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L'Arena, Venerdì 27 Agosto 1999
Festival shakespeariano. Risate e applausi alla "prima" del
Teatro Romano.
Favola erudita e popolare "Molto rumore per nulla" come felice
combinazione di generi.
D'Abbraccio-Bontempo coppia vincente.
Una decina di pannelli mobili
su un palco deserto incorniciano, isolano o recintano avvolgono o separano
spogli tavolini d'arte povera (di volta in volta mense od altari) illuminati
da bluastri fari per gli esterni o da luci calde per gli interni. Armando
Pugliese al Teatro Romano allinea così su un unico piano scenografico
melodramma e conversation pièce, plot e surplot di Molto rumore per
nulla, doppio popolare, speculare intreccio, barocco gioco di due parallele
vicende di amanti. Accattivante combinazione polifonica di generi, felice
crogiolo di realismo e di ceremony cortigiana, Molto rumore per nulla
è una meravigliosa alchimia di rinvii speculari, mossi sulla finezza
concettuale e sulla comicità popolana. E fabula erudita, arguta energia
da commedia dell'arte, un rigoroso impianto teatrale che Shakespeare
in parte costruì attingendo da fonti precedenti, doppiandole e sovrapponendole,
autocitandosi (Romeo e Giulietta) o preannunciandosi (Otello). Un gioco
di registri teatrali risoltosi testualmente negli amorosi casi della
giovane coppia di Ero e Claudio contrastati nel loro amore dagli intrighi
macchiavellici di don Giovanni. Paradigma di letteratura amorosa che
spazia di ritmo all'altra coppia, Benedetto e Beatrice (anche i nomi
ammiccano al doppio), vivace duetto di schermaglie d'arguzia, banchetto
di parole apparecchiato come specchio del primo intreccio. Abbassano
il registro al piano comico la ronda notturna, che se testualmente scioglie
la calunnia di don Giovanni ai danni della Ero, altri non è che un altro
doppio del gruppo comico del Sogno. Tutto come detto accade in quella
Sicilia che Pugliese radicalizza negli abiti anni '50 dei personaggi
isolani (costumi di Silvia Polidori), contrappunto etnico alle divise
degli invasori e liberatori della Trinacria: pirati alieni, Blade runner
metropolitani, soldatacci un po' barboni. Un'operazione didascalica
che, pulendo e rarefacendo la scenografia (le musiche di Antonio Sinagra
evocanti scacciapensieri siciliani contribuiscono efficacemente all'immaginario
isolano), stigmatizzano e contrassegnano la contrapposizione, diremo
classista, di blocchi culturali, aprendo la strada ad un teatro di parola.
Non per nulla gli aragonesi, entrando da porticine aperte sulle pareti
mobili, brandiscono frustini simili a fioretti, controcanti ai duelli
verbali dei protagonisti. E poi gli stessi pannelli che si chiudono
per circondare il claustrofobico male di vivere di don Giovanni (un
infido Matt Patresi), s'aprono quinte di scena a favorire il ritmo della
parola nei quadretti verbali di scenette squisitamente teatrali (vedi
gli inganni tramati a Benedetto e Beatrice). I pannelli sono poi recinto
di un rodeo, sfaccionata ad altrettante scenette gustosamente comiche
come quelle delle guardie del principe. Un pasticcio di parole quest'ultimo
che Lello Radice, Ernesto Lama, Fortunato Cerlino e Giacomo Martelli
esasperano di eccessi clowneschi. Niente locus amenus dunque, niente
naturalismi rinascimentali, niente giardino o corti seicentesche, ma
una contrazione popolare - popolana (diremmo noi) del contesto, dove
Armando Pugliese ritma con vivace brio e sciolta leggerezza la guerra
non dichiarata, la nobile arte delle schermaglie di Benedetto e Beatrice.
Probabilmente incuriosito da Mariangela D'Abbraccio, una Beatrice dalla
fisicità esuberante che con naturale passionalità invade la scena, il
numeroso pubblico (solo qualche vuoto ai lati di platea e gradinata)
scopre, nella calda serata del Romano, Pietro Bontempo, un Benedetto
tutt'arguzia di lingua e fragilità di sentimenti (cade anch'egli come
Beatrice nelle trappole degli amici). Risate e applausi, anche a scena
aperta, sottolineano, in questa inedita chiave registica di contrapposizione
fra vincitori e vinti, la verità della sua perenne ebrezza caricaturale,
tanto simile al Petruccio della Bisbetica nella sua virilità piacevolmente
sopra le righe. Più mulier fortis nella sua meridionale carnalità che
intellettuale madonna lingua, la D'Abbraccio evoca movenze da Lollo
nazionale costruendo una femminilità via via sempre più convincente.
Sarebbe ingiusto chiamare cornice o contorno il resto dei personaggi
tutti nel ritmo della pièce, a cominciare dalla frizzante Daniela Allegra
(Ero). La coralità dell'insieme è un ulteriore cerchio, anello ad una
commedia che si chiude nel suo happy end come si era aperta: le scene
ritornano al centro del palco vuoto risolvendo non sull'annuncio del
messo che don Giovanni è stato catturato, ma su un ballo nuziale, l'ultimo
doppio di questo gran rumore di parole. Si replica fino a domenica.
Simone Azzoni
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