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1968. Uno studio parigino. Un uomo solo vede entrare, dalla porta di
casa, lasciata distrattamente socchiusa, una giovane donna. Ha sbagliato
piano. Ma da allora in poi, quella donna, entrata per caso nel suo appartamento,
entrerà anche nella sua vita: diventerà sempre più importante, sempre
più indispensabile. Ma anche lui per lei: si insinua a poco a poco tra
loro un rapporto reciproca dipendenza, un'ossessione di possesso dapprima
sottile che si irrobustisce via via fino quasi alla violenza almeno
psicologica. Il finale è sorprendente, come spesso è la quotidianità
quando, dietro lampi improvvisi, lascia intravedere altro, di più, dietro
la banalità dell'apparenza.
1968: la data è un puro riferimento storico, è l'anno in cui è stato
scritto il testo. Ma certamente richiama, di quel periodo, la sensazione
di guardare alla realtà con lo sgomento di vederne l'alterazione surreale,
lo scarto inquietante, il sussulto nevrotico che si cela sotto i gesti
più usurati e ripetitivi. È uno sguardo che il cinema di quegli anni,
del quale Carriere è stato autore d'importanza centrale, ha insegnato
al teatro. Ed è proprio il teatro che, meglio del cinema, può far emergere,
dietro l'apparente neutralità del chiacchiericcio casalingo, le parole
rimosse, il lamento tragico, il dolore per il quale (diceva in quegli
stessi anni Pasolini) ci siamo abituati a dire educatamente "buonasera"
quando vorremmo dire "vorrei morire".
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