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L'Unità, Domenica 14 Maggio 2000
Ricordando Resistenza
In teatro "Quattro bombe in tasca" di Chiti
San Casciano - In una terra, la nostra, ché sembra (ma spesso è) priva
di memoria, qualcuno pur interroga le testimonianze e i documenti del
passato, per proiettarlo nel presente, farne sentir caldo e urgente
il ricordo. "La Terra e la Memoria" si è intitolata una bella trilogia
drammatica di Ugo Chiti, culminante in un lavoro d'eccezione, "La provincia
di jimmy" (1990), che avremmo voluto più a lungo circolante in Italia.
C'era là, situandosi la vicenda nel quadro degli Anni Cinquanta, un'eco
ormai soffocata, se non spenta, della Resistenza. Ed ecco che il tema
della lotta armata contro "gli invasori tedeschi e i traditori fascisti"
(così suonava uno slogan dell'epoca) torna in primo piano nella nuova
creazione dell'autore e regista toscano, "Quattro bombe in tasca", proposta
dalla compagnia Arca Azzurra al Teatro Niccolini. Anche qui, gli eventi
in cui sono coinvolti i personaggi, i vivi e gli scomparsi, i fantasmi
e gli uomini, e le donne, in carne e ossa, sono riguardati da una certa
distanza: i ragazzi, le ragazze del '43-'44 li ritroviamo vent'anni
dopo, segnati dall'età (o dalla morte), ma soprattutto dall'esperienza
di quelle terribili, angoscianti ed esaltanti giornate, E, man mano,
fatti e figure riprendono corpo sulla scena. Nato nel 1943, Chiti ha
una capacità sbalorditiva nell'evocare un moudo da lui non frequentato,
com'è ovvio, direttamente, ma ricostruito col contributo (orale o scritto)
di quanti ne furono piccoli o grandi protagonisti. E il suo racconto
non scade nell'aneddotica, anche quando si colora di grottesco, come
nel caso del maestro che diventa delatore dei partigiani presso i nazisti,
per salvare la sua riserva alimentare, una scrofa nutrita d'ogni possibile
avanzo. Di rara pregnanza è poi l'episodio richiamato nel titolo, quello
di Fausto, che si fa saltare in aria con due soldati della Wehrmacht
da cui è stato bloccato; le membra fatte a pezzi d'un tale oscuro eroe
saranno pietosamente raccolte da amici e vicini, perché a lui si possa
dare degna sepoltura. Si dovrà parlare ancora di questo denso, straordinario
spettacolo, e dei suoi bravissimi interpreti. Intanto annotiamo con
piacere che il pubblico romano potrà assistervi, la prossima stagione.
Ma perché non anche quello fiorentino?
Aggeo Savioli
La Nazione, Domenica 14 maggio 2000
Al Teatro Niccolini di San Casciano in scena il suo nuovo lavoro "Quattro
bombe in tasca"
La Resistenza secondo Chiti
San Casciano - "Perché c'ho sempre questo strazio negli occhi? Questi
spregi sono dolori che restano... appiccicati all'ossa... non passano".
Così parla, dopo tanti, tanti anni, Silvana, una dei pochi superstiti
- traumatizzati e forse più sfortunati dei morti-del vortice di atrocità
e di orrori, di delitti e di efferatezze legato agli anni della Resistenza,
per i personaggi paesani di Quattro bombe in tasca, il nuovo lavoro
scritto e diretto da Ugo Chiti, in scena ancora stasera al Niccolini
di San Casciano. E davvero si parla di angosce e di avvenimenti scioccanti,
mostruosi, terribili, che non possono "passare", né farsi dimenticare
mai (è come se restassero eternamente presente), in queste due ore,
forti e tese, di teatro in cui per Chiti il periodo della lotta tra
partigiani e nazifascisti diventa quasi il contenitore esemplare di
ogni orrore, di ogni esperienza estrema a livello di sofferenza, di
crudeltà, di tradimento, di strazio fisico (dei corpi, torturati, martoriati,
fatti a brandelli) e morale (degli animi). Quattro bombe in tasca segna,
ci pare, un momento importante del percorso di Ugo Chiti, che rimane
fedele al suo stile collaudato in tanti anni di testi per la compagnia
l'Arca Azzurra. alla sua lingua teatrale toscana che non ha nulla a
che fare col vernacolo al mondo paesano e autentico già descritto nei
precedenti lavori; ma non si accoda per nulla a qualcosa di già fatto,
creando invece un modello di incalzante, intensa tragedia contemporanea,
sospesa tra mito ed epica non senza qualche caratteristico tocco visionario,
o allucinato. O memorie 'colte', o classiche, affioranti, forse in maniera
involontari; dall'Antigone di Sofocle alle parole del partigiano Tizzo
(uno degli eroi che moriranno uccisi, seviziati, dilaniati) sulla "vita"
del bosco, che ricordano il "Waldweben" . del Sigfrido wagneriano. C'è
come una ritualità, sobria ma di potente effetto, in questa rievocazione
di Chiti che - fra narrazione e "flashback" rende di nuovo presente
anche il tempo della Resistenza, stando però lontano dalla retorica
e dalla celebrazione più o meno vuota. Non c'è nessun "messaggio" politico
ma semmai civile, anche se - in una battuta inserita all'ultimo - l'autore
prende posizione, per bocca di uno dei personaggi, contro revisioni
e nuove interpretazioni della storia sbagliate e fuorvianti. Ma proprio
il momento dell'uccisione del "traditore" da parte dei partigiani è
uno dì quelli che turbano di più lo spettatore e portano la sua coscienza
ad interrogarsi. Agli attori consueti dell'Arca Azzurra (tra cui si
distinguono un vigoroso Massimo Salvianti e una Lucia Socci dalla drammaticità
bruciante) si aggiungono "nuovi" non indegni (per esempio Anna Dimaggio),
e un membro 'storico' che torna come Marco Natalucci.
Francesco Tei
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