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Va
detto che Shakespeare è di gran moda, e quindi ci sarà chi penserà alla
strizzata d'occhio, alla furbata, all'"operazione". Ma noi siamo adamantini
e curriculati (?!?): è da mo' che andiamo da quella parte li. È da qualche
anno che giochiamo con Capuleti e Montecchi, e perfino col Dolce Principe,
perché, semplicemente, ci riguardano. Raccontano storie nostre, ci spiegano
un sacco di robe. Addirittura, certe volte, il nord-est (italiano: con
quel gran via vai tra Verona e Venezia e Mantova) ma anche l'amore (internazionale
si sa). E tutto quel giocare con il finto e il falso, l'essere e l'apparire,
la memoria e il desiderio… E allora, Otello. Che
tra l'altro è una tragedia così italiana. E non solo per via di Venezia
e dei Dogi eccetera
(più per via di Verdi, magari). Bizzarro no, che nel paese che ha inventato
il delitto d'onore l'archetipo, il sinonimo quasi, della gelosia sia
di importazione. Otello - anzi, Othello. E Desdemona naturalmente. E
Jago e Cassio e Brabantio: cioè in pratica tutto ciò che è conflitto,
pensiero, problema, dubbio contemporaneo. Roba grossa. Roba nostra.
Uomo/donna, nuovo/vecchio, padre/figlio, nero/bianco, uguale/diverso.
Razza, patria, straniero, persuasione, invasione, guerra. Ma anche,
forse soprattutto, il vertiginoso potere del linguaggio. Le parole pronunciate
da Othello hanno un significato diverso, a volte opposto, quando a usarle
è Jago. Othello non lo sa. Jago lo sa benissimo. (Anche Orson Welles,
ma questa è un'altra faccenda). Parole e potere. Il mezzo è il messaggio.
Il padrone conosce migliaia di parole più dei suoi operai, per questo
è il padrone. Le parole sono pietre. Dice: vabbe', mica le ha dette
Shakespeare, 'ste cose. Ah no? Così abbiamo pensato di partire da lì,
da questa grande tragedia, e provare a raccontarla, e vedere quante
altre storie riusciremo a scoprire e inventare in questo viaggio: quanto
lontano riusciremo ad arrivare. Che poi: lontano da dove?
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