Mario Smeriglio presenta
per G.S.T. Production S.r.l.


L'ANGELO AZZURRO
di Giuseppe Manfridi

con

GIORGIO ALBERTAZZI
VALERIA MARINI

regia
GIORGIO ALBERTAZZI

Le effervescenze del 'tabarin', i rigori della terribile scuola prussiana, il pettegolezzo assassino capace di infiammare una piccola città della Bassa Baviera, le fantasie forsennate di un irreprensibile professore in lotta con il mondo e, soprattutto, l'incandescenza di un clamoroso corpo di donna. Diversamente mescolati, questi elementi costituiscono i presupposti di tre storie che, dai loro avvii, si direbbero analoghe, ma che in realtà sono diversissime l'una dall'altra nei rispettivi sviluppi. L'una è quella del romanzo scritto agli inizi del secolo scorso da Heinrich Mann col titolo 'Unrat, la caduta di un tiranno'; l'altra, quella del film di Sternberg che, nel '30, imporrà Marlene Dietrich sulla ribalta della scena mondiale; e una terza, quella che, con la collaborazione di Erich Ebermayer, lo stesso Mann trarrà in forma di copione teatrale dal suo libro.
Di comune a tutte e tre le versioni della vicenda vi è la dissoluzione della dignità personale a causa di una devastante passione senile: questo, difatti, è quel che avviene al severo Professor Raat il giorno in cui il suo zelo di educatore lo porta a penetrare i meandri di un localetto equivoco al cui interno, con l'indolenza maliarda di una mantide, ha il suo regno una canzonettista il cui apparire è un autentico esplodere di 'carne bianca'; troppo, per non abbagliare lo sguardo spento di un uomo colmo solo di letture e di precetti. Così, tra i fumi della sala, e le sgangherate esecuzioni di una chiassosa orchestrina, Raat scorgerà quel corpo danzante come qualcosa di assolutamente ignoto e di catastroficamente nuovo. Di qui, i differenti percorsi del romanzo, della pellicola e della prima commedia.
Il film di Sterberg, devoto al progetto di consacrare un nuovo mito femminile (la Dietrich, appunto), farà di Lola un'inesorabile adescatrice, capace di indurre l'austero uomo di lettere a spogliarsi dei suoi rigidi paludamenti per ridursi a fare il pagliaccio sul palcoscenico mentre lei, irridente, se ne fuggirà fra le braccia di un altro. L'originale racconto di Mann, invece, narra l'opposto, ossia la rinuncia della donna (che qui si chiama Rosa e non Lola come nel film) alla sua misera vita di artista per divenire la discutibile moglie borghese di un altrettanto discutibile marito che non esiterà a sfruttare le sue grazie per cavarne indegni tornaconti personali. Da ultimo, la commedia di Ebermeyer e Mann suggerisce già nel titolo, 'Il Professor Unrat' (e 'unrat' sta per 'spazzatura'), la lettura tutta al maschile delle peripezie in cui può trovarsi invischiato un brav'uomo quando incappi, suo malgrado, nelle astuzie di una ragazzetta capricciosa che, nonostante l'intreccio un po' melò, già può farci immaginare il profilo di una più moderna Lolita.
Ebbene, a questo ventaglio di letture vogliamo attualmente aggiungere (come quarta o ventesima, chissà) la nostra, dove la natura tirannica di Raat è portata alle sue estreme conseguenze sotto la pressione di una città che immaginiamo tutta popolata da ex alunni, ciascuno dei quali armato di antiche avversioni contro il suo vecchio e inesorabile insegnante. Che sia solo una fantasia di Raat o la verità, poco importa, dal momento che lui è così che sente e crede.
Punta di diamante di quest'esercito nemico è l'alunno Lohman, quasi sfottente nella sua abilità a non farsi mai pizzicare in fallo. Sennonché, l'alunno Lohman una debolezza ce l'ha: scrivere canzoni, e pure alquanto volgari. Canzoni destinate a essere interpretate nientemeno che da Lola sul palcoscenico dell'Angelo azzurro, e quando Raat sequestrerà il quaderno dove sono appuntati questi piccanti componimenti, la caccia verrà scatenata all'istante. E sarà caccia a Lola, colpevole di traviare una gioventù di cui il Professore pretende d'essere l'unico tutore e padrone; ma anche una caccia all'azzimato Lohman, che finalmente potrà essere smascherato ed esposto al pubblico ludibro. E la caccia andrà a buon fine, tranne per il fatto che, dopo aver incontrato Lola, le smanie di Raat non si acquieteranno affatto, anzi… matureranno ben altri progetti.
Egli capirà che quel formidabile corpo di donna, divenendo suo, potrebbe trasformarsi in un eccezionale strumento di vedetta contro tutti coloro che da sempre lo scacciano e insultano. Ed è quel che avverrà. Lola e Raat, ognuno dei due per ragioni diverse, si trasformeranno, così, in una coppia dall'apparenza borghese il cui principale scopo sarà quello di distruggere, degradandola, la società in cui si insedieranno. A questo punto, però, il regno della nuova e pericolosa famigliola non sarà più un locale equivoco nella zona del porto, bensì un appartamentino nel cuore della città… un appartamentino dall'apparenza dimessa e innocua alla cui attrattiva pochissimi sapranno resistere.
La velata disponibilità di Lola, le sue danze avvolgenti, le canzoni sussurrate nell'orecchio dell'ospite, l'indulgente discrezione di Raat, la sua gelosia di facciata, la sua melliflua connivenza nei confronti di chiunque ambisca al letto di sua moglie, la possibilità per tutti di abbandonarsi ai giochi più strani, e, infine, l'azzardo proibito del panno verde, risucchieranno in quelle poche stanze dal mite profumo domestico le personalità più insospettabili. E soprattutto, anche coloro che all'Angelo azzurro non avevano mai osato mettere piede.
La velata disponibilità di Lola, le sue danze avvolgenti, le canzoni sussurrate nell'orecchio dell'ospite, l'indulgente discrezione di Raat, la sua gelosia di facciata, la sua melliflua connivenza nei confronti di chiunque ambisca al letto di sua moglie, la possibilità per tutti di abbandonarsi ai giochi più strani, e, infine, l'azzardo proibito del panno verde, risucchieranno in quelle poche stanze dal mite profumo domestico le personalità più insospettabili. E soprattutto, anche coloro che all'Angelo azzurro non avevano mai osato mettere piede.
Tutto ciò andrà avanti sotto forma di scandalo comunemente accettato fin quando qualcosa si spezzerà, e allora il crollo sarà violento.
A un dato momento, accadrà un incidente... un incidente da cui conseguirà un evento clamoroso che lascerà segnati per sempre tutti coloro che ne verranno coinvolti.
Ma questo va visto, non raccontato.
Giuseppe Manfridi

Quando Mario Smeriglio mi ha proposto il Professor Unrat protagonista del racconto di Heinrich Mann, ho risposto prima di no, perché il pensiero è corso subito al Der blaue Engel (L'Angelo Azzurro, il celeberrimo film Sterneberg con Marlene Dietrich, mitica Lola di quel Cult-movie, irripetibile), poi però ho pensato che si fosse partiti dal racconto di Mann e del suo Professor Unrat o la fine di un tiranno (questo il titolo originale) e dalla sua infatuazione passione per Rosa Frohlich, "l'artista Frohlich" come la chiama, in realtà una ballerina di tabarin la proposta di Smeriglio diventava percorribile. Il Professore e la ballerina, dunque (bel titolo!), come dire "la donna e il burattino", anche se questo di Mann è di ben altra statura e pericolosità di quello del racconto di Pierre Louys. Questo professore-tiranno dunque si può fare, si può tentare di portarlo in scena, senza scomodare Sternberg né Marlene e se poi nella parte della protagonista Rosa, ballerina e sciantosa, c'è Valeria Marini, l'impresa comincia a diventare tentante.
Pare che l'idea del romanzo gli sia venuta a Firenze, a Heinrich Mann, a teatro. Durante l'intervallo legge una notizia di cronaca che riguarda un professore tedesco sedotto e rovinato da una ballerina… La notizia lo sconvolge a tal punto che non rientra nemmeno in sala per assistere al secondo tempo della Bottega del Caffè di Goldoni. Esce e per la strada comincia a "vedere" il suo professore, Unrat, cioè, "spazzatura" o meglio, per assonanza con la nostra lingua: sorcio!
Cioè rat-ratto-sorcio! Così chiamano il professor Unrat i suoi allievi del liceo dove insegna, una classe in cui egli esercita un potere assoluto, si direbbe di vita e di morte: in quella Germania guglielmina, Unrat è un prussiano arrogante, egli pretende obbedienza cieca, una rigida moralità, sciabola e libro. Tuttavia questo Unrat non è prototipo borghese, un insegnante che prepara sudditi per la Germania che verrà. È piuttosto, a guardare bene, un terribile anarchico, un outsider, un diverso. Qualcuno ha sostenuto che Unrat sarebbe la caricatura dell'artista moderno. Forse è eccessivo, ma che egli sia non capito, vilipeso, svillaneggiato, è vero.
Ed egli si vendica, una nietzschiana sete di vendetta lo anima. Ogni pretesto è buono. I suoi studenti-sudditi scrivono versi per una ballerina che si esibisce in un localetto chiamato "All'Angelo Azzurro"?.
Si scambiano disegni o foto di lei nei cessi della scuola? Ebbene Unrat li perseguita li fruga li sfida. Corre di notte per le strade del paese che lo detesta in cerca di LEI, L'Artista. E la trova e ne è sconvolto: quel grande bellissimo corpo bianco è la sua Moby Dik: deve averla, sopprimerla, svergognarla, perché essa è oscena sfacciata innocente e perciò "fatale". Giuseppe Manfridi è l'autore del testo che metteremo in scena: è autore e non adattatore, ha introdotto nuovi personaggi, ha inventato sulla falsariga di Mann, è ovvio, un personaggio come Rat, vincente e perdente insieme, come ogni dittatore. L'ombra di una depressa omosessualità lo avvolge. Un demone. Un demone sotto mentite spoglie.
Lei, la fatale Liù (questo è il nome di Rosa Frohlich nel nostro spettacolo), sta, forse fra la Lulù di Wedekind e la Lola di Sternberg, ma non è né l'una né l'altra. È Liù: una sviata, una danneggiata, una "utilizzata" da tutti. Di stupefacente avvenenza. Ingenua e caritatevole, perciò la sua carezza può essere, come dice Manfridi, la carezza di una medusa. Unrath ne fa la sua moglie, la mette sul piedistallo di una dea dei sobborghi, né fa specchio per le allodole, gente da "spennare", non per avidità di denaro, ma di potere, finché la città (il mondo) che egli ha oltraggiato, lo seppellirà. Valeria Marini è, a mio parere, una ideale Liù. È una scommessa per me tentare di fare esplodere su un palcoscenico tutto il potenziale di femminilità e di vitalità di Valeria. Sono convinto che vinceremo la scommessa, importante è che la vinca soprattutto lei. Che ballerà canterà strofette erotiche. Sarà Regina e Mendicante e sciantosa di tabarin, vittima e carnefice.
Giorgio Albertazzi