Compagnia delle Indie Occidentali
Festival di Borgio Verezzi
presenta


ANNA DEI MIRACOLI
di William Gibson
traduzione Giorgio Albertazzi
dalla traduzione di Luigi Squarzina e
Desideria Pasolini


con

MARIANGELA D'ABBRACCIO

e con
Giulio Farnese, Simona Biancalana

regia
Francesco Tavassi

scene Alessandro Chiti, costumi Maria Rosaria Donadio,
musiche originali Giacomo Zumpano, luci Luigi Ascione


Note di regia

Ho sempre l'impressione davanti ai grandi ruoli femminili che i confini segnati in passato, seppure da grandi interpretazioni, possono essere rintracciati, forse perché provo un'attrazione speciale verso l'universo femminile, soprattutto, quando nel copione di donne ce n'é più di una a sostenere personaggi importanti: sento che nel rapportarsi tra loro si innestano sempre meccanismi sublimi e le emozioni che riesco a raccoglierne sono sempre potenti, assolute. L' istinto femminile di dare alla luce trova forma in qualunque manifestazione del vivere e gli strati che ci suggerisce sono sempre infiniti. Psicologie complesse nutrite da un solo istinto vitale. In "Anna dei miracoli", sono le donne a confrontarsi con l'amore, l'istinto ed il dolore, tra ragione e pulsione mettendosi a nudo completamente, sfidando l'impossibile. Il vero miracolo sono loro: sono loro a combattere la battaglia terribile del cercarsi. Un testo che non richiede "modernizzazioni", nella civiltà dell'apparire, dell'immagine, del bello ad ogni costo: il tema dell'emarginazione del portatore di handicap vive un'attualità sconcertante e di contrappunto i nuovi eroi sono quelli che nel volontariato, nell'impegno sociale votano la propria esistenza all'assistenza dei malati, dei deboli, dei poveri, degli emarginati, cercando in questi rapporti il senso stesso dell'essere. Mariangela D'Abbraccio, ne sarà a mio vedere interprete ideale: per età, energia, personalità, maturità scenica, per la straordinaria capacità di essere autentica prima donna anche e soprattutto rapportandosi in scena con gli altri attori senza sopraffazioni in uno scambio continuo e creativo, ricco di emozioni. L'interprete di Anny, infatti, deve avere la capacità di essere mattatrice senza schiacciare gli altri personaggi, stimolando il talento naturale della bambina che interpreta Hellen, in una reciproca intesa, fatta di piccole e grandi scoperte. Tenterò di recuperare ogni dettaglio nei ruoli della madre, del padre e del fratello di Hellen, che hanno sofferto a volte di una lettura poco attenta all'evolversi degli stati d'animo, relegati quasi ad un'immagine statica di "servizio". Anny ed Hellen ...., ma anche Anny e la madre, quasi speculari, tanto diverse e tanto simili e poi le tre generazioni del padre, la madre e il fratello di uno scontro sofferto, silenzioso, compresso da un ambiente borghese dove l'impossibilità di comunicare di Hellen è quasi l'emblema della loro incomunicabilità. E' impossibile raccontare il dramma di Hellen isolandolo da quello degli altri. La scena (di Alessandro Chiti), così come i costumi (di Maria Rosaria Donadio) suggeriranno l'ambientazione storica originaria. Lo spazio scenico si articolerà in vari ambienti che si susseguiranno intersecandosi intorno ad un elemento centrale, forse una scala, componendosi e scomponendosi, creando una visione molto vicina a quella di una carrellata cinematografica così da non interrompere il ritmo fluido del racconto, ambienti che saranno introdotti via via dalle azioni dei personaggi stessi, accompagnandone i gesti. Possibilmente, sarà il vagare a tastoni della bambina a muovere il tutto. Vorrei che si avvertisse il mondo fatto di soli contorni di Hellen cosicché il bello delle forme, dei colori, disegnati dal giardino e dalle grandi finestre che inondano luce, dei suoni raccontati dalla musica (di Giacomo Zumparo) rappresentino ciò che è negato ad una sordocieca come lei, un mondo che Army vorrebbe regalarle attraverso il calore dell'amore e della comunicazione. compitandolo con le mani: parola per parola.
Francesco Tavassi

Anna dei miralicoli di W. Gibson
Non è facile per me parlare di "Anna dei miracoli", oppure è facilissimo nel senso che Anna dei miracoli è nella mia vita da molto tempo. Direi da molti anni. ll titolo è mio: Annie di "The miracle worker" diventò Anna (Proclemer) di "Anna dei miracoli". Ci fu un altro miracolo in quella edizione storica del testo, oltre a quello della Proclemer in una delle sue più grandi invenzioni sceniche: il miracolo di Ottavia Piccolo che faceva la parte di Helen, la piccola sordomuta nella pièce di Gibson e di cui esplose il talento proprio in questa occasione. Mi ricordo di lei piccolissima ai provini, quando con Luigi Squarzina che faceva la regia, decidemmo che sarebbe stata lei la bambina. Fu un avvenimento importante, uno spettacolo di grande successo, poi ripreso in altre edizioni. Questa di Mariangela D'Abbraccio mi sembra si presenti con tutte le carte in regola, forse anche di più, per diventare una reinvenzione di questo straordinario testo. Rileggendolo adesso per l'adattamento che ne ho fatto, ho constatato ancora una volta quanto sia perfetto: drammaturgia, taglio delle scene, psicologia dei personaggi. E' un testo infallibile. Ho operato alcuni tagli di personaggi che mi sembravano soffrire di una certa datazione, come nel caso della zia Eve, per esempio. Ne è emerso con più vigore il personaggio di James, il figlio, e del padre, il Capitano Keller che resta un ruolo portante del testo. La sensibilità americana nei confronti degli handicap è sempre stata molto forte, già negli anni '60. Questa preoccupazione ha pervaso tutto il mondo e mi sembra il momento giusto per riproporre questo testo, con un'attrice di talento come Mariangela D'Abbraccio che sa essere nello stesso tempo distaccata e partecipante. Per poter affrontare il ruolo di Annie occorre un grande temperamento, tenuto a freno da un altrettanto grande controllo intellettuale, senza debolezze patetiche. Tutte qualità di Mariangela che mi è cara per tantissime ragioni, oltretutto per aver condiviso tante "battaglie" teatrali. Cosa dire ancora? Un dialogo pieno d'humour, bruciante, rapido, spesso icastico. II talento di Gibson si vede soprattutto nei momenti in cui il realismo lirico che diventa lo stile di questo testo, si sviluppa in senso avvolgente, staccandosi dal contesto dialogico per diventare invenzione lirica. I fatti della vita si trasfigurano improvvisamente in dei valori morali. Il testo afferma fortemente alcuni valori morali e si gioca spesso sull'opposizione tra fare il bene e non farlo, rifugiandosi in u'ipocrita presunta pietosità. Oggi il mondo si interroga sul problema della eutanasia, per esempio, che pone in discussione il valore della "pietas" nel nostro tempo. Qui l'eutanasia non si pone, ma l'interrogativo appartiene alla stessa categoria del pensare: è giusto far soffrire una bambina in questo modo pur di riportarla nel mondo della comunicazione? II testo risponde di si. Auguro un grande successo alla compagnia, alla giovanissima interprete di Helen di essere all'altezza della sua "sorellina" di allora, che ormai è diventata una signora del teatro. A Tavassi di ripetersi in questa regia come nella precedente "Nella città l'inferno". A Mariangela un affettuoso augurio di trionfo. Lei può essere un'indimenticabile Anna dei miracoli.
Giorgio Albertazzi

Questa storia è realmente accaduta alla fine del 1800 in America. Helen Keller figlia di Kate e del Capitano Keller, a 6 mesi ha contratto una malattia infettiva che I'ha resa sorda a cieca. La bambina viene allevata come un animaletto a cui tutto è concesso. Quindi senza regole ed educazione alcuna, sopravvive nella casa paterna creando conflitti e disagio. All'età di 10 anni circa, I'inquietudine di questa intelligentissima bambina crea ulteriori disagi al nucleo familiare. La madre che ha un rapporto sensitivo con la bambina, tenta disperatamente di trovare un modo perché la figlia riesca a comunicare con il mondo esterno e lei. Ha sentito parlare di un metodo di comunicazione per i sordo ciechi ed insiste con il marito per dare alla bambina la possibilità di apprendere, attraverso un insegnante, questo nuovo metodo. II padre è molto scettico sulla possibilità che questo "esperimento" possa riuscire ma alla fine cede alle insistenze della moglie. Anna Sullivan viene a vivere in casa Keller per insegnare a Keller il linguaggio dei sordo ciechi. L'arrivo di Anna scombina gli equilibri della casa. In un primo pranzo comune Anna osserva con grande attenzione i comportamenti di tutti i componenti della famiglia: la madre Kate, il padre il capitano Keller, il fratello James ed Helen. Rimane assolutamente impressionata dal modo in cui la famiglia "non si rapporta" con la bambina. Le permettono, per quieto vivere, di gironzolare e mangiare con le mani da tutti i piatti dei commensali, come se fosse il cagnolino di casa. Anna pretende di essere lasciata sola con la bambina con la quale incomincia una vera battaglia fisica e intellettiva per arrivare, quando Anna stava quasi per arrendersi, alla vittoria. L'incontro di Anna Sullivan con Helen Keller, è stato l'incontro fra due fortissime personalità di grande intelligenza. Tutt'oggi esiste un linguaggio per sordi ciechi chiamato HELEN KELLER. In tutto il mondo esistono Associazioni di sordo ciechi intestate ad Helen keller.