Corriere della Sera, Mercoledì 19 Gennaio 2000
Il romanticismo tedesco di Tieck reinterpretato da Nanni. Con l'esaltazione finale del Terzo Stato.
Gatto mangia Orco: è la rivoluzione.

Vi sono ammiratori di uno scrittore come Ludwig Tieck: tra i quali Enrico Bernard che intorno alla metà degli anni Ottanta ha riproposto alcuni testi di questo scrittore tipico del romanticismo tedesco, e Giancarlo Nanni che ha messo in scena "Il gatto con gli stivali". Gli ammiratori di Tieck costituiscono una a sé stante categoria di lettori. Sono, nel nostro tempo, gli entusiasti di uno scrittore come Antonio Pizzuto: da Gianfranco Contini in poi. Costoro prendono troppo sul serio alcune cosiddette invenzioni di tipo avanguardistico o sperimentale. Su che cosa si fonderebbe l'eccellenza di Tieck secondo Bernard? Sul fatto che egli precede Pirandello nell'applicazione del dispositivo "teatro nel teatro". Secondo Nanni, il bello è che la commedia (o fiaba teatrale) si conclude con l'esaltazione del Terzo Stato, vale a dire con una presa di posizione ideologica. Al contrario queste sono, io credo, caratteristiche in un primo momento e limiti subito dopo: se si scava sotto, non c'è nulla, o ben poco, o qualcosa di triste. Per Bernard Tieck è grande dal punto di vista formale per Nanni lo è dal punto di vista contenutistico. Ma il fatto è che forma e contenuto non sono altro che maschere di un vuoto sostanziale. In scrittori come Tieck (o come Pizzuto) si avverte costantemente la mancanza d'esperienza, la riluttanza ad affrontare la realtà, la tendenza a sottrarsi. In una parola, si avverte l'infantilismo, il bambinismo, l'eterna adolescenza: un elemento che si fa tanto più vistoso quanto più eclatanti appaiono le cosiddette rivoluzioni formali o contenutistiche. Se poi si guarda con attenzione, come Nanni con il suo spettacolo fiabesco e colorato ci consente, se si legge oltre le apparenze, si scopre che vi è perfino qualcosa di iniquo. In che consiste la riscrittura, da parte di Tieck, della fiaba di Perrault? Era il 1797 e Tieck aveva due sacrosante urgenze. La prima era d'imporre il suo discorso anti-goethiano: vale a dire un discorso che derivava da Sterne, un discorso comico, fatto di digressioni e di minacce al princi pio di autorità narrative. Questa esigenza egli la fa vibrare come corde di un sentimento patriottico antitedesco (ovvero per una nuova Germania contro la vecchia e seriosa Germania di Goethe). La seconda urgenza di Tieck derivava dalla Rivo luzione francese: la fiaba si conclude con il Gatto che mangia l'Orco fattosi Topo e con il Terzo Stato che prende il potere. Ma che Stato è questo Terzo Stato? II punto è questo. Si tratta, guarda caso, di un contadino che è però il padrone del Gatto. II Gatto fa la rivoluzione per mettere sul trono il suo padrone! D'altra parte, dicevo, Nanni ci consente di leggere il testo con la sua consueta eleganza scenografica per le (ben) ven- , totto scene del suo spettacolo: gli basta una casetta, una luna, un albero. Con questi pochi, puerili elementi fa miracoli. C'è poi il discorso degli attori: Manuela Kuster- mann è il Gatto Hinze: arruffato, spiritoso, agile, beffardo. E' l'immagine più pungente dello spettacolo. Accanto a lei recitano Massimo Fedele, Annamaria Ghirardelli, Maurizio Palladino.
Franco Cordelli

L'unità, Lunedì 24 gennaio 2000
Quell'irresistibile "gatto" di Nanni
Meta-teatro da ridere nello spettacolo di Tieck tratto da Perrault

Roma - Fischi, continue interruzioni della commedia, battibecchi tra l'Autore e gli Spettatori, e gran finale con lancio di ortaggi sugli Attori. Dopo le ciabattate (vere) all'Argentina, volano mele e pere (di plastica) al Vascello, dove ha debuttato "Il gatto con gli stivali" di Tieck, per la regia di Giancarlo Nanni. Cos'è, la rivolta del pubblico a teatro? Tranquilli, qui non c'entrano i dissidenti turbolenti e nemmeno le sommosse premeditate: è tutta fiction, firmata e ideata da Tieck in persona, scrittore tedesco di fine Settecento. Nonché spirito allegro, profondo conoscitore dei vizi e dei vezzi della gente di teatro, per averne fatto parte lui stesso, e ingegnoso innovatore di materia drammaturgica. Il suo "gatto" è un irresistibile meccanismo di teatro nel teatro, un andirivieni di storie che si mescolano, tirando in ballo persino la rivoluzione francese. Un "rumori fuori scena" che precede la commedia di Frayn di almeno duecento anni. Insomma, un autore la cui riscoperta val bene una messinscena; soprattutto, quando a soffiare sulla polvere del tempo è Giancarlo Nanni che con le fiabe surreali ha una certa dimestichezza, a partire dalla "A come Alice" di trent'anni fa. Sotto la sua regia volutamente sopra le righe, il "Gatto" diventa un pot-pourri di generi e citazioni, dove la favola di Perrault scorre di sottofondo, sorvegliata a ogni pie' sospinto da due spettatori linguacciuti, pronti a farsi beffe dello spettacolo. Tra lazzi da avanspettacolo e monologhi facendo le boccacce a Shakespeare, la commedia procede a balzelloni con grande spasso del pubblico (quello vero). E nonostante le interferenze, il gatto, diventato per l'occasione una bella micia: Manuela Kustermann, farà la fortuna del suo padron Masino, conquistando per lui il favore del re, la mano della principessa e il regno dell'orco. Ironico e colorato (sembrano un fumetto d'autore le scene di Carlo De Marino e una fiaba orientale i costumi di Flavia Santorelli), il "Gatto" è uno di quegli spettacoli che conquista anche per l'affiatamento degli attori. Tutti bravi: Alberto Caramel, Annamaria Chirardelli, Stefano Scherini, i due "spettatori" Maurizio Palladino e Angelo Tanzi, gli scatenati performer Matteo Chioatto e Massimo Fedele. E naturalmente Manuela Kustermann, micia vezzosa che ha bevuto alla fonte dell'eterna giovinezza.
Rossella Battisti