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Le effervescenze del 'tabarin',
i rigori della terribile scuola prussiana, il pettegolezzo assassino
capace di infiammare una piccola città della Bassa Baviera, le fantasie
forsennate di un irreprensibile professore in lotta con il mondo e,
soprattutto, l'incandescenza di un clamoroso corpo di donna. Diversamente
mescolati, questi elementi costituiscono i presupposti di tre storie
che, dai loro avvii, si direbbero analoghe, ma che in realtà sono diversissime
l'una dall'altra nei rispettivi sviluppi. L'una è quella del romanzo
scritto agli inizi del secolo scorso da Heinrich Mann col titolo 'Unrat,
la caduta di un tiranno'; l'altra, quella del film di Sternberg che,
nel '30, imporrà Marlene Dietrich sulla ribalta della scena mondiale;
e una terza, quella che, con la collaborazione di Erich Ebermayer, lo
stesso Mann trarrà in forma di copione teatrale dal suo libro.
Di comune a tutte e tre le versioni della vicenda vi è la dissoluzione
della dignità personale a causa di una devastante passione senile: questo,
difatti, è quel che avviene al severo Professor Raat il giorno in cui
il suo zelo di educatore lo porta a penetrare i meandri di un localetto
equivoco al cui interno, con l'indolenza maliarda di una mantide, ha
il suo regno una canzonettista il cui apparire è un autentico esplodere
di 'carne bianca'; troppo, per non abbagliare lo sguardo spento di un
uomo colmo solo di letture e di precetti. Così, tra i fumi della sala,
e le sgangherate esecuzioni di una chiassosa orchestrina, Raat scorgerà
quel corpo danzante come qualcosa di assolutamente ignoto e di catastroficamente
nuovo. Di qui, i differenti percorsi del romanzo, della pellicola e
della prima commedia.
Il film di Sterberg, devoto al progetto di consacrare un nuovo mito
femminile (la Dietrich, appunto), farà di Lola un'inesorabile adescatrice,
capace di indurre l'austero uomo di lettere a spogliarsi dei suoi rigidi
paludamenti per ridursi a fare il pagliaccio sul palcoscenico mentre
lei, irridente, se ne fuggirà fra le braccia di un altro. L'originale
racconto di Mann, invece, narra l'opposto, ossia la rinuncia della donna
(che qui si chiama Rosa e non Lola come nel film) alla sua misera vita
di artista per divenire la discutibile moglie borghese di un altrettanto
discutibile marito che non esiterà a sfruttare le sue grazie per cavarne
indegni tornaconti personali. Da ultimo, la commedia di Ebermeyer e
Mann suggerisce già nel titolo, 'Il Professor Unrat' (e 'unrat' sta
per 'spazzatura'), la lettura tutta al maschile delle peripezie in cui
può trovarsi invischiato un brav'uomo quando incappi, suo malgrado,
nelle astuzie di una ragazzetta capricciosa che, nonostante l'intreccio
un po' melò, già può farci immaginare il profilo di una più moderna
Lolita.
Ebbene, a questo ventaglio di letture vogliamo attualmente aggiungere
(come quarta o ventesima, chissà) la nostra, dove la natura tirannica
di Raat è portata alle sue estreme conseguenze sotto la pressione di
una città che immaginiamo tutta popolata da ex alunni, ciascuno dei
quali armato di antiche avversioni contro il suo vecchio e inesorabile
insegnante. Che sia solo una fantasia di Raat o la verità, poco importa,
dal momento che lui è così che sente e crede.
Punta di diamante di quest'esercito nemico è l'alunno Lohman, quasi
sfottente nella sua abilità a non farsi mai pizzicare in fallo. Sennonché,
l'alunno Lohman una debolezza ce l'ha: scrivere canzoni, e pure alquanto
volgari. Canzoni destinate a essere interpretate nientemeno che da Lola
sul palcoscenico dell'Angelo azzurro, e quando Raat sequestrerà il quaderno
dove sono appuntati questi piccanti componimenti, la caccia verrà scatenata
all'istante. E sarà caccia a Lola, colpevole di traviare una gioventù
di cui il Professore pretende d'essere l'unico tutore e padrone; ma
anche una caccia all'azzimato Lohman, che finalmente potrà essere smascherato
ed esposto al pubblico ludibro. E la caccia andrà a buon fine, tranne
per il fatto che, dopo aver incontrato Lola, le smanie di Raat non si
acquieteranno affatto, anzi… matureranno ben altri progetti.
Egli capirà che quel formidabile corpo di donna, divenendo suo, potrebbe
trasformarsi in un eccezionale strumento di vedetta contro tutti coloro
che da sempre lo scacciano e insultano. Ed è quel che avverrà. Lola
e Raat, ognuno dei due per ragioni diverse, si trasformeranno, così,
in una coppia dall'apparenza borghese il cui principale scopo sarà quello
di distruggere, degradandola, la società in cui si insedieranno. A questo
punto, però, il regno della nuova e pericolosa famigliola non sarà più
un locale equivoco nella zona del porto, bensì un appartamentino nel
cuore della città… un appartamentino dall'apparenza dimessa e innocua
alla cui attrattiva pochissimi sapranno resistere.
La velata disponibilità di Lola, le sue danze avvolgenti, le canzoni
sussurrate nell'orecchio dell'ospite, l'indulgente discrezione di Raat,
la sua gelosia di facciata, la sua melliflua connivenza nei confronti
di chiunque ambisca al letto di sua moglie, la possibilità per tutti
di abbandonarsi ai giochi più strani, e, infine, l'azzardo proibito
del panno verde, risucchieranno in quelle poche stanze dal mite profumo
domestico le personalità più insospettabili. E soprattutto, anche coloro
che all'Angelo azzurro non avevano mai osato mettere piede.
La velata disponibilità di Lola, le sue danze avvolgenti, le canzoni
sussurrate nell'orecchio dell'ospite, l'indulgente discrezione di Raat,
la sua gelosia di facciata, la sua melliflua connivenza nei confronti
di chiunque ambisca al letto di sua moglie, la possibilità per tutti
di abbandonarsi ai giochi più strani, e, infine, l'azzardo proibito
del panno verde, risucchieranno in quelle poche stanze dal mite profumo
domestico le personalità più insospettabili. E soprattutto, anche coloro
che all'Angelo azzurro non avevano mai osato mettere piede.
Tutto ciò andrà avanti sotto forma di scandalo comunemente
accettato fin quando qualcosa si spezzerà, e allora il crollo
sarà violento.
A un dato momento, accadrà un incidente... un incidente da cui
conseguirà un evento clamoroso che lascerà segnati per
sempre tutti coloro che ne verranno coinvolti.
Ma questo va visto, non raccontato.
Giuseppe Manfridi
Quando Mario Smeriglio mi ha proposto il Professor Unrat protagonista
del racconto di Heinrich Mann, ho risposto prima di no, perché il pensiero
è corso subito al Der blaue Engel (L'Angelo Azzurro, il celeberrimo
film Sterneberg con Marlene Dietrich, mitica Lola di quel Cult-movie,
irripetibile), poi però ho pensato che si fosse partiti dal racconto
di Mann e del suo Professor Unrat o la fine di un tiranno (questo il
titolo originale) e dalla sua infatuazione passione per Rosa Frohlich,
"l'artista Frohlich" come la chiama, in realtà una ballerina di tabarin
la proposta di Smeriglio diventava percorribile. Il Professore e la
ballerina, dunque (bel titolo!), come dire "la donna e il burattino",
anche se questo di Mann è di ben altra statura e pericolosità di quello
del racconto di Pierre Louys. Questo professore-tiranno dunque si può
fare, si può tentare di portarlo in scena, senza scomodare Sternberg
né Marlene e se poi nella parte della protagonista Rosa, ballerina e
sciantosa, c'è Valeria Marini, l'impresa comincia a diventare tentante.
Pare che l'idea del romanzo gli sia venuta a Firenze, a Heinrich Mann,
a teatro. Durante l'intervallo legge una notizia di cronaca che riguarda
un professore tedesco sedotto e rovinato da una ballerina… La notizia
lo sconvolge a tal punto che non rientra nemmeno in sala per assistere
al secondo tempo della Bottega del Caffè di Goldoni. Esce e per la strada
comincia a "vedere" il suo professore, Unrat, cioè, "spazzatura" o meglio,
per assonanza con la nostra lingua: sorcio!
Cioè rat-ratto-sorcio! Così chiamano il professor Unrat i suoi allievi
del liceo dove insegna, una classe in cui egli esercita un potere assoluto,
si direbbe di vita e di morte: in quella Germania guglielmina, Unrat
è un prussiano arrogante, egli pretende obbedienza cieca, una rigida
moralità, sciabola e libro. Tuttavia questo Unrat non è prototipo borghese,
un insegnante che prepara sudditi per la Germania che verrà. È piuttosto,
a guardare bene, un terribile anarchico, un outsider, un diverso. Qualcuno
ha sostenuto che Unrat sarebbe la caricatura dell'artista moderno. Forse
è eccessivo, ma che egli sia non capito, vilipeso, svillaneggiato, è
vero.
Ed egli si vendica, una nietzschiana sete di vendetta lo anima. Ogni
pretesto è buono. I suoi studenti-sudditi scrivono versi per una ballerina
che si esibisce in un localetto chiamato "All'Angelo Azzurro"?.
Si scambiano disegni o foto di lei nei cessi della scuola? Ebbene Unrat
li perseguita li fruga li sfida. Corre di notte per le strade del paese
che lo detesta in cerca di LEI, L'Artista. E la trova e ne è sconvolto:
quel grande bellissimo corpo bianco è la sua Moby Dik: deve averla,
sopprimerla, svergognarla, perché essa è oscena sfacciata innocente
e perciò "fatale". Giuseppe Manfridi è l'autore del testo che metteremo
in scena: è autore e non adattatore, ha introdotto nuovi personaggi,
ha inventato sulla falsariga di Mann, è ovvio, un personaggio come Rat,
vincente e perdente insieme, come ogni dittatore. L'ombra di una depressa
omosessualità lo avvolge. Un demone. Un demone sotto mentite spoglie.
Lei, la fatale Liù (questo è il nome di Rosa Frohlich nel nostro spettacolo),
sta, forse fra la Lulù di Wedekind e la Lola di Sternberg, ma non è
né l'una né l'altra. È Liù: una sviata, una danneggiata, una "utilizzata"
da tutti. Di stupefacente avvenenza. Ingenua e caritatevole, perciò
la sua carezza può essere, come dice Manfridi, la carezza di una medusa.
Unrath ne fa la sua moglie, la mette sul piedistallo di una dea dei
sobborghi, né fa specchio per le allodole, gente da "spennare", non
per avidità di denaro, ma di potere, finché la città (il mondo) che
egli ha oltraggiato, lo seppellirà. Valeria Marini è, a mio parere,
una ideale Liù. È una scommessa per me tentare di fare esplodere su
un palcoscenico tutto il potenziale di femminilità e di vitalità di
Valeria. Sono convinto che vinceremo la scommessa, importante è che
la vinca soprattutto lei. Che ballerà canterà strofette erotiche. Sarà
Regina e Mendicante e sciantosa di tabarin, vittima e carnefice.
Giorgio Albertazzi
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