Compagnia Stabile Napoletana
presenta


L'UOMO, LA BESTIA E LA VIRTU'
di Luigi Pirandello

con

ALDO GIUFFRE'
KATIA NANI
ADRIANO PAPPALARDO

regia
Aldo Giuffre'



Non si sa bene per quale motivo il nome di Luigi Pirandello susciti, in sé, un timore reverenziale, ritenendo, come commediografo, quasi inaccessibile alla comprensione immediata, al piacere immediato di afferrarne le tematiche. Succede anche per Cechov, per Shakespeare…. Ed è ingiustificato. Significa solo rifiutarsi testardamente di scavalcare un primo, inconsistente, ostacolo, rappresentato dall'altisonanza di qui nomi. Se invece ci si inoltrasse quietamente nell'approfondimento (che non è né noioso né pesante né pedante né tortuoso) di quella drammaturgia, si scoprirebbe che essi raccontano semplicemente i "casi" della vita di tutti noi: o dentro di noi o attorno a noi. Perché il teatro non è la riproduzione fedele della vita uno specchio severo in cui si riflettono le nostre povere immagini; questo si, sarebbe noioso e inutile e vuoto di senso, perché non c'è assolutamente bisogno di uscire da noi stessi per poi vederci, al termine di questa fatica, riprodotti tal quali siamo, il tetro è l'interpretazione che ciascun drammaturgo, facendosi poeta per l'occasione, offre della vita. Ed è così, con questa visione personalissima della vita, che l'Autore apre i battenti alla critica e alla polemica. Ed è per questo, solo per questo, che il teatro è vita pulsante e non stagnante vegetazione. A proposito dello spettacolo che presenteremo nella stagione teatrale 2000-2001, diciamo che non è dato sapere se Pirandello, con "L'uomo, la bestia e la virtù", abbia voluto offrire una bella risposta a quanti lo credevano cupo e tetro, oltre che "difficile". Egli definisce quest'opera "farsa tragica". E non deve sembrare una contraddizione in termini, ma solo un invito a riflettere su come la farsa trae sempre spunto dalla tragedia, e come la tragedia, quando si riesce a disaminarla, quando si ha la possibilità culturale, morale, psicologica di individuarne le forzature, diventa farsa. Si ride continuamente ne "L'uomo, la bestia e la virtù", in certi passaggi si ride da star male, e anche se alla fine ci si accorge d'aver riso, in fondo, di noi stessi, ci si sente leggeri, e grati all'Autore per averci aiutato a non buttare sempre tutto sul tragico. E, infine, anche per averci impartito la grande lezione - filosofica - con cui abbiamo imparato che le lacrime del ridere hanno lo stesso sapore liberatore delle lacrime del pianto.
Aldo Giuffre'