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L'unica possibilità vitale nella lotta per sopravvivere è l'arte come
forza dell'abitudine ci dice Bernhardt. In questa rilettura del testo
Alessandro Gassmann profonde nel progetto per la sua regia una grande
energia, connotandolo come un giocoso, intenso e divertente apologo.
Il lavoro quotidiano maniacale per raggiungere la perfezione viene preteso
dal patron del circo Carlo Alighiero come abitudine quotidiana " La
forza dell'abitudine." I suoi girovaghi circensi, il giocoliere, il
domatore, la ballerina, il nano buffone, sono tutti costretti a una
impossibile ricerca di una esemplare esecuzione del quintetto della
trota di Schubert. Sforzo improbabile, inutile che non porterà mai a
un risultato perché la vita che conducono costellata di incidenti dissapori
inquietudini, prima ancora della loro clownesca imperizia, non lo può
permettere. L'unico a non arrendersi sarà il patron del circo, convinto
che fuori dalla perfezione, per loro poveri guitti non c'è vita. E prima
che i suoi compagni inizino a smontare il circo, Alessandro Gassmann
ci annuncerà che domani ci aspetta un 'altra città un altro pubblico
un altro inutile tentativo di raggiungere l'arte.
Presentazione e note di regia
"La forza dell'abitudine" è , come tutti i testi di Bernhardt, una meravigliosa
metafora della vita e della incapacità degli artisti a realizzare la
propria arte. Una utopia che il nostro protagonista, il direttore Garibaldi,
da anni non solo anela di raggiungere ma che addirittura tenta di imporre
ai propri squinternati "subalterni". La comicità assurda che scaturisce
dal gruppo di circensi descritti dall'autore, coinvolge inevitabilmente
tutti noi: chi non ha, almeno una volta nella vita, desiderato di raggiungere,
nell'arte, nel lavoro, mete più alte di quella prevedibile che ci eravamo
prefissati? La perfezione, senza compromessi, senza interruzioni, senza
volgarità? Il mestiere dell'attore è curioso. Col passare del tempo,
con l'accumularsi delle esperienze, può succedere, com'è successo al
sottoscritto, di cominciare a vedere i propri limiti, a non accettare
più le proprie incapacità, a divenire curiosi del lavoro degli altri
attori, a sentire forte la necessità di partecipare in altra maniera
alla creazione di uno spettacolo. Quando a tutto ciò aggiungiamo l'amore,
più che decennale, per un autore come Bernhardt, il passo verso la regia
si rende quasi una necessità. Il Circo, arte in via d'estinzione, dona
all'autore ed al regista possibilità infinite di fare arrivare allo
spettatore, divertendo, il senso di impotenza che tutti noi, artigiani
dello spettacolo, proviamo davanti all'avanzare della volgarità, della
sordità, dell'appiattimento culturale di tutti i mezzi moderni di comunicazione.
Il mio timido tentativo sarà quello di fare arrivare a chi vedrà lo
spettacolo almeno parte della straordinaria capacità di Bernhardt di
descrivere tutti noi, attraverso le ridicole e tenere imprese del direttore
Garibaldi, del giocoliere, domatore, della ballerina sul filo e del
buffone. Il comico tentativo dei nostri eroi di suonare tutte le sere,
dopo lo spettacolo, il "Quintetto della trota" di Shubert, l'incapacità
manuale e psicologica che li attanaglia, l'incomprensione per l'importanza
della "missione", scatenano nel direttore una rabbia crescente e la
paura di non riuscire nel suo intento, che ne fanno un protagonista
esilarante, a volte tirannico ma nel quale, onestamente, mi riconosco
e del quale condivido, ahimè, tutte le paure, ed al quale dovremmo tutti
volere un po' bene.. Buon divertimento!
Alessandro Gassman
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