A. Artisti Associati
Compagnia di Prosa Gianrico Tedeschi
presentano



MINETTI
ritratto di un artista da vecchio
di Thomas Bernhard
traduzione Umberto Gandini


con
GIANRICO TEDESCHI
MARIANELLA LASZLO

e con
Gianfranco Candia, Raffaele Spina, Laura Bussani, Antonio Merone, Stefano Podlipnik, Francesco Manzini

regia di
Monica Conti

scene Giacomo Andrico
costumi Stefano Nicolao



Nell'atrio di un albergo un vecchio attore attende l'arrivo del Direttore del Teatro di Flensburg. E' un incontro di lavoro: si rappresenterà il Lear in occasione del bicentenario del teatro.
Ma il Direttore non si presenta. L'attesa diventa lunga e il vecchio (senza potere come Lear dopo la rinuncia in favore delle figlie) chiede inutilmente di essere ascoltato a figure di passaggio che vivono altre disperazioni o altre "stagioni". Personaggi per lo più muti che rappresentano l'Umanità travestita (è l'ultimo dell'anno).


Come tutte le opere teatrali di Thomas Bernhard, anche questa è costituita da un flusso di parole ininterrotto in cui la fine e il principio convergono in una "assoluta circolarità vuota di accadimenti". E, come sempre, queste parole vengono fatte uscire dalle bocche di un'umanità che balbetta frasi smozzicate o tenta di "resistere" attorcigliandosi lungo la spirale del soliloquio. Ma ciò che costituisce una particolarità propria di quest'opera è la grande importanza che I'Autore attribuisce al Tempo in cui questo moto circolare si compie. Egli lo fa allora coincidere precisamente con il tempo reale della durata dello Spettacolo, del Rituale cioè che consente all'Attore di essere protetto dalla parola che lo racconta e che dilaziona la morte. Un tempo preciso ma anche ordinato, geometricamente suddiviso, al fine di scansare il "pathos dal caos", in tre Scene e un breve Epilogo. Così sono le 9.30 nella Prima Scena e le 11 in punto nella Terza. Un'ora e mezza di parole. Un gioco per Attore. E infatti I'Autore lo scrisse per il grande Bernhard Minetti e glielo regalò. Regalando sicuramente anche a sé stesso un'ora e mezza di felicità quando poi se lo vide in scena, il sublime clown, in grado dì essere preciso come un orologio e, nello stesso tempo, assolutamente libero. Ma se da un lato la Parola ci allontana dalla morte, dall'altro è, per sua natura, inadeguata ad esprimere il pensiero e anzi lo rende ridicolo, lo degrada e infine lo demolisce. E ín "Minetti" si assiste proprio a questo: a un grande processo di distruzione del personaggio e dell'ambiente. Così il vecchio attore Minetti arriva vicino alla mezzanotte di San Silvestro ubriaco di paura, mentre quelli intorno a lui sono ubriachi fradici di vino. La protettiva prigione dell'albergo si rivela essere una chiara metafora della mente umana in cui il pensiero, logorato da sé stesso, consente alla Natura, qui sotto forma di Tempesta di neve, di fare irruzione e uccidere.
Monica Conti