Il Giorno, domenica 4 febbraio 2001
Cesare Lievi ha ridato smalto all'opera del grande drammaturgo norvegese riproposta a Brescia
Ibsen, lo spettro di oggi è l'Aids

Brescia - "Spettri" di Ibsen (1881) è un capolavoro ammazza registi. Come superare il naturalismo borghese e il determinismo lombrosiano del dramma; come ripetere senza cadere nel grottesco quel grido - "Mamma, dammi il sole" - del giovane Osvald, luetico per colpa del padre, evocante gli exploits mattatoriali alla Zacconi? Per riproporlo occorre evitare di storicizzarlo e scegliere il versante mitico-metafisico, riposizionando la patologia psichiatrica dell'originale nel campo della psicoanalisi, facendo della maledizione ottocentesca della sifilide un "male oscuro", metaforico, come la peste in Camus. Se si traspone ponendo mente che per noi il male del secolo oggi sono l'Aids o gli stati depressivi, ci si può accostare ancora a "Spettri" senza cadere nella rivisitazione museale. È a questa operazione che ci mette di fronte Cesare Lievi, il quale ha voluto dare il suo addio al secolo passato assumendo il rischio di riproporre, in continuità con le riletture innovative di Ronconi e Castri, questo classico che trasferiva nel primo novecento luci e ombre dell'800. Questa proposta di un'Ibsen "nostro contemporaneo" avviene (fino all'11/2) nel restaurato Teatro Sociale di Brescia. La scenografia dell'ungherese Csaba Antal risponde al disegno del diretto del C.T.B. di trasferire la fosca saga degli Alving nei nostri anni '80: un soggiorno come una grande gabbia, arredato secondo il design moderno, chiuso da vetri, in modo che interno ed esterno siano indeterminati. Fuori, di dove vengono come fantasmi le figure, il Nord delle betulle con la pioggia battente nel primo atto; poi le vampe rosse dell'incendio doloso dell'asilo, infine l'attesa del sole sulla tragedia incombente. Luci magistrali di Gigi Saccomandi. Sobrie sottolineature musicali sfumano in temi nordici da carillon. Nei tempi di questo "viaggio verso la notte" il giallo "alla Hitchcock" s'intreccia al "noir" di una lotta disperata, vinta dall'amore, contro il "troll ghignate" della malattia. E le figure della cupa storia emergono a tutto sbalzo con inclinazioni e destini. In questa interpretazione fra le migliori della sua carriera per l'intelligenza vibrante ma misurata del personaggio, per la rappresentazione di un dolore alto nell'assenza di vittimismi. Franca Nuti (Helene) è figura centrale del dramma, e sa essere tanto vera quanto attuale nel suo lacerante percorso dal conformismo borghese alla conoscenza del dolore. Il vigore interpretativo di Massimo Foschi (il pastore Manders), cui tocca dimostrare spiragli di inquietudini sotto la corazza di un moralismo non esente di doppiezze, dà rilievo al ruolo del pastore Manders. Del figlio Osvald, bohémien, libero pensatore, artista col sangue guasto del padre, Francesco Migliaccio sa rendere, alla fine, lo smarrimento patetico nella follia. La giovane Sandra Toffolatti è plausibile nella parte di inconsapevole sorellastra di Osvald, che si risveglia da un'attrazione incestuosa per precipitarsi in una fuga senza domani. E marco Toloni rende, del torvo falegname Engstrand, sia la crudeltà che l'equivoca doppiezza.
Ugo Ronfani

Il Manifesto, Venerdì 2 febbraio 2001
Gli "Spettri" del Novecento
In scena a Brescia il regista Cesare Lievi rilegge l'opera di Ibsen che si trasforma da "dramma borghese" a laboratorio scientifico di virus e colpe inconfessabili
Brescia - Cesare Lievi, regista e direttore del Centro Teatrale Bresciano, dichiara di avere voluto mettere in scena "Spettri" di Isben come fosse il proprio saluto al Novecento. Il testo dello scrittore norvegese, scritto alla fine dell'Ottocento, è stato in verità una delle linee portanti del teatro mondiale lungo tutto il secolo, tra le massime espressioni di quel "teatro della crisi borghese" da cui è nato e cresciuto poi tutto quello che è arrivato sulla scena della modernità. Lievi, però, sembra voler fare di più, perché ripercorre in qualche modo, attraverso gli "Spettri" ibseniani, la propria biografia, se non altro artistica. La signora Alving protagonista di questo cupo intrigo di colpe di segreti in riva a un fiordo norvegese, sembra una parente diretta della terribile signora protagonista di "Alla meta" di Thomas Bernhard. Non solo per via della stessa straordinaria interprete, Franca Nuti. Ma proprio per alcuni caratteri costitutivi del mondo che entrambe circonda e assedia, costringendole a reagire in assoluta, magari maniacale o delirante ma sempre grandiosa, solitudine. Lievi ha chiesto allo scenografo, l'ungherese Csaba Antal, un contenitore tanto asfittico quanto capace di trasparenza, e quindi "dipendente", rispetto all'esterno, un grande ambiente chiuso da vetrate scorrevoli, qualcosa di ospedaliero e claustrofobico, quasi a dispetto delle luci di Gigi Saccomandi, della pioggia e dei bagliori di fuoco che bruceranno l'asilo che della casata avrebbe dovuto costituire la pubblica eredità. Ma nello stesso tempo, il regista ha avvicinato, anche attraverso la nuova traduizone da lui stesso appontata, ad anni non lontani da noi più di un paio di decenni, l'azione, quasi rappresentasse un collettivo passato prossimo. L'immagine complessiva dello spettacolo, se può ricordare quanto a struttura la serra asfittica e surriscaldata che Mario Garbuglia aveva costruito per gli "Spettri" di Luca Ronconi a Spoleto quindici anni fa, in realtà rinvia piuttosto a certi interni scandinavi lindi e rigorosi, con pochi mobili che citano la modernità con famosi esempi di design. L'ambiente, per intendersi, ricorda certa nuova onda cinematografica danese, da "Festen" a "Idioten", dove il nitore apparente si scopre puro contenitore di colpe genetiche inconfessabili. La rivelazione che la ragazza Regine (una vitale Sandra Toffolatti) non sia nella casa padronale a scopo puramente benefico, ma perché figlia naturale e ancillare del defunto ciambellano, e quindi impossibile da amare per il fratellastro Osvald (il sofferto Francesco Migliaccio), e quasi la logica conseguenza di un teorema mai espresso. Così come corollario ne è l'ambiguo farisaismo pretesco del pastore Manders (Massimo Foschi), e l'ipocrita accettazione della verità da parte del falegname Engstrand (Marco Toloni), patrigno di Regine. Non si salva nessuno da quella morale tracimata, se non la lucida follia riformata della vecchia signora, sciura nell'abito, ma geniale nel suo progetto "politico" di vincere ogni convenzione, a qualsiasi prezzo. Così succede a questi "Spettri" di risultare non più "favola" nordica di incubi coniugali e parentali, ma laboratorio scientifico di decantazione per virus e contaminazioni ineluttabilmente destinati a degenerare. La stessa malattia del figlio della signora Alving, Osvald, assume per noi toni sinistri di endemica incurabilità, che sia fisica o psichica poco importa. Quei fantasmi sembrano appartenere a ciascuno di noi, e anche se lo spettacolo nella sua "attualizzazione" risulta a momenti eccessivamente contratto o "forzoso", ci chiedono ancora di individuarne il volto, invece di seppellirli, o tentare di bruciarli, con ipocrita fretta.
Gianfranco Capitta