Compagnia Teatrale Krypton
presenta


IL GUARDIANO
di Harold Pinter
traduzione di Alessandra Serra


con
FULVIO CAUTERUCCIO, GIUSEPPE SAVIO,
GIANCARLO CAUTERUCCIO

regia
Giancarlo Cauteruccio

scene e luci Giancarlo Cauteruccio
costumi Mania Brundu


Per descrivere la scena che contiene la complessa azione de "Il Guardiano" si può parlare di una "stanza indecifrabile". Si tratta probabilmente di una metafora dello spazio domestico quotidiano composto da una infinità di oggetti, solo apparentemente inutili, ma che nello svolgimento della pièce diventano ingranaggi imprescindibili di una macchina in cui si sviluppa una lotta interminabile. La stanza pinteriana diviene il luogo della contrapposizione di interno/esterno. Il vuoto dell'esterno entra in conflitto con il pieno dell'interno sia per la forte evocazione che la scrittura produce, sia per i segni che questa suggerisce attraverso una porta che sbatte violentemente o una goccia d'acqua che cade nel secchio appeso al soffitto. È l'impossibilità da parte dei tre personaggi del dominio del fuori che probabilmente sollecita la lotta per il dominio del dentro, come se il possesso della stanza potesse definire l'identità o addirittura affermare l'esistenza di ognuno di loro. Pinter compone magistralmente l'opera dando vita a tre personaggi tanto diversi tra loro che leggendo il copione in maniera approfondita ne pareva quasi impossibile la messa in scena. Le dinamiche relazionali tra i personaggi de "Il Guardiano" sono infatti compromesse linguisticamente sin dalle prime battute. Bisognava trovare una chiave di accesso che, senza contraddire l'imponente impianto tradizionale proposto dall'autore, aiutasse ad esprimere quei sintomi del fallimento naturalistico che il drammaturgo evidenzia proprio attraverso un percorso testuale che fugge dal linguaggio affinché gli attori operino una sorta di sopraffazione della lingua. Ed è proprio la sopraffazione che diventa l'elemento portante di questa messa in scena: ogni personaggio è contraddistinto da una grande forza e allo stesso tempo da una grande debolezza, da una infingarda mansuetudine. Un'onda sinusoidale di sicurezza ed incertezza attraversa i personaggi con velocità spiazzante. Inutile nascondere che Giancarlo Cauteruccio ha scelto questo testo per una sorta di personale identificazione con Davies e per una coincidenza espressiva tra Fulvio Cauteruccio e il personaggio di Mick. Ha poi individuato in Giuseppe Savio, che già anni fa aveva collaborato con la compagnia Krypton, l'attore che potesse entrare negli ambigui panni di Aston. Davies, un vecchio barbone sottratto agli esiti violenti di una rissa, cerca di definirsi linguisticamente attraverso una verbosità ridondante, pletorica e ripetitiva: una improbabile legittimazione affidata ad un corpo obeso e impacciato ma dotato di una particolare caratterizzazione. Aston, un uomo di mezza età forse solo apparentemente malato di mente, usa un linguaggio reticente e scarno, quasi privo di collaborazione rispetto agli altri personaggi, creando una singolare discrepanza tra la sua azione verbale e la concreta disponibilità operativa, specie nei confronti del suo invitato Davies, raccolto per strada come uno dei suoi innumerevoli oggetti. Mick, un giovane meno che trentenne, improbabile fratello di Aston, a differenza di questi usa una enorme quantità di parole che genera una violenza estrema di cui sovraccarica la scena. Le parole ne "Il guardiano" non facilitano la comprensione, diventano quasi ostacoli, cortine fumogene violente atte a non svelare l'identità dei personaggi. Di nuovo una sfida da cui Krypton riparte a conclusione della fortunata trilogia beckettiana. Se in Beckett l'aspetto metafisico e filosofico conduceva il lavoro registico e attorale, con Pinter avviene un vero e proprio faccia a faccia con il reale con la volontà di affrontare il contemporaneo penetrandolo direttamente dentro le ferite, una tematica più volte messa in gioco dall'autore inglese visto il suo concreto impegno personale contro la violenza, il razzismo e quant'altro scalfisca la dignità del genere umano. Questo elemento basilare del lavoro di Harold Pinter non può non essere tenuto presente nel momento in cui si mette in scena una sua opera, soprattutto in tempi funestati da follie di pulizie etniche e da una violenza così diffusa di cui tutti siamo testimoni spesso indifferenti. La Compagnia apre così un nuovo tracciato nella sua ricerca per un teatro "necessario", fuori da logiche di convenizone, e continua ancora a credere nella potenza dell'arte e della poesia in uno dei secoli più sanguinari della storia.