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La magica
atmosfera della Belle Epoque, la scintillante New York di fine ottocento,
una girandola inarrestabile di situazioni spassose, avventure rocambolesche,
spettacolari colpi di scena e un finale sorprendente che metterà
ogni cosa al suo posto. Sono questi gli ingredienti di uno dei più
grandi musical americani di tutti i tempi: Hello, Dolly!
Protagonista dello spettacolo è Dolly Ghallagher Levi, una piacente,
affascinante e intraprendente vedova specializzata nell'arte di combinar
matrimoni. A New York, dapprima per i suoi trascorsi mondani e ora per
la sua nuova attività, Dolly si è guadagnata una grande fama e decide
così di estendere il suo campo d'azione anche ai dintorni della grande
città. È appunto recandosi nella vicina cittadina di Yonkers che Dolly
conosce Orazio, uno stagionato e avaro commerciante di granaglie. Orazio,
che ha ingaggiato Dolly per allontanare sua nipote Ermengarda dal fidanzato
Ambrogio, le rivela anche la sua intenzione di fidanzarsi con la modista
newyorkese Irene Molloy. Dolly, che si invaghisce subito di Orazio,
tenta di dissuaderlo e gli propone un'altra donna, l'improbabile ereditiera
Ernestina Facile.
Mentre Orazio è a New York, il suo capo commesso Cornelio e il giovane
aiutante Barnaba, desiderosi di avventure galanti, fuggono da Yonkers
alla volta della grande città. I giovani si trovano così al centro delle
rocambolesche situazioni sentimentali architettate da Dolly, sempre
più determinata nel conquistare Orazio. L'azione culmina in una cena
all'Harmonia Gardens, il ristorante più esclusivo della città, dove
si ritroveranno tutti i protagonisti della storia, compreso Orazio,
che dovrà destreggiarsi tra una miriade di equivoci e situazioni divertenti.
Ma, nel mezzo della festa arriverà Dolly, essenza dell'eleganza e sfavillante
più che mai. Sarà lei a mettere tutto a posto e a conquistare finalmente
il cuore e il portafoglio del burbero, ma addolcito Orazio…Perché un
momento con Dolly riempie la vita di amore.
Dolly: un'americana quasi europea.
Se è vero che il Musical ha assunto quel ruolo di "romanzo popolare"
che per due secoli è stato dell'Opera (almeno fino a Puccini) assicurando
così continuità al teatro musicale, Hello, Dolly! è "romanzo
popolare" per eccellenza. Romanzo per più generazioni. Come dire: per
un pubblico dai 10 ai 100 anni. In fondo, all'eccezionale, commovente
successo che ha accolto lo spettacolo di Saverio Marconi e Musical Italia
l'estate scorsa a Trieste, per il trentesimo Festival Internazionale
dell'Operetta, deve avere contribuito anche la favorevole congiuntura
generazionale. In una città in cui più evidente è la contraddizione
fra lo spirito tradizionalista, contegnoso e conservatore, ed una estrema
curiosità culturale, parve allora che il Musical di Herman avesse innescato
una sorta di ecumenica euforia collettiva, confluita alla fine in una
standing-ovation degna di un concertone dei tre tenori. Come se, emergendo
alla fine di una schermaglia senza risparmio di colpi, giovani e meno
giovani si fossero ritrovati tutti d'accordo, tutti messi alla pari
da una salutare Rigenerazione, tutti partecipi di un'unica, incontenibile
gioia di vivere.
Perché in Hello, Dolly! i giovanni trovano il piacere della trasgressione,
l'eccitazione e i turbamenti del primo amore, la memoria musicale di
belle canzoni. E i meno giovani? Anche, si potrebbe rispondere, essendo
i due mondi quasi speculari.
Ma c'è forse qualcosa di più, che fa di Hello Dolly! l'esemplare pressoché
unico di una continuità storica nel teatro musicale leggero. Ed è quel
carattere di operetta postuma - proprio della gloriosa operetta danubiana
- di cui il Musical si appropria con disinvoltura. Così come, un trentennio
prima, Gershwin si era appropriato dei "souvenir" viennesi nello spiritoso
Song By Strauss.
L'impronta europea di Hello, Dolly! discende dalla fonte letteraria
stessa del copione, che più "colta" non si può, trattandosi di un pièce
(The Mathmaker) di Thornton Wilder del 1954, desunta a sua volta da
una commedia di Nestroy (Einen Jux will er sich machen). Come dire,
una pièce americana che occhieggia al teatro comico viennese: a conferma
che il Teatro musicale leggero è una sorta di "albergo del libero scambio".
Guarda caso, com'era avvenuto a Vienna mezzo secolo prima con La vedova
allegra e prima ancora con Il pipistrello. Dell'operetta viennese, il
successo di Jerry Herman (sarebbe interessante risalire alle sorgenti
patronimiche europee del compositore newyorkese) possiede inoltre gli
elementi e i meccanismi scenici più tipici: la figura intraprendente
e autorevole di una grande protagonista femminile in te di Vedova o
di Ereditiera (ruolo che troverà tutte le possibili varianti generazionali
non solo in Lehàr, ma anche nelle mature "aristocratiche" dal passato
godereccio della Principessa della Czardas e della Contessa Mariza di
Kálmán. Infine - come nel secondo atto del Pipistrello, nel terzo atto
della Vedova allegra o in Ballo all'Opera di Heuberger - il luogo deputato
della festa "alla francese", dove tutti si ritrovano ,
nobili e plebei, ricchi e poveri, giovani e non, ad omologare, in una
gran baldoria di equivoci, una effimera armonia sociale. Baldoria che
scorre a fiumi, come lo champagne del principe Orlowsky o di Maxim o
dell'Harmonia Gardens appunto. Dove è ancora l'esuberanza del "galop"
(celeberrima l'invenzione coreografica per il "numero" dei camerieri)
a evocare la frenesia del can-can parigino: quello di Offenbach o delle
Grisettes lehariane. Non a caso lo stesso Herman ci riproverà nel 1983
con un altro fortunatissimo Musical - La cage aux folles - che attinge
alla vena "canaille" e trasgressiva di Jean Poiret. L'Europa era del
resto qualcosa che molti compositori statunitensi si portavano addosso
come un cromosoma del sangue: cromosomi irlandesi, tedeschi, boemi.
Sui bastimenti che salpavano per le Americhe - fino all'ultima forzosa
emigrazione imposta dal terzo Reich - viaggiavano, in cerca di maggiori
fortune, fior di musicisti, o i genitori, o i nonni, di musicisti americani.
I cognomi - più che l'atto di nascita - la dicono lunga. Il segreto
di Hello, Dolly! è anche in questo occulto profumo "old fashion" europeo
in una pièce squisitamente americana; anche nella deliziosa contrapposizione
provincialmetropolitana. Ma c'è una condizione dalla quale nessun Musical
votato al successo può prescindere, e che Dolly rispetta in pieno: il
potere di reminiscenza immediata dalla musica, ovvero di una musica
che si diceva più semplicemente "orecchiabile". Vale a dire che per
assicurarsi il successo un Musical deve affidarsi almeno a un motivo
memorando e memorabile.
Ebbene, di questi motivi Hello, Dolly! ne possiede più di uno: sono
almeno quattro canzoni, che per la fresca semplicità del segno melodico
si imprimono subito nella memoria del pubblico. E questo avviene fin
dall'inizio, sull'impulso di quei tempi di marcia che Herman usa con
abilità e misura, come "Perché una donna sola…" o "Fa finta che oggi
sia la tua domenica". (Cito gli incipit nella felice versione ritmica
di Silvio Testi). Altri due gli spunti mnemonicamente infallibili della
seconda parte: il celeberrimo Song che da il titolo al Musical e che
il pubblico si porta "dentro", tornando a casa, con tutta la fragranza
cordiale e ammiccante di un tema predestinato alla variazione-jazz;
e la melodia lieve di "It only takes a Moment" ovvero "Succede in un
momento". Di un momento incantevole vive anche il delizioso Song di
Irene ("Nastri rosa volano nel blu") dove la melodia si fa lunga e leggera,
come se galleggiasse nell'aria di un sogno ad occhi aperti. Difficilmente
si dimentica poi una pagina come "Before the Parade passes by" (Prima
che passi la parata): irresistibile e spettacolare nel presagio malinconico
che ne vela e ne contrasta lo slancio. O una pagina come l'"addio" a
Horace, intonato da Dolly, prima del rapido epilogo: "assolo" quasi
da manuale del Musical. Il resto è ritmo, è piacere di ballare la festa
di una gioiosa trasgressione: è l'arguto valzerino di "Ballando", in
cui la protagonista erudisce Cornelio e Barnaba nella strategia del
ballo di coppia. Ed è lo strepitoso concentrato di energia e di euforia
del "galop dei camerieri", preceduto dalla souplesse di "Stile classico",
quasi una sigla di stile e simpatia per la figura del maitre Rudolph.
Hello, Dolly! coglie il primo trionfo (primo di una inesauribile serie)
a Broadway nel 1964, e fa incetta di premi e di primati. Gran parte
del merito è di Carol Channing, allora quarantenne cantante-attrice-ballerina
di straripante bravura e verve comica, inarrivabile nella caratterizzazione
della "mezza età".
Soltanto a Broadway, Hello, Dolly!" supera le 3000 repliche. E per far
fronte al diluvio di richieste, si formano ben due compagnie che percorrono
in lungo e in largo gli Stati Uniti per spingersi poi in Gran Bretagna
e negli altri paesi europei. A furor di popolo Carol Channing deve riprendere
la sua Dolly nel 1978 e poi ancora - quasi settantenne - negli anni
novanta. Intanto però il musical può contare su un'edizione coloured
con Pearl Bailey (1967) e su tutta una pleiade americana di star del
palcoscenico e dello schermo: Girnger Rogers, Mary Martin, Eve Arden,
Dorothy Lamour. Ancora Dora Bryan in Inghilterra, l'indiavolata Marika
Rökk in Germania, Annie Cordy in Francia. E adesso, gloriosamente, Loretta
Goggi. Nel 1969 il film di Gene Kelly - con le coreografie di Michael
Kidd - ne rilancia le fortune in un film famoso, eccelso, nonostante
la presenza di Barbra Streisand, forse troppo sofisticata nel ruolo
del titolo, e quella di Walter Matthau (Horace). Ma la partecipazione
straordinaria di Louis Armstrong è quasi memoria storica. A trent'anni
di distanza la sua versione del motivo principale è ancora oggetto di
culto. Al pubblico che assisterà a questa "prima italiana" del Musical
di Michael Stewart e Jerry Herman, vorrei però raccomandare un piccolo
esercizio di oblio: dimenticare il film, dimenticare ogni precedente
storico quand'anche non ci riuscisse, ci penserà il palcoscenico a rimuovere,
a vanificare ogni confronto. Perché lo spettacolo che la regia di Saverio
Marconi evoca sulla scena - complici la scenografia mobile e "viva"
di Aldo De Lorenzi, l'inventiva preziosa della costumista Zaira De Vincentiis,
le funamboliche coreografie di Fabrizio Angelini - ha la magia di uno
straordinario "piano sequenza": e non c'è schermo - grande o piccolo
- che possa competere con tale magia. Questa Dolly sembra davvero nascere
e vivere per la prima volta. È una Dolly che canta e parla in italiano,
ma nel cielo del Musical brilla tutta di luce propria, grazie alla classe
di Loretta Goggi. Basterebbero la sua risata esuberante e contagiosa,
o la virtuosistica affabulazione della scena a tavola con Horace, a
inserirla di diritto nella migliore "galleria" del Musical. E bastano
la cipigliosa carica umana di un grande Paolo Ferrari, il musicalissimo
"legato" e la soave vocalità di Renata Fusco, la naturalezza espressiva
di Pierluigi Gallo, Gianfranco Vergoni, Barbara Morini, lo "stile classico"
di Gianni Nazzaro e degli altri interpreti, per comprendere le accoglienze
entusiastiche riservate l'estate scorsa allo spettacolo, dal pubblico
triestino: preludio a un'altra stagione di Musical Italia e alla lunga
avventura italiana, che attende l'intramontabile signora Levi europea
di New York. Good Luck, Dolly!
Gianni Gori
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