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Un uomo si diverte con sé stesso e di sé stesso e il viaggio è il solito
di sempre, dal bambino che c'era fuori a quello rimasto a giocare dentro,
con la musica che porta e trasporta in posti divertiti e divertenti
o in luoghi dove a volte c'è seduto un sogno ad aspettare. Su tutto
aleggiano la parola, il pensiero, i personaggi che la vita ha messo
li come segnaletica per il cammino, coi quali è bello ritrovarsi a ridere
o a litigare e solo qualche volta a riflettere sul tempo che è passato
e su quello che è successo nel frattempo. Sfilano in rapida sequenza
tasselli apparentemente incompatibili fra di loro a comporre un quadro
che immediatamente non si riesce a definire: sono figure che arrivano
a proporre la loro comicità velata di ansia di esistere, canzoni riflessive
e malinconiche che in modo diverso raccontano la stessa ansia. Il tutto
sopra le righe, in un mondo inventato che forse non c'è e che proprio
per questo è interessante andare a visitare, per vedere il rapporto
di Giorgio Faletti con quello che l'esistenza costruisce nostro malgrado
per circondarci e imprigionarci. Così, con un brano di dirompente comicità
viene aperta una breccia nel muro da cui far filtrare la riflessione
malinconica di una canzone, con l'emozione che è quasi il pudore di
chi, ora, la propria umanità la vuole raccontare e non esorcizzare.
Solo alla fine dello spettacolo è evidente la trama, il perché di questo
percorso apparentemente casuale e contraddittorio. È il disegno di un
uomo e di un artista che accetta di essere quello che è, da sempre:
un bizzarro e incomprensibile miscuglio di risa e di pianto, di allegria
e malinconia, di luce ed ombra. C'è in tutto questo un'apparente bisticcio
che solo apparentemente si rivela e rimane. D'altronde non è forse la
vita un lungo amato amaro ironico "Nonsense"?
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