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Per descrivere la scena che contiene la complessa azione
de "Il Guardiano" si può parlare di una "stanza indecifrabile". Si tratta
probabilmente di una metafora dello spazio domestico quotidiano composto
da una infinità di oggetti, solo apparentemente inutili, ma che nello
svolgimento della pièce diventano ingranaggi imprescindibili di una
macchina in cui si sviluppa una lotta interminabile. La stanza pinteriana
diviene il luogo della contrapposizione di interno/esterno. Il vuoto
dell'esterno entra in conflitto con il pieno dell'interno sia per la
forte evocazione che la scrittura produce, sia per i segni che questa
suggerisce attraverso una porta che sbatte violentemente o una goccia
d'acqua che cade nel secchio appeso al soffitto. È l'impossibilità da
parte dei tre personaggi del dominio del fuori che probabilmente sollecita
la lotta per il dominio del dentro, come se il possesso della stanza
potesse definire l'identità o addirittura affermare l'esistenza di ognuno
di loro. Pinter compone magistralmente l'opera dando vita a tre personaggi
tanto diversi tra loro che leggendo il copione in maniera approfondita
ne pareva quasi impossibile la messa in scena. Le dinamiche relazionali
tra i personaggi de "Il Guardiano" sono infatti compromesse linguisticamente
sin dalle prime battute. Bisognava trovare una chiave di accesso che,
senza contraddire l'imponente impianto tradizionale proposto dall'autore,
aiutasse ad esprimere quei sintomi del fallimento naturalistico che
il drammaturgo evidenzia proprio attraverso un percorso testuale che
fugge dal linguaggio affinché gli attori operino una sorta di sopraffazione
della lingua. Ed è proprio la sopraffazione che diventa l'elemento portante
di questa messa in scena: ogni personaggio è contraddistinto da una
grande forza e allo stesso tempo da una grande debolezza, da una infingarda
mansuetudine. Un'onda sinusoidale di sicurezza ed incertezza attraversa
i personaggi con velocità spiazzante. Inutile nascondere che Giancarlo
Cauteruccio ha scelto questo testo per una sorta di personale identificazione
con Davies e per una coincidenza espressiva tra Fulvio Cauteruccio e
il personaggio di Mick. Ha poi individuato in Giuseppe Savio, che già
anni fa aveva collaborato con la compagnia Krypton, l'attore che potesse
entrare negli ambigui panni di Aston. Davies, un vecchio barbone sottratto
agli esiti violenti di una rissa, cerca di definirsi linguisticamente
attraverso una verbosità ridondante, pletorica e ripetitiva: una improbabile
legittimazione affidata ad un corpo obeso e impacciato ma dotato di
una particolare caratterizzazione. Aston, un uomo di mezza età forse
solo apparentemente malato di mente, usa un linguaggio reticente e scarno,
quasi privo di collaborazione rispetto agli altri personaggi, creando
una singolare discrepanza tra la sua azione verbale e la concreta disponibilità
operativa, specie nei confronti del suo invitato Davies, raccolto per
strada come uno dei suoi innumerevoli oggetti. Mick, un giovane meno
che trentenne, improbabile fratello di Aston, a differenza di questi
usa una enorme quantità di parole che genera una violenza estrema di
cui sovraccarica la scena. Le parole ne "Il guardiano" non facilitano
la comprensione, diventano quasi ostacoli, cortine fumogene violente
atte a non svelare l'identità dei personaggi. Di nuovo una sfida da
cui Krypton riparte a conclusione della fortunata trilogia beckettiana.
Se in Beckett l'aspetto metafisico e filosofico conduceva il lavoro
registico e attorale, con Pinter avviene un vero e proprio faccia a
faccia con il reale con la volontà di affrontare il contemporaneo penetrandolo
direttamente dentro le ferite, una tematica più volte messa in gioco
dall'autore inglese visto il suo concreto impegno personale contro la
violenza, il razzismo e quant'altro scalfisca la dignità del genere
umano. Questo elemento basilare del lavoro di Harold Pinter non può
non essere tenuto presente nel momento in cui si mette in scena una
sua opera, soprattutto in tempi funestati da follie di pulizie etniche
e da una violenza così diffusa di cui tutti siamo testimoni spesso indifferenti.
La Compagnia apre così un nuovo tracciato nella sua ricerca per un teatro
"necessario", fuori da logiche di convenizone, e continua
ancora a credere nella potenza dell'arte e della poesia in uno dei secoli
più sanguinari della storia.
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