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Troia
è distrutta, rasa al suolo: in questo lager le superstiti vittime di
tale distruzione sono in attesa di essere assegnate come bottino di
guerra ai vincitori. Dove Euripide? Dove la realtà di ieri, di oggi,
di sempre? Il grido della disperazione, la domanda continua del perché
delle guerre si traduce nel grido doloroso di Adriana Innocenti che
interpreta Ecuba proiettandovi il dolore furioso e viscerale di tutte
le "madri-terra", di tutte le donne, le spose, le figlie del mondo che
subiscono il gioco viscido e perverso, o semplicemente stupido dei potenti.
C'è un passaggio del coro che ha offerto ad Adriana Innocenti la chiave
di lettura più pertinente per l'interpretazione di tutto lo spettacolo:
"Tutto fu inutile, ma se gli Dei ci avessero travolto rovesciando nell'abisso
della terra le cose che stanno alla luce, saremmo scomparse senza fama
e gli uomini che verranno non ricorderebbero il nostro dolore nei canti
delle Muse" Emerge forte non solo la modernità, ma la dimensione eterna
ed universale di questa tragedia alla quale gli ateniesi assistettero
alla vigilia della spedizione in Sicilia e alla quale noi assistiamo
come monito di rifiuto degli errori a cui porta la sete di dominio e
come lamento funebre non solo sulla sorte dei vinti ma anche dei vincitori.
Infatti Euripide sembra dirci che non esistono mai né vincitori né vinti.
Il destino non è che l'allegoria di una necessità storica che vede nella
violenza e nella prevaricazione un modello di cui gli stessi responsabili
finiranno per essere a loro volta vittime. E, d'altra parte, la condanna
della guerra e della conquista è a sua volta la denuncia di un dolore
che intride tutta la vita umana; ed è questo dolore universale che costituisce
l'accento di fondo della tragedia, espresso in concetti e immagini di
sublime altezza poetica.
Dario Del Corno
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