Note di regia
Ho sempre l'impressione davanti ai grandi ruoli femminili che i confini
segnati in passato, seppure da grandi interpretazioni, possono essere
rintracciati, forse perché provo un'attrazione speciale verso l'universo
femminile, soprattutto, quando nel copione di donne ce n'é più di
una a sostenere personaggi importanti: sento che nel rapportarsi tra
loro si innestano sempre meccanismi sublimi e le emozioni che riesco
a raccoglierne sono sempre potenti, assolute. L' istinto femminile
di dare alla luce trova forma in qualunque manifestazione del vivere
e gli strati che ci suggerisce sono sempre infiniti. Psicologie complesse
nutrite da un solo istinto vitale. In "Anna dei miracoli", sono le
donne a confrontarsi con l'amore, l'istinto ed il dolore, tra ragione
e pulsione mettendosi a nudo completamente, sfidando l'impossibile.
Il vero miracolo sono loro: sono loro a combattere la battaglia terribile
del cercarsi. Un testo che non richiede "modernizzazioni", nella civiltà
dell'apparire, dell'immagine, del bello ad ogni costo: il tema dell'emarginazione
del portatore di handicap vive un'attualità sconcertante e di contrappunto
i nuovi eroi sono quelli che nel volontariato, nell'impegno sociale
votano la propria esistenza all'assistenza dei malati, dei deboli,
dei poveri, degli emarginati, cercando in questi rapporti il senso
stesso dell'essere. Mariangela D'Abbraccio, ne sarà a mio vedere interprete
ideale: per età, energia, personalità, maturità scenica, per la straordinaria
capacità di essere autentica prima donna anche e soprattutto rapportandosi
in scena con gli altri attori senza sopraffazioni in uno scambio continuo
e creativo, ricco di emozioni. L'interprete di Anny, infatti, deve
avere la capacità di essere mattatrice senza schiacciare gli altri
personaggi, stimolando il talento naturale della bambina che interpreta
Hellen, in una reciproca intesa, fatta di piccole e grandi scoperte.
Tenterò di recuperare ogni dettaglio nei ruoli della madre, del padre
e del fratello di Hellen, che hanno sofferto a volte di una lettura
poco attenta all'evolversi degli stati d'animo, relegati quasi ad
un'immagine statica di "servizio". Anny ed Hellen ...., ma anche Anny
e la madre, quasi speculari, tanto diverse e tanto simili e poi le
tre generazioni del padre, la madre e il fratello di uno scontro sofferto,
silenzioso, compresso da un ambiente borghese dove l'impossibilità
di comunicare di Hellen è quasi l'emblema della loro incomunicabilità.
E' impossibile raccontare il dramma di Hellen isolandolo da quello
degli altri. La scena (di Alessandro Chiti), così come i costumi (di
Maria Rosaria Donadio) suggeriranno l'ambientazione storica originaria.
Lo spazio scenico si articolerà in vari ambienti che si susseguiranno
intersecandosi intorno ad un elemento centrale, forse una scala, componendosi
e scomponendosi, creando una visione molto vicina a quella di una
carrellata cinematografica così da non interrompere il ritmo fluido
del racconto, ambienti che saranno introdotti via via dalle azioni
dei personaggi stessi, accompagnandone i gesti. Possibilmente, sarà
il vagare a tastoni della bambina a muovere il tutto. Vorrei che si
avvertisse il mondo fatto di soli contorni di Hellen cosicché il bello
delle forme, dei colori, disegnati dal giardino e dalle grandi finestre
che inondano luce, dei suoni raccontati dalla musica (di Giacomo Zumparo)
rappresentino ciò che è negato ad una sordocieca come lei, un mondo
che Army vorrebbe regalarle attraverso il calore dell'amore e della
comunicazione. compitandolo con le mani: parola per parola.
Francesco Tavassi
Anna dei miralicoli di W. Gibson
Non è facile per me parlare di "Anna dei miracoli", oppure è facilissimo
nel senso che Anna dei miracoli è nella mia vita da molto tempo. Direi
da molti anni. ll titolo è mio: Annie di "The miracle worker" diventò
Anna (Proclemer) di "Anna dei miracoli". Ci fu un altro miracolo in
quella edizione storica del testo, oltre a quello della Proclemer
in una delle sue più grandi invenzioni sceniche: il miracolo di Ottavia
Piccolo che faceva la parte di Helen, la piccola sordomuta nella pièce
di Gibson e di cui esplose il talento proprio in questa occasione.
Mi ricordo di lei piccolissima ai provini, quando con Luigi Squarzina
che faceva la regia, decidemmo che sarebbe stata lei la bambina. Fu
un avvenimento importante, uno spettacolo di grande successo, poi
ripreso in altre edizioni. Questa di Mariangela D'Abbraccio mi sembra
si presenti con tutte le carte in regola, forse anche di più, per
diventare una reinvenzione di questo straordinario testo. Rileggendolo
adesso per l'adattamento che ne ho fatto, ho constatato ancora una
volta quanto sia perfetto: drammaturgia, taglio delle scene, psicologia
dei personaggi. E' un testo infallibile. Ho operato alcuni tagli di
personaggi che mi sembravano soffrire di una certa datazione, come
nel caso della zia Eve, per esempio. Ne è emerso con più vigore il
personaggio di James, il figlio, e del padre, il Capitano Keller che
resta un ruolo portante del testo. La sensibilità americana nei confronti
degli handicap è sempre stata molto forte, già negli anni '60. Questa
preoccupazione ha pervaso tutto il mondo e mi sembra il momento giusto
per riproporre questo testo, con un'attrice di talento come Mariangela
D'Abbraccio che sa essere nello stesso tempo distaccata e partecipante.
Per poter affrontare il ruolo di Annie occorre un grande temperamento,
tenuto a freno da un altrettanto grande controllo intellettuale, senza
debolezze patetiche. Tutte qualità di Mariangela che mi è cara per
tantissime ragioni, oltretutto per aver condiviso tante "battaglie"
teatrali. Cosa dire ancora? Un dialogo pieno d'humour, bruciante,
rapido, spesso icastico. II talento di Gibson si vede soprattutto
nei momenti in cui il realismo lirico che diventa lo stile di questo
testo, si sviluppa in senso avvolgente, staccandosi dal contesto dialogico
per diventare invenzione lirica. I fatti della vita si trasfigurano
improvvisamente in dei valori morali. Il testo afferma fortemente
alcuni valori morali e si gioca spesso sull'opposizione tra fare il
bene e non farlo, rifugiandosi in u'ipocrita presunta pietosità. Oggi
il mondo si interroga sul problema della eutanasia, per esempio, che
pone in discussione il valore della "pietas" nel nostro tempo. Qui
l'eutanasia non si pone, ma l'interrogativo appartiene alla stessa
categoria del pensare: è giusto far soffrire una bambina in questo
modo pur di riportarla nel mondo della comunicazione? II testo risponde
di si. Auguro un grande successo alla compagnia, alla giovanissima
interprete di Helen di essere all'altezza della sua "sorellina" di
allora, che ormai è diventata una signora del teatro. A Tavassi di
ripetersi in questa regia come nella precedente "Nella città l'inferno".
A Mariangela un affettuoso augurio di trionfo. Lei può essere un'indimenticabile
Anna dei miracoli.
Giorgio Albertazzi
Questa storia è realmente accaduta alla
fine del 1800 in America. Helen Keller figlia di Kate e del Capitano
Keller, a 6 mesi ha contratto una malattia infettiva che I'ha resa
sorda a cieca. La bambina viene allevata come un animaletto a cui
tutto è concesso. Quindi senza regole ed educazione alcuna, sopravvive
nella casa paterna creando conflitti e disagio. All'età di 10 anni
circa, I'inquietudine di questa intelligentissima bambina crea ulteriori
disagi al nucleo familiare. La madre che ha un rapporto sensitivo
con la bambina, tenta disperatamente di trovare un modo perché la
figlia riesca a comunicare con il mondo esterno e lei. Ha sentito
parlare di un metodo di comunicazione per i sordo ciechi ed insiste
con il marito per dare alla bambina la possibilità di apprendere,
attraverso un insegnante, questo nuovo metodo. II padre è molto scettico
sulla possibilità che questo "esperimento" possa riuscire ma alla
fine cede alle insistenze della moglie. Anna Sullivan viene a vivere
in casa Keller per insegnare a Keller il linguaggio dei sordo ciechi.
L'arrivo di Anna scombina gli equilibri della casa. In un primo pranzo
comune Anna osserva con grande attenzione i comportamenti di tutti
i componenti della famiglia: la madre Kate, il padre il capitano Keller,
il fratello James ed Helen. Rimane assolutamente impressionata dal
modo in cui la famiglia "non si rapporta" con la bambina. Le permettono,
per quieto vivere, di gironzolare e mangiare con le mani da tutti
i piatti dei commensali, come se fosse il cagnolino di casa. Anna
pretende di essere lasciata sola con la bambina con la quale incomincia
una vera battaglia fisica e intellettiva per arrivare, quando Anna
stava quasi per arrendersi, alla vittoria. L'incontro di Anna Sullivan
con Helen Keller, è stato l'incontro fra due fortissime personalità
di grande intelligenza. Tutt'oggi esiste un linguaggio per sordi ciechi
chiamato HELEN KELLER. In tutto il mondo esistono Associazioni di
sordo ciechi intestate ad Helen keller.