Falstaff
Anzi Sir John Falstaff. Chi era costui? Il più bel Falstaff che ricordi
è quello del film Enrico V di Lawrance Olivier, che era credo interpretato
da John Robley. Ma a pensarci bene quel Falstaff, doveva essere drammaturgicamente
recuperato dall'Enrico IV, visto che nell'Enrico V Sir Falstaff non
compare mai fisicamente in scena. Oppure era sotto le spoglie del
soldataccio Williams. Fatto è che in quel bellissimo film lo spirito
di Falstaff aleggia ineguagliabile. Falstaff, con la sua "abietta
umanità" sembra inseguire Shakespeare almeno in quattro drammi, senza
contare la figuretta (Fastolfe) che compare nella prima parte dell'Enrico
VI. Ora incarnato e reale, ora leggero e impalpabile il suo spirito
si traveste come nella tenda del soldato Williams notte tempo nel
campo di Agincourt, come quando muore ritornando bambino che stropiccia
le lenzuola mentre la fedele Quickly gli massaggia le gambe già inerti.
Shakespeare pensava a Socrate? Insomma questo personaggio - mito nato
forse come un fool di contorno e diventato sotto la penna del Bardo
(vedi Shylock) un protagonista assoluto. La leggerezza della burla
e la filosofia di Falstaff e la sua corposità rotonda ed epicurea
mi hanno sedotto. Sarà il mio tredicesimo Shakespeare (o quattordicesimo,
se si considera un film con Michael Simon) con la regia di Gigi Proietti.
Una bella accoppiata, credo. Gigi mi piace e mi piace la sua vitalità
e la sua fantasia. Giocheremo a fare il teatro con le allegre comari
di Windsor. Falstaff dice di sé: "Io non sono soltanto arguto per
me stesso, sono anche l'autore dell'arguzia degli altri!". Appena
compare sulla scena elisabettiana (Enrico IV - prima parte) Falstaff
conquista il pubblico. Ed è la regina Elisabetta in persona che dopo
quella sera lo rivuole in scena e chiede a Shakespeare di coinvolgerlo
questa volta in una storia d'amore anziché in vicende militari come
nell'Enrico IV. Nasce così "The merry wifes of Windsor"" (1601) che
andremo a rappresentare. Un Falstaff minore rispetto a quello che
si dice che trionfa superbo nei dieci atti dell'Enrico IV? E se li
facessimo entrambi? In una bella franca, lunga risata con una fresca
pinta di spont o di cherry? Sentiamo cosa ne dice il protagonista
"Lo cherry riscalda il fegato, accende l'occhio che come una fiamma
dà ordini di armarsi a tutto questo spazioso ed siguo regno che è
l'uomo. E allora gli spiriti più sottili si raduneranno agli ordini
del loro capitano, il cuore". Nella risata di Falstaff c'è anche qualcosa
di empio e mostruoso eppure nella sua vis comica c'è più innocenza
che malizia. Nella sua vecchia abbondante carne di peccatore, fra
vicoli e postriboli, taverne e letti disfatti c'è l'anima di un fanciullo
viziatissimo, come dice Croce. È spirito e materia, angelo e diavolo,
magnifico nel suo prescindere sia dalla morale che dall'onore. Forse
soltanto Amleto gli tiene testa come oggetto di occasioni critiche
e di ipotesi mitiche: entrambi sono all'estremo del testo scritto,
del teatro possibile e forse oltre. Amleto è un'ipotesi, Falstaff
è una conclusione, attraverso il miles gloriosus, le moralities medioevali,
la vanità, la dissipazione, la gola, la fantasia. Che divertimento.
Autore della traduzione e dell'adattamento è l'amico Angelo Dallagiacoma,
con il quale, anni fa ho già lavorato ad un Amleto. Ed ecco che ritorna
il principe di Danimarca! Che stia tranquillo, verrà il suo turno.
Intanto ripartiamo da Sir John.
Giorgio Albertazzi