|
"Stones in his pockets" ha
debuttato al Lyric Theatre di Belfast nel giugno del 1999 con Sean Campion
e Conleth Hill e la regia di Jan McElhinney. In agosto ottiene un grande
successo al Festival di Edimburgo, per poi replicare nel "fringe" londinese
il mese successivo al Tricycle Theatre. Il regista e uno degli interpreti
(C. Hill) hanno vinto l'Irish Times Theatre Award, nonché il prestigioso
Olivier Award. La versione italiana, "Con le pietre in tasca", ha felicemente
concluso la stagione della Sala Grande dell'Orologio di Roma nel maggio
del 2000. Proprio nello stesso periodo la versione originale si trasferiva
per un breve periodo nel west end londinese al New Ambassadors Theatre
ottenendo un successo straordinario, tanto che lo spettacolo viene nuovamente
trasferito e passa al Duke of York's Theatre dove è attualmente ancora
in scena con Louis Dempsey e Sean Sloan che hanno sostituito gli interpreti
originali. Sono previsti due anni di repliche e il debutto a Broadway
e a Los Angeles. "Con le pietre in tasca" parla degli effetti devastanti
di una troupe cinematografica hollywoodiana sugli abitanti di un piccolo
paese irlandese, che vengono tutti assunti come comparse. Il set, il
film, il paese, vengono raccontati da sedici diversi personaggi interpretati
tutti da due soli attori in un'ora e venti di spettacolo senza intervallo.
La messa in scena di "Con le pietre in tasca" nasce da un innamoramento
e da una sana incoscienza. Quando Gerolamo Alchieri ha tradotto il testo
e, insieme a Roberto Stocchi, mi ha proposto di dirigere lo spettacolo,
ho pensato che a volte l'amicizia e la voglia di lavorare insieme possano
portare ad azioni sconsiderate. Avevamo una bella storia, sedici personaggi
per due attori e nessuna istruzione per l'uso. Chi fa chi? Perché? Come?
La tentazione di correre a Londra a vedere come avevano risolto il problema
è stata fortissima, ma non c'era il tempo per farlo. Così abbiamo cominciato
a provare, dandoci un obiettivo preciso: creare fantasmi e fare in modo
che il pubblico vedesse tutti personaggi, soprattutto quando non c'erano.
Lo straordinario talento dei due protagonisti mi ha permesso di evitare
qualsiasi stratagemma: niente travestimenti, parrucche o caratterizzazioni
esasperate. Sedici punti di vista per sedici personaggi che non escono
mai dalla scena. La storia di questo paese irlandese, travolto dall'arrivo
del "grande cinema", ha preso vita e ci ha incantato. Ci siamo affezionati
ai suoi abitanti, abbiamo riso per la sciocca crudeltà dei divi americani,
abbiamo scherzato con il paradossale gioco del set, abbiamo pianto per
la tenerezza di chi non si adatta alle regole. E, come in un bel film,
ha funzionato! Alla fine dello spettacolo ogni personaggio ha ricevuto
la sua dose di applausi e a nessuno è importato se, fra buio e luce,
in scena c'erano solo due attori….
Francesca Draghetti
|