata nel conquistare Orazio. L'azione culmina in una cena all'Harmonia Gardens, il ristorante più esclusivo della città, dove si ritroveranno tutti i protagonisti della storia, compreso Orazio, che dovrà destreggiarsi tra una miriade di equivoci e situazioni divertenti. Ma, nel mezzo della festa arriverà Dolly, essenza dell'eleganza e sfavillante più che mai. Sarà lei a mettere tutto a posto e a conquistare finalmente il cuore e il portafoglio del burbero, ma addolcito Orazio…Perché un momento con Dolly riempie la vita di amore.

Dolly: un'americana quasi europea.
Se è vero che il Musical ha assunto quel ruolo di "romanzo popolare" che per due secoli è stato dell'Opera (almeno fino a Puccini) assicurando così continuità al teatro musicale, Hello, Dolly! è "romanzo popolare" per eccellenza. Romanzo per più generazioni. Come dire: per un pubblico dai 10 ai 100 anni. In fondo, all'eccezionale, commovente successo che ha accolto lo spettacolo di Saverio Marconi e Musical Italia l'estate scorsa a Trieste, per il trentesimo Festival Internazionale dell'Operetta, deve avere contribuito anche la favorevole congiuntura generazionale. In una città in cui più evidente è la contraddizione fra lo spirito tradizionalista, contegnoso e conservatore, ed una estrema curiosità culturale, parve allora che il Musical di Herman avesse innescato una sorta di ecumenica euforia collettiva, confluita alla fine in una standing-ovation degna di un concertone dei tre tenori. Come se, emergendo alla fine di una schermaglia senza risparmio di colpi, giovani e meno giovani si fossero ritrovati tutti d'accordo, tutti messi alla pari da una salutare Rigenerazione, tutti partecipi di un'unica, incontenibile gioia di vivere.
Perché in Hello, Dolly! i giovanni trovano il piacere della trasgressione, l'eccitazione e i turbamenti del primo amore, la memoria musicale di belle canzoni. E i meno giovani? Anche, si potrebbe rispondere, essendo i due mondi quasi speculari.
Ma c'è forse qualcosa di più, che fa di Hello Dolly! l'esemplare pressoché unico di una continuità storica nel teatro musicale leggero. Ed è quel carattere di operetta postuma - proprio della gloriosa operetta danubiana - di cui il Musical si appropria con disinvoltura. Così come, un trentennio prima, Gershwin si era appropriato dei "souvenir" viennesi nello spiritoso Song By Strauss.
L'impronta europea di Hello, Dolly! discende dalla fonte letteraria stessa del copione, che più "colta" non si può, trattandosi di un pièce (The Mathmaker) di Thornton Wilder del 1954, desunta a sua volta da una commedia di Nestroy (Einen Jux will er sich machen). Come dire, una pièce americana che occhieggia al teatro comico viennese: a conferma che il Teatro musicale leggero è una sorta di "albergo del libero scambio".
Guarda caso, com'era avvenuto a Vienna mezzo secolo prima con La vedova allegra e prima ancora con Il pipistrello. Dell'operetta viennese, il successo di Jerry Herman (sarebbe interessante risalire alle sorgenti patronimiche europee del compositore newyorkese) possiede inoltre gli elementi e i meccanismi scenici più tipici: la figura intraprendente e autorevole di una grande protagonista femminile in te di Vedova o di Ereditiera (ruolo che troverà tutte le possibili varianti generazionali non solo in Lehàr, ma anche nelle mature "aristocratiche" dal passato godereccio della Principessa della Czardas e della Contessa Mariza di Kálmán. Infine - come nel secondo atto del Pipistrello, nel terzo atto della Vedova allegra o in Ballo all'Opera di Heuberger - il luogo deputato della festa "alla francese", dove tutti si ritrovano ,
nobili e plebei, ricchi e poveri, giovani e non, ad omologare, in una gran baldoria di equivoci, una effimera armonia sociale. Baldoria che scorre a fiumi, come lo champagne del principe Orlowsky o di Maxim o dell'Harmonia Gardens appunto. Dove è ancora l'esuberanza del "galop" (celeberrima l'invenzione coreografica per il "numero" dei camerieri) a evocare la frenesia del can-can parigino: quello di Offenbach o delle Grisettes lehariane. Non a caso lo stesso Herman ci riproverà nel 1983 con un altro fortunatissimo Musical - La cage aux folles - che attinge alla vena "canaille" e trasgressiva di Jean Poiret. L'Europa era del resto qualcosa che molti compositori statunitensi si portavano addosso come un cromosoma del sangue: cromosomi irlandesi, tedeschi, boemi. Sui bastimenti che salpavano per le Americhe - fino all'ultima forzosa emigrazione imposta dal terzo Reich - viaggiavano, in cerca di maggiori fortune, fior di musicisti, o i genitori, o i nonni, di musicisti americani. I cognomi - più che l'atto di nascita - la dicono lunga. Il segreto di Hello, Dolly! è anche in questo occulto profumo "old fashion" europeo in una pièce squisitamente americana; anche nella deliziosa contrapposizione provincialmetropolitana. Ma c'è una condizione dalla quale nessun Musical votato al successo può prescindere, e che Dolly rispetta in pieno: il potere di reminiscenza immediata dalla musica, ovvero di una musica che si diceva più semplicemente "orecchiabile". Vale a dire che per assicurarsi il successo un Musical deve affidarsi almeno a un motivo memorando e memorabile.
Ebbene, di questi motivi Hello, Dolly! ne possiede più di uno: sono almeno quattro canzoni, che per la fresca semplicità del segno melodico si imprimono subito nella memoria del pubblico. E questo avviene fin dall'inizio, sull'impulso di quei tempi di marcia che Herman usa con abilità e misura, come "Perché una donna sola…" o "Fa finta che oggi sia la tua domenica". (Cito gli incipit nella felice versione ritmica di Silvio Testi). Altri due gli spunti mnemonicamente infallibili della seconda parte: il celeberrimo Song che da il titolo al Musical e che il pubblico si porta "dentro", tornando a casa, con tutta la fragranza cordiale e ammiccante di un tema predestinato alla variazione-jazz; e la melodia lieve di "It only takes a Moment" ovvero "Succede in un momento". Di un momento incantevole vive anche il delizioso Song di Irene ("Nastri rosa volano nel blu") dove la melodia si fa lunga e leggera, come se galleggiasse nell'aria di un sogno ad occhi aperti. Difficilmente si dimentica poi una pagina come "Before the Parade passes by" (Prima che passi la parata): irresistibile e spettacolare nel presagio malinconico che ne vela e ne contrasta lo slancio. O una pagina come l'"addio" a Horace, intonato da Dolly, prima del rapido epilogo: "assolo" quasi da manuale del Musical. Il resto è ritmo, è piacere di ballare la festa di una gioiosa trasgressione: è l'arguto valzerino di "Ballando", in cui la protagonista erudisce Cornelio e Barnaba nella strategia del ballo di coppia. Ed è lo strepitoso concentrato di energia e di euforia del "galop dei camerieri", preceduto dalla souplesse di "Stile classico", quasi una sigla di stile e simpatia per la figura del maitre Rudolph. Hello, Dolly! coglie il primo trionfo (primo di una inesauribile serie) a Broadway nel 1964, e fa incetta di premi e di primati. Gran parte del merito è di Carol Channing, allora quarantenne cantante-attrice-ballerina di straripante bravura e verve comica, inarrivabile nella caratterizzazione della "mezza età".
Soltanto a Broadway, Hello, Dolly!" supera le 3000 repliche. E per far fronte al diluvio di richieste, si formano ben due compagnie che percorrono in lungo e in largo gli Stati Uniti per spingersi poi in Gran Bretagna e negli altri paesi europei. A furor di popolo Carol Channing deve riprendere la sua Dolly nel 1978 e poi ancora - quasi settantenne - negli anni novanta. Intanto però il musical può contare su un'edizione coloured con Pearl Bailey (1967) e su tutta una pleiade americana di star del palcoscenico e dello schermo: Girnger Rogers, Mary Martin, Eve Arden, Dorothy Lamour. Ancora Dora Bryan in Inghilterra, l'indiavolata Marika Rökk in Germania, Annie Cordy in Francia. E adesso, gloriosamente, Loretta Goggi. Nel 1969 il film di Gene Kelly - con le coreografie di Michael Kidd - ne rilancia le fortune in un film famoso, eccelso, nonostante la presenza di Barbra Streisand, forse troppo sofisticata nel ruolo del titolo, e quella di Walter Matthau (Horace). Ma la partecipazione straordinaria di Louis Armstrong è quasi memoria storica. A trent'anni di distanza la sua versione del motivo principale è ancora oggetto di culto. Al pubblico che assisterà a questa "prima italiana" del Musical di Michael Stewart e Jerry Herman, vorrei però raccomandare un piccolo esercizio di oblio: dimenticare il film, dimenticare ogni precedente storico quand'anche non ci riuscisse, ci penserà il palcoscenico a rimuovere, a vanificare ogni confronto. Perché lo spettacolo che la regia di Saverio Marconi evoca sulla scena - complici la scenografia mobile e "viva" di Aldo De Lorenzi, l'inventiva preziosa della costumista Zaira De Vincentiis, le funamboliche coreografie di Fabrizio Angelini - ha la magia di uno straordinario "piano sequenza": e non c'è schermo - grande o piccolo - che possa competere con tale magia. Questa Dolly sembra davvero nascere e vivere per la prima volta. È una Dolly che canta e parla in italiano, ma nel cielo del Musical brilla tutta di luce propria, grazie alla classe di Loretta Goggi. Basterebbero la sua risata esuberante e contagiosa, o la virtuosistica affabulazione della scena a tavola con Horace, a inserirla di diritto nella migliore "galleria" del Musical. E bastano la cipigliosa carica umana di un grande Paolo Ferrari, il musicalissimo "legato" e la soave vocalità di Renata Fusco, la naturalezza espressiva di Pierluigi Gallo, Gianfranco Vergoni, Barbara Morini, lo "stile classico" di Gianni Nazzaro e degli altri interpreti, per comprendere le accoglienze entusiastiche riservate l'estate scorsa allo spettacolo, dal pubblico triestino: preludio a un'altra stagione di Musical Italia e alla lunga avventura italiana, che attende l'intramontabile signora Levi europea di New York. Good Luck, Dolly!
Gianni Gori