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La Repubblica, Lunedì 23 ottobre 2000
Al Piccolo di Milano, regia di Gabriele Vacis, in "Precise Parole"
Lella Costa, sola in scena è Otello, Jago e Casio
"Non sopporto le cose troppo facili le semplificazioni, le sintesi di
cui è pieno il nostro mondo. Mi sono accorta di amare le difficoltà,
le sfide." Così Lella Costa, in un prol ogo al suo nuovo spettacolo,
"Precise parole", in scena al Piccolo di Milano. E la sfida che si prende,
con Gabriele Vacis regista e coautore del lavoro, è davvero enorme:
rifare tutta da sola l'Otello di William Shakespeare, una delle più
celebri e complesse tragedie della nostra tradizione. Shakespeare? "Perché
è "il più grande", il maggiore "narratore" della storia. Perché Otello?
Ma è un fatto di cronaca nera, accaduto neI Nord Est, che coinvolge
un extracomunitario". Insomma è attualissimo, essendo accaduto "quattro,
no quattrocento anni fa". E perché da sola? La parola chiave qui è "raccontare".
Se Shakespeare è innanzitutto un "narratore" le sue "storie" vanno innanzitutto
"raccontate", solo eventualmente allestite. Ogni racconto è nuovo, anche
se riprende vecchie storie, e ogni nuovo racconto narra la sua vicenda
ma anche il modo in cui questa è stata già raccontata, si prende la
libertà necessaria di innovarla e modernizzarla restandole fedele. Non
ha del resto anche Shakespeare saccheggiato le sue fonti? Qui il commento
e il racconto, la lezione di lettura e 1'evocazione vanno di pari passo.
Insomma il nuovo spettacolo di Lella Costa fa pane di quel filone di
teatro-racconto che ha già avuto tanto successo con i suoi ultimi lavori,
ma anche con i lavori di Marco Paolini (il famoso Vajont, sulla tragedia
che nel 1963 distrusse Longarone, Erto, Casso a altri paesi), degli
attori di Settimo, di Baliani (Corpo di stato, sul caso Moro) e altri
ancora. La base è la linea della narrazione, la storia affabulata. Ma
sono frequenti escursioni nella direzione del rapporto col pubblico,
deviazioni verso i propri interessi, indugi e digressioni: tema con
variazioni. E anche se la narrazione o diegesi, nella teoria tradizionale
dei generi, è il contrario dello spettacolo o mimesi, questa contrapposizione
si smorza facilmente nella pratica: tre teli di tulle appesi a un'impalcatura
di legno rialzata sul palcoscenico e due coppie di riflettori mobili
bastano a Vacis per suggerire luoghi e atmosfere. La musica aiuta a
commentare ed emozionare ínsieme. Quanto a Lella Costa, il suo gioco
la porta instancabilmente dentro e fuorí i personaggi, a fare lo slalom
fra commento, narrazione ed emozione, impersonificazione e osservazione.
E' un lavoro virtuosistico che mira a far riapparire il teatro proprio
da dove era stato nascosto, dalla narrazione. Ecco Cassio in un accento
fiorentino, Jago che lascia pendere e oscillare il braccio destro come
un bullo da western, la voce profonda di Otello; ecco il doge parlare
come Berlusconi (e dare pretesto a qualche battuta politica). Ecco Desdemona
cantare in inglese la canzone del salice, nella scena più struggente
dello spettacolo. Ecco soprattutto un pubblico di astanti veneziani
un po' confusi e incuriositi che Lella Costa evoca con la tecnica di
Dario Fo nel Mistero buffo. In mezzo però si richiamano Italo Calvino
e i pit stop della Formula Uno, la politica italiana e il musical, la
storia del cinema e quella del teatro... E virtuosistici sono anche
il rapporto della narrazione di Lella Costa con la musica, il gioco
del suo corpo che sostiene la recitazione, la presenza scenica intensa
e solitaria per due ore. Alla fine si esce travolti dalla quantità delle
parole dei pensieri e delle azioni di Lella Costa o di William Shakespeare
o di Otello, insomma da una costruzione che non lascia varchi e si impone
allo spettatore con la forza della precisione e della sovrabbondanza.
Ti viene solo da chiedere perché, che cosa abbiamo a che fare noi con
la tragedia del moro di Venezia e con le sue forme narrative, qual è
la ragione per cui stiamo ancora ad ascoltarla. Ma anche a questa domanda,
implicitamente, Lella Costa e Vacis hanno una risposta. Le storie, se
sono precise, bastano a se stesse. Non hanno bisogno di un perché, solo
di un come.
Ugo Volli
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